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Se i successori di Conte sono peggio

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Non è più un mistero che il sottobosco politico si stia muovendo per sfrattare Giuseppe Conte da Palazzo Chigi. Il guaio è che se il sedicente Churchill in realtà somiglia più a Maduro, chi potrebbe subentrargli è persino peggio di lui.

Tutto comincia dall’assalto ai Dpcm, portato da costituzionalisti come Sabino Cassese e Antonio Baldassarre. Parliamo di esegeti quasi ufficiali degli umori del Colle e della Consulta, la cui presidente, Marta Cartabia, è infatti intervenuta lunedì con una severa reprimenda. Si dice che Sergio Mattarella non sia ancora disposto ad aprire una crisi politica nel bel mezzo della pandemia. Diluire nel tempo le riaperture fa quindi gioco a Giuseppi, che percepisce l’emergenza come un’assicurazione sulla vita –doveva essere l’avvocato degli italiani e ora fa di tutto per tenerli ai domiciliari. Tuttavia, gli scivoloni del premier sono sempre più rovinosi. La falsa ripartenza della fase 2 ha scontentato tutti, anche se i giornaloni si sforzano di fargli scudo con la scusa del documento (sbagliato) sui 150.000 italiani intubati in caso di riaperture, o con la mezza bufala dei contagi risaliti in Germania dopo il lockdown. L’economia è prossima al tracollo. E c’è la spada di Damocle del Mes. L’establishment, per ipotecare qualunque futura vittoria elettorale dei sovranisti, preme affinché Conte vi ricorra. Anche il declassamento di Fitch, per cui non ci basterà il paracadute della Bce, sembra puntare in quella direzione.

Nel frattempo, si rincorrono le ricostruzioni che parlano di linee bollenti tra Matteo Renzi e Gianni Letta. Forza Italia appare pronta a sostenere le larghe intese, compensando un’eventuale spaccatura tra i grillini. Resta l’incognita sui tempi (per un ribaltone si dovrebbe attendere almeno giugno) e soprattutto sui nomi. L’ipotesi Mario Draghi si allontana. Matteo Salvini, scavalcato a destra da Giorgia Meloni, non sarebbe più disponibile per un’operazione governissimo. Peraltro, proprio il suo endorsement ha contaminato il pur stimato ex capo della Bce: un esecutivo con lui premier, ma senza la Lega, sarebbe bizzarro. Si parla invece di Vittorio Colao. Lui, intervistato dal Corriere, ha assicurato che non coltiva ambizioni politiche. Eppure, s’è lasciato scappare una serie di commenti che hanno tutto l’odore di un programma di governo: più Europa, più multilateralismo (ovvero, meno Stati Uniti di Donald Trump), più gretismo, più riforme («mai lasciarsi sfuggire una crisi»). È l’agenda che piace alla gente che piace. Qualcosa in grado di mettere d’accordo gialli, rossi e azzurri. Qualcosa che potrebbe farci rimpiangere le balle di Conte sui «poderosi» aiuti economici.

A bordo campo, però, si sta scaldando anche Enrico Letta. Un nome che darebbe al governo un’impronta politica, compromettendo di più i suoi sostenitori. Nelle ultime settimane l’ex premier è stato più presente sui giornaloni e più attivo sui social. È in sintonia con Nicola Zingaretti, ma persino Renzi sarebbe favorevole a rimetterlo in partita. Ne è passato di tempo, da «Enrico stai sereno». Conterà pure di chi è nipote l’uomo che già mise insieme un esecutivo di larghe intese. Chiaramente, con Letta dovremmo ingoiare tutti i rospi che l’Europa ha preparato per noi.

Non bisogna tuttavia sottovalutare le ambizioni della Cartabia, che nella relazione annuale della Consulta, non solo ha criticato i pieni di poteri di Conte, ma ha altresì rilanciato in pompa magna la sua teoria sulla «collaborazione» tra i poteri, che poi significa la permeabilità del legislativo alle incursioni delle toghe costituzionali. La numero uno della Corte è stimatissima da Mattarella, da Renzi, nonché dalla cerchia dei giuristi che stanno picconando la credibilità di Giuseppi.