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Se oggi l’arte è marketing non è colpa della Ferragni

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Tutto secondo un copione sperimentato. Chiara Ferragni fa un servizio fotografico fra i capolavori degli Uffizi a Firenze, il direttore delle Gallerie si gioca mediaticamente l’evento e sortisce l’effetto sperato che per lui è nell’impennata di vendite al botteghino, la critica e i social si dividono fra indignati e entusiasti. I primi, contestano la perduta sacralità dell’arte, l’“aura”, che è cosa già bell’e avvenuta, soprattutto all’estero, sin dai tempi in cui Walter Benjamin, era il 1936, pubblicava il suo saggio sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte; i secondi, osservano che in questo modo i giovani e le masse si avvicineranno ai capolavori, diventeranno più sensibili alla Bellezza (ovviamente con la b maiuscola) e in alcuni di loro si accenderà pure un lumicino che li farà diventare un giorno esperti critici d’arte. Che è un po’ come dire che il mezzo non corrompa, come io penso, anche il fine, col risultato che tutti si faranno l’idea che l’opera d’arte è un po’ come un vestito o un ciccolattino: qualcosa di “carino”, “figo”, che “piace”, che si deve amare perché così si fa ed è trendy farlo (almeno fino a quando lo sarà).

Tutto il significato profondo, perturbante, inquietante, che può avere il nostro incontro con il bello diventa frivolo come una moda e superrficiale come può essere una chiacchierata al bar. Tutto l’universo simbolico, di conoscenze, di senso, che contiene l’opera d’arte, non solo viene perso, ma nemmeno viene supposto che possa esistere. Così come ogni idea di gerarchia e autorità, ovviamente spirituale e non sociale. Si può accettare, certo, tutto questo, e quindi la commercializzazione dell’arte, ma bisogna ammettere che la decadenza estetica di una società converge alla fine, in un unico processo, con il decadimento cultarale e finanche politico della stessa. Ovviamente, in questo discorso, Chiara Ferragni non c’entra molto: lei si è inventata di sana pianta il suo mestiere, e lo fa pure molto bene guadagnandoci alla grande, che poi sia un “non mestiere”, è altro discorso concernente lo “spirito” dei nostri tempi.

Quello che però uno Stato serio dovrebbe contrastare è proprio il processo di commercializzazione del prodotto artistico, che, se viene considerato al pari di ogni altro, porterà forse pure nei nostri musei visitatori e risorse, ma alla lunga non sarà proficuo nemmeno da un punto di vista meramente ecomomico. Non è affatto vero, infatti, che, come voleva Friedrich Engels, la quantità a un certo punto si tramuti in qualità: lo dimostra, sia permesso il paragone prosaico, il valore di una Ferrari o di una Lamborghini rispetto a mille utilitarie Fiat. E l’italia, col suo patrimonio artistico unico al mondo, è nel campo delle Ferrari che deve posizionarsi, non spiattellando davanti a tutti la Venere di Botticelli ma selezionando il pubblico che può fruirne e che deve meritarsi tanto.

Tutto questo però presupporrebbe una politica culturale che non c’è e che non c’è mai stata nel nostro Paese. Così come presupporrebbe che anche le scelte dei direttori dei nostri musei non rispondessero a criteri ideologici e di esterofilia insensata: ben vengano i “bandi internazionali”, la cui introduzione è il vanto di Dario Franceschini, ma solo se servissero a scegliere i migliori direttori presenti sul mercato, i quali però non sono interessati al nostro Paese (e bisognerà pure chiedersi perché). Se dobbiamo scegliere nomi di secondo profilo, come dopotutto è Eike Schmidt, che ci portano solo un po’ di politicamente corretto e postmodernismo culturale, beh a quel punto è meglio restare in Patria.