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La corsa al voto

Siamo ancora in democrazia?

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Oramai si può dire tutto e il contrario di tutto: il segretario del Pd Enrico Letta ha sostenuto che ci sia un pericolo democratico per una legge elettorale che lui stesso ha votato, naturalmente il pericolo a senso unico per Letta sarebbe solo nel caso vincesse il centrodestra. Purtroppo il problema è reale e oggettivo: non siamo più in un sistema che si può definire democratico con questo sistema elettorale.

Dalla pandemia e con la successiva invasione Russa all’Ucraina non ci siamo resi conto – e mi stupisco che i nostri giornalisti non denuncino la cosa – che questo sistema elettorale ci esclude totalmente dalla scelta dei nostri rappresentanti. La democrazia liberale si basa su alcuni elementi come la scelta e il voto ai nostri rappresentanti in Parlamento, l’equilibrio dei poteri e il tentativo di avere uguali opportunità di crescita per tutti, compreso l’accesso alla politica. Tutto questo non c’è più e non si può derubricare la questione considerandola solo una questione di tecnicalità elettorale.

1. Iniziamo dal Rosatellum che non solo è tecnicamente difficile da capire sull’attribuzione dei seggi  ma che è stato dolosamente costruito per non far vincere una parte e creare confusione sull’assegnazione dei seggi.

2. Il combinato disposto della scomparsa delle preferenze e della riduzione dei parlamentari ha creato un naturale distacco tra il candidato e l’elettore. Vi ricordate la chimera delle primarie stile Usa? La foglia di fico durata un paio di anni che ora tutti si dimenticano e che era l’unica garanzia, anche se minima, per scegliere nei collegi il candidato,

3. In Gran Bretagna dove vige il sistema dei collegi uninominali secchi è vero che vince chi prende un voto in più rispetto al proprio concorrente, ma li hanno dei parlamentari che stanno sul collegio,  hanno le primarie e anche l’opposizione sta nel collegio e si occupa dei problemi concreti di quel collegio. Qui invece il candidato viene calato dall’alto, paracadutato in un collegio vastissimo solo su delle ipotesi di sondaggio di vittoria o di sconfitta decisa a tavolino nelle “case” dei detentori del simbolo del partito. E neppure si tiene conto di rimettere degli eletti che nel corso degli anni hanno cercato di frequentare un minimo il territorio da cui erano stati precedentemente votati, ma l’unico criterio è se quel collegio è sicuro o meno per i big.

5. Poi così si arriva all’apoteosi della fine della politica e della democrazia: il circuito voto-sondaggio-voto è stato ribaltato. È il sondaggio, cioè il virtuale, che prevale sul voto reale e dato che le scelte sono fatte privatamente da chi detiene il simbolo si utilizza il sondaggio per dividersi i “posti sicuri”.

6. Inutile a questo punto fare campagna elettorale sul territorio, quindi nessuno rappresenta nessuno e avviene una de-responsabilizzazione che poi si attua anche nelle scelte concrete sui territori.

7. Dato che sul territorio non c’è campagna elettorale si lanciano solo promesse non mantenibili a livello nazionale. Si possono alzare i toni con offese o anche bugie o dimenticandosi cosa si era detto un anno prima ma sostanzialmente il singolo candidato non ha motivo di fare campagna elettorale.

8. Il 70 per cento degli eletti avviene su base proporzionale con dei listini decisi, come si diceva, in casa dei “capi”, senza la possibilità di un voto disgiunto, servono per salvare chi non viene eletto nei collegi uninominali e con piccole furbizie si riesce anche ad evitare l’alternanza “obbligatoria” uomo donna. Se poi si sta attenti si notano le candidature quintuple quindi senza sapere chi vai a votare.

In sintesi: riduzione parlamentari, no alle preferenze, listini scelti dal capo, collegi vastissimi, si accentuerà sempre più la tendenza al tecnicismo e al distacco della politica verso il territorio. Da tempo l’equilibrio dei poteri non esiste più: il legislativo è oramai saltato e si decide solo a livello esecutivo, la politica ha abdicato alla sua funzione senza dimenticarci del corto circuito mediatico giudiziario sempre presente.

Tutto questo è il risultato dell’antipolitica e anche per colpa della politica che non si è difesa ma ha abdicato il suo ruolo. Attenzione però perché se non si è consapevoli di questo e si continuerà a pensare alla politica come ad un hobby e non ad una scelta culturale si manifesteranno sempre di più scelte antidemocratiche. Qualche partito si esprimerà impegnandosi a cambiare questo sistema elettorale e dare più spazio all’impegno politico ed avvicinare maggiormente l‘elettore alle scelte dei propri rappresentanti?

Milko Pennisi, 9 settembre 2022