In Italia impazza una polemica tanto surreale quanto rivelatrice: c’è chi sostiene che con 2.000 o 2.500 euro netti al mese si possa essere “ricchi”. Una narrazione grottesca, alimentata da quella parte del Paese che vive di sussidi, di stipendi “pubblici” garantiti, ma parassitari e di propaganda ideologica contro chi produce, lavora e rischia.
La verità è che chi vive in una grande città del Centro-Nord, paga un affitto, sostiene le bollette, le tasse, i contributi e magari mantiene una famiglia, con 2.000 euro al mese – se non ha una casa ereditata – è al limite dell’indigenza. Ma il problema non è solo economico – è culturale. È il risultato di decenni di lavaggio del cervello collettivo: un popolo convinto che la ricchezza sia un furto, che il successo debba essere punito, e che lo Stato sia il grande padre buono che tutto può e tutto deve distribuire. E mentre il dibattito pubblico si infiamma sulla “ricchezza” da 2.000 euro, torna ciclicamente il ritornello della tassa patrimoniale, il vecchio sogno bagnato della sinistra statalista. Un modo per colpire, colpevolizzare ancora una volta chi ha risparmiato, chi ha costruito, chi non ha chiesto niente a nessuno. Ma su una cosa non si discute mai: come tagliare lo schifo immondo degli sprechi pubblici.
Nessuno osa toccare l’enorme mostro della spesa improduttiva, le migliaia di enti inutili, fondazioni, partecipate, authority, consorzi, società pubbliche, enti dipendenti ecc ecc che bruciano miliardi per garantire stipendi, poltrone e nomine politiche agli amici e agli amici degli amici. Una ragnatela di potere e clientele che soffoca il mercato, distorce la concorrenza e toglie ossigeno a chi produce ricchezza vera. L’Italia non è un Paese povero: è un Paese dissanguato da un sistema parassitario. Un Leviatano che divora ben oltre metà del PIL nazionale e che, per sopravvivere, deve continuamente trovare nuovi “ricchi da spremere”, nuovi capri espiatori – come il totem dell’evasione fiscale, nuove campagne di odio anti-capitalista da dare in pasto all’opinione pubblica.
Il vero dibattito, quello che la politica evita come la peste, dovrebbe essere su come smantellare questa macchina infernale: come ridurre in modo drastico la spesa pubblica improduttiva, come passare da un sistema previdenziale a ripartizione a uno realmente fondato sulla libertà individuale, come restituire ai cittadini il diritto di gestire ciò che guadagnano senza dover mendicare bonus, contributi o elemosine di Stato, che non sono mai gratis. Solo così si può restituire dignità e libertà economica al ceto medio produttivo, l’unico vero motore della società italiana. Chi parla di “patrimoniale”, di “redistribuzione”, di “evasione fiscale” è parte del problema, non della soluzione. Serve il coraggio di dire che la povertà in Italia non nasce dal mercato, ma dallo Stato. E che finché non spezzeremo le catene dello statalismo, nessuna crescita, nessuna riforma, nessuna “giustizia sociale” sarà possibile.
È tempo di dire basta. Basta con la menzogna dei “ricchi da 2.000 euro”. Basta con l’odio di classe travestito da solidarietà. Basta con la retorica parassitaria che difende il privilegio pubblico e criminalizza la libertà privata, agitando il totem dell’evasione fiscale per coprire l’immondo spreco del denaro dei contribuenti. L’Italia potrà tornare a respirare solo quando lo Stato arretrerà e i cittadini torneranno liberi di vivere, lavorare e prosperare senza essere trattati da sudditi.
Andrea Bernaudo, 10 novembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


