La vicenda avvenuta nel quartiere Prati di Roma, dove un cecchino ha colpito sette persone con una pistola ad aria compressa, suggerisce alcune riflessioni. L’autore dei reati ha infatti confessato, ma per ora la Procura ha deciso di lasciarlo a piede libero, senza misure cautelari, in attesa di processo. Si ricorderà allora la recentissima storia di Mario Roggero, condannato per omicidio plurimo ai danni di due rapinatori. A chi cercasse di giustificare il comportamento di Roggero veniva risposto che tali reazioni sono da “Far West”. Mio intento, ora, non è rientrare nel dibattito di tale vicenda, che è comprensibilmente vasto e divisivo.
Mi sorge però una domanda. Se la Procura lascia in libertà un uomo che ha ferito più persone “per divertimento”, non è già questo il “Far West”? La verità è che il dibattito giudiziario in Italia è troppo condizionato dalla diffusa visione della legge come un’istituzione “sacra”, invece che umana e basata sull’esperienza e lo studio di nuovi casi. Si ricordino in tal senso le parole spese da Mattarella proprio per il caso Roggero: “Adattare le leggi ai singoli casi rappresenta l’abdicazione dello Stato”.
A mio parere tale visione dogmatica e universale della legge è errata, dal momento che essa nasce da una visione convenzionale e contrattualistica tra uomini, un pactum unionis, come definì John Locke la spontanea e condivisa adesione a una società retta da un governo e da leggi. Se viene a mancare la fiducia ed il riconoscimento attivo dei cittadini nella giustezza delle leggi, proprio allora viene meno lo Stato.
I realisti giuridici americani, su tutti Oliver Wendell Holmes, sottolinearono come “la vita del diritto non è la logica, ma l’esperienza”. Secondo tale visione la legge si pone a posteriori. Le leggi sono infatti un’astrazione deduttiva, frutto dell’esperienza dei singoli casi, e come tali risultano ambigue, talvolta contraddittorie.
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In questo contesto di incertezza legislativa e giuridica si inserisce benissimo la teoria che Aristotele, con una genialità “vecchia” quasi 2500 anni, espose nella propria “Etica Nicomachea”. Anche per il filosofo di Stagira, infatti, le leggi generali, formalmente “universali”, non riescono a adattarsi ad ogni singolo caso, data la variabilità e l’imprevedibilità della realtà. Entra allora in gioco il concetto aristoteliano di “epieìkeia”, ovvero “equità”. Essa si pone proprio come un correttivo della legge laddove essa sia difettosa a causa della propria universalità. È la capacità di andare oltre il formalismo giuridico della legge scritta, quando ve ne sia bisogno, in un’ottica tesa alla ricerca della vera giustizia anche nel singolo caso particolare, specie se inedito o anomalo.
Comprendo però perché, in un Paese in cui un cecchino ed un molestatore di una 13enne vengono immediatamente rimessi in libertà, tali concetti di giustizia siano diffusamente ignorati. Ci meritiamo il “Far West”. Quello in atto ora, in Italia. Non quello di Roggero.
Flavio Maria Coticoni, 20 settembre 2026
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