Giustizia

Ai migranti solo diritti. E i doveri?

Dall'allarme choc di Monsignor Schneider sui confini cancellati ai certificati facili nei CPR: ecco come l'asse tra giustizia militante e sanità ideologica sta smontando le regole dello Stato

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“Questa situazione è un’agenda politica globale da parte di entità potenti per distruggere culturalmente e religiosamente l’Europa, mirando in ultima analisi a distruggere il Cristianesimo in Europa”. Il vescovo Mons. Athanasius Schneider ha usato inoltre una parola che oggi molti considerano impronunciabile: invasione. Parlando dell’immigrazione islamica di massa in Europa, ha sostenuto che non si tratti semplicemente di una crisi umanitaria, ma di un processo destinato a trasformare radicalmente l’identità culturale e religiosa europea. È una tesi politica e religiosa, discutibile e certamente non dimostrata come fatto. Ma liquidarla con una scrollata di spalle sarebbe troppo facile. Perché una domanda rimane: che cosa sta diventando l’Europa dopo quindici anni di immigrazione gestita troppo spesso con la categoria dei diritti e troppo poco con quella dei doveri? Diritti, sempre diritti. E i doveri?

Il ritornello lo conosciamo. Il migrante ha diritto. Ha diritto all’accoglienza. Ha diritto alla protezione. Ha diritto al ricorso. Ha diritto a questo e a quello. Tutto vero, quando quei diritti sono previsti dalla legge. Ma c’è una domanda che viene molto meno spesso pronunciata: quali sono i doveri? Perché anche il migrante, come chiunque altro, è soggetto alla legge. E soprattutto: il diritto all’accoglienza non può trasformarsi magicamente nel diritto a rimanere in un Paese quando i requisiti giuridici per restarvi non esistono. Sembra banale, eppure, nel dibattito pubblico europeo, ricordarlo è diventato quasi un atto di sovversione.

La magistratura non può diventare il Parlamento

Qui entra in gioco il problema più delicato: quello di una certa interpretazione giudiziaria delle norme sull’immigrazione. Nessuno mette in discussione il ruolo dei giudici nel garantire i diritti fondamentali, è una delle colonne dello Stato di diritto, ma un conto è controllare che una decisione amministrativa rispetti la legge, un altro è produrre, attraverso interpretazioni estensive e reiterate, effetti che finiscono per condizionare strutturalmente la politica migratoria. Il giudice interpreta la legge e non può e non deve trasformarsi nel legislatore che la politica non è riuscita a essere. Se una legge è sbagliata, la si cambi. Se è incostituzionale, intervenga la Corte Costituzionale. Se è incompatibile con il diritto europeo, si applichino le procedure previste.

Ma l’idea che la legge possa essere progressivamente svuotata attraverso interpretazioni giudiziarie orientate da una determinata sensibilità politica dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la separazione dei poteri. Non perché tutti i magistrati siano «militanti», ma perché la magistratura militante, quando esiste, rappresenta un problema istituzionale precisamente perché confonde il confine tra applicare la legge e cambiarne gli effetti.

E adesso i medici

La vicenda dei certificati medici contestati dalla Procura di Ravenna porta il problema a un livello ancora più delicato. Secondo l’ipotesi investigativa, alcuni medici avrebbero predisposto certificazioni non corrispondenti alla reale situazione clinica di migranti destinati ai CPR, contribuendo così a impedirne o ostacolarne il trasferimento. Sono accuse ancora da dimostrare. Gli indagati contestano gli addebiti e sarà la giustizia ad accertare le responsabilità. Ma se quelle accuse fossero confermate, la domanda sarebbe inevitabile. Dove finisce la professione e dove comincia l’attivismo politico? Il medico cura, certifica, ma non fa politica attraverso la diagnosi.

Se ritiene ingiusta una legge, protesti, manifesti, scriva, faccia ricorso, chieda al Parlamento di cambiarla; ma non può trasformare il proprio certificato professionale in uno strumento di disobbedienza civile. Il Giuramento di Ippocrate non è una Costituzione parallela, e la coscienza individuale non può diventare una patente per decidere quali norme dello Stato meritino di essere rispettate.

La morale non sostituisce la legge

È questo il punto che qualcuno continua a non voler capire. Si può essere favorevoli all’accoglienza; si può essere contrari ai CPR; si può ritenere sbagliata una politica di rimpatrio; si può considerare disumana una determinata legge; si può perfino organizzare una campagna politica per abolirla, ma finché quella legge è in vigore, la si deve rispettare. Altrimenti non siamo più davanti a uno Stato di diritto, siamo davanti al principio secondo cui ciascuno applica la legge che gli piace e disobbedisce a quella che considera moralmente sbagliata. E questo principio, una volta introdotto, non appartiene più né alla destra né alla sinistra, è semplicemente anarchia istituzionale.

L’Europa deve tornare a pronunciare una parola dimenticata: limite

L’immigrazione non può essere affrontata soltanto attraverso la compassione. La compassione è una virtù privata. Governare uno Stato è una responsabilità pubblica. Significa decidere quanti ingressi siano sostenibili. Chi può entrare. Chi può restare. Chi ha diritto alla protezione. Chi deve essere rimpatriato. Come garantire sicurezza e integrazione. E come far rispettare le decisioni delle istituzioni. Perché uno Stato che proclama diritti ma non riesce a far rispettare i doveri produce inevitabilmente una sola cosa: sfiducia nelle regole. E quando il cittadino vede che una norma viene applicata con rigore a lui e può essere aggirata da chi dispone degli strumenti, delle competenze o delle sponde istituzionali necessarie, la fiducia nelle istituzioni si dissolve.

Questa non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di democrazia. Diritti, certamente; ma non diritti senza condizioni. Accoglienza, quando prevista dalla legge; ma non accoglienza come principio assoluto. Solidarietà, certamente; ma non solidarietà contro la legge. E soprattutto una regola elementare, che dovrebbe valere per tutti: nessuno è autorizzato a decidere da solo quali leggi siano giuste e quali possano essere disobbedite. Neppure il politico. Neppure il magistrato. Neppure il medico. Neppure l’attivista. Perché nel momento in cui ciascuno si proclama giudice della legge, la legge smette di essere legge. E diventa soltanto un’opinione tra le altre.

Massimo Micheli, 21 settembre 2026

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