in

Toyota, Elon Musk e le nubi nere sull’auto elettrica

Akio Toyoda

Dimensioni testo

L’industria dell’auto resta la più importante industria del mondo: in termini di occupati, di ricerca e di indotto. In questa settimana sono avvenuti due eventi, apparentemente contrastanti, ma sui quali conviene riflettere bene. Il primo riguarda la dichiarazione di Akio Toyoda.

L’attacco di mister Toyota

Da undici anni è alla guida di quello che un tempo era il primo gruppo automobilistico del mondo, la Toyota appunto, e pronipote del suo fondatore. Guida anche la potente lobby dei costruttori di auto giapponesi, una delle industrie più vaste del pianeta. Uomo riservato, educato in Giappone, appassionato gentleman driver, ma tanto schivo da partecipare alle gare con un nome falso, sperando di non venir riconosciuto. Il signor Toyota ha preso la parola, un paio di giorni fa, a una conferenza pubblica per dire delle cose terribili sulle auto elettriche: «Esse sono sopravvalutate» ha detto pubblicamente. E ci sono due aspetti concreti che lo portano a fare questa considerazione.

1. Il primo riguarda le emissioni di anidride carbonica che il processo elettrico comunque comporta e che aumenta esponenzialmente all’aumentare dei veicoli con la spina in circolazione.

2. Il secondo aspetto riguarda i costi sociali che comporterebbe la transizione completa all’elettrico: il costo delle infrastrutture sarebbe mostruoso per il Giappone e pari ad una ampia forchetta che va dai 165 ai 438 miliardi di euro. Inoltre ci sarebbero milioni di posti di lavoro che andrebbero in fumo.

Insomma per il più grande produttore al mondo di auto ibride (la Prius va a scoppio e ad elettricità) si tratta di una dichiarazione che lascia il segno. E che non può essere bollata semplicemente come la sparata di un negazionista. Toyoda è uno tosto. Quando richiamò un numero pazzesco di auto in America, per alcuni difetti che potevano avere, volò a testimoniare davanti al Congresso, rivendicando l’operazione come segno della maniacale ricerca della qualità che il suo gruppo persegue.

Paradosso Tesla

Nelle stesse ore in cui Toyoda lanciava i suoi strali contro l’elettrico, i fondi passivi (quelli cioè che replicano gli indici di Borsa, senza fare tanti svolazzi) cercavano di capire quante azioni Tesla dovevano mettere nel proprio portafoglio. La società di Elon Musk crede solo nell’elettrico. E il mercato quest’anno gli va appresso. Nonostante i suoi volumi di vendite siano infinitesimali rispetto a Toyota: basti pensare che per ogni Tesla si vendono 23 Toyota. La prima ha venduto nel 2019, 367 mila auto; il gruppo giapponese ne ha piazzate 8,3 milioni. Eppure Tesla è diventata la prima società automobilistica (se si può definire così) per valore di Borsa, e ieri raggiungeva una capitalizzazione superiore ai 600 miliardi di dollari (vale più dell’intera Borsa Italiana). Ma torniamo ai nostri fondi passivi.

I gestori nelle prossime settimane dovranno comprare azioni Tesla per la bellezza di 85 miliardi di dollari. Il titolo di Musk è stato infatti promosso nell’indice S&P 500, il che vuol dire che tutti gli strumenti di risparmio che replicano i titoli dell’indice dovranno ingozzarsi di quelle azioni elettriche per non essere sbilanciati. Insomma un grande successo, non solo in termini finanziari, ma anche di reputazione. Tesla non più sogno finanziario, ma una realtà da paniere di Borsa tradizionale.