Le elezioni di midterm dimostrano ancora una volta perché considero gli Stati Uniti una delle più riuscite democrazie del mondo. Altro che autocrazia di Trump, come ci hanno raccontato per mesi tanti politologi italiani con la spilletta democratica appuntata sul petto. Gli americani hanno votato, hanno punito politicamente il presidente e il suo partito, e le istituzioni americane hanno dimostrato ancora una volta la propria forza e usato i propri anticorpi.
Ho sempre amato l’America per questo. E ho continuato ad amarla indipendentemente da chi occupasse la Casa Bianca. Non sono però contento del risultato. E non ho difficoltà a spiegare perché. Trump ha commesso errori politici enormi. La postura nei confronti di Putin, la strategia militare nella guerra con l’Iran, la politica dei dazi e persino quel suo modo spesso caricaturale di rapportarsi alla stampa hanno indebolito la sua leadership internazionale e probabilmente compromesso anche la sua credibilità.
Ma c’è una battaglia nella quale Trump ha avuto il merito di rompere un conformismo soffocante: quella contro il fanatismo ideologico. Contro l’ambientalismo apocalittico che pretende di governare l’economia attraverso divieti, imposizioni e sacrifici. Contro la trasformazione delle teorie climatiche in dogmi politici indiscutibili. Contro il wokismo, le quote identitarie, la pretesa di imporre per legge una determinata visione culturale, morale e sociale o le proprie preferenze sessuali.
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Trump ha avuto il coraggio di sfidare frontalmente tutto questo, arrivando a definire senza mezzi termini una grande truffa la narrazione catastrofista sul clima. E non parliamo di negare l’inquinamento, che è un problema reale e distinto dalla questione climatica. Parliamo del diritto di mettere in discussione le conclusioni dell’IPCC, come fanno studiosi, premi nobel senza essere immediatamente bollati come eretici e negazionisti. La scienza vive di confronto, non di dogmi. E soprattutto nessuna teoria scientifica può trasformarsi automaticamente in una licenza politica per imporre tasse, divieti e pianificazione economica. Io avrei preferito che Trump continuasse ad occuparsi di questo con sempre maggiore determinazione.
Ed è proprio qui che nasce la mia preoccupazione. Che gli errori di Trump finiscano per restituire forza e legittimazione proprio a quelle ideologie contro le quali milioni di americani avevano reagito eleggendolo e contro le quali si inizia a reagire, seppur timidamente, anche in Europa. Perché la libertà individuale comprende il diritto di vivere come si vuole, amare chi si vuole, credere in ciò che si vuole. Ma non comprende il diritto di imporre agli altri, attraverso lo Stato, i propri valori, le proprie convinzioni o le proprie preferenze. Non voglio uno Stato che imponga la mia morale o una morale conservatrice. Ma nemmeno uno Stato che imponga una morale progressista. Non voglio che qualcuno stabilisca per legge come dobbiamo pensare, parlare, produrre, consumare o vivere.
La sconfitta elettorale di Trump non deve diventare la rivincita del pensiero unico. L’America ha dimostrato di saper mettere un limite al potere di un presidente. Mi auguro che sappia continuare a mettere un limite anche al potere delle ideologie. La grandezza della democrazia americana non sta nella vittoria dei repubblicani o dei democratici: sta nella libertà degli individui di non dover appartenere né agli uni né agli altri. E soprattutto di non dover obbedire alle loro ideologie.
Andrea Bernaudo, 4 novembre 2026
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