Giustizia

Tutte le castronerie di Barbero sul referendum

Risposta alle argomentazioni dello storico contro la separazione delle carriere

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Lo stimato storico Alessandro Barbero osserva che la questione referendaria «è diventata una battaglia politica fra un Governo di destra che vuole far passare la riforma e la sinistra che cerca di scongiurarla». Pienamente concordo col professore sulla politicizzazione dello scontro tra Sì e No. Posto che il Governo vorrebbe far passare la riforma – com’è ovvio, essendo essa parto del proprio operato (e quindi deve per forza ritenerla buona e giusta) – la deduzione che segue dalla constatazione di Barbero è che la sinistra vuol farla fallire per ragioni, tutte politiche, di trarre vantaggio dal presunto fallimento del Governo.

L’opposizione – si accorge insomma Barbero – non si cura che la riforma sia cosa buona e giusta, ma la vive come occasione di battaglia politica. Anzi – aggiungerei io – quanto più la riforma è cosa buona e giusta, tanto più è interesse dell’opposizione non farla passare, perché con essa passerebbe una cosa buona e giusta compiuta dal Governo. Non sia mai. È la stessa logica seguita con l’opposizione al Ponte sullo Stretto.

Continua il professore: «Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra Pm e giudici, che di fatto c’è già: il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare». Senonché, caro professore, questo non significa affatto separazione delle carriere. Attualmente i due ruoli hanno unico concorso, unico organo regolatore, controllore, disciplinare, e che decide sugli avanzamenti nel ruolo. Cioè le carriere non sono separate. Naturalmente uno potrebbe chiedersi: e vabbè, che importanza ha? L’importanza è cruciale.

Nella maggioranza dei casi, con eccezione di quelli per reati più lievi, il primo filtro per un rinvio a giudizio sarebbe nel lavoro del Gip e del Gup, i quali, proprio in quanto “colleghi” del Pm, potrebbero essere più proni ad accondiscendere alle richieste di questi. È un condizionale ipotetico? No: le statistiche ci dicono che quasi il 95% delle richieste dei Pm sono accolte, ma il 40% dei contenziosi finisce con l’assoluzione, cioè un buon 40% di processi avrebbero dovuto essere fermati a monte dai giudici.

E le statistiche ci dicono pure che la Cassazione dichiara inammissibili oltre il 70% dei ricorsi degli avvocati, ma solo il 30% di quelli dei Pm, cioè questi sono più favoriti anche dai Giudici di Cassazione.

Incalza Barbero: «La riforma indebolisce la magistratura perché sdoppia il Csm». Il professore usa un banale trucco retorico quando usa la parola “indebolisce”. Un retore del Sì avrebbe potuto parimenti dire che «La riforma rafforza la magistratura perché sdoppia il Csm». In realtà, a meno di argomentazioni che nessuno ha finora avanzato, il potere giudiziario non è né indebolito né rafforzato da due Csm, anziché uno.

I due Csm semplicemente portano a compimento ciò che Barbero non contesta dovrebbe esserci e, anzi, pensa ci sia già: la separazione delle carriere, condizione necessaria per avere il giusto processo, un principio scolpito nell’art. 111 come modificato nel 1999 durante il Governo D’Alema. Perché – val la pena rammentarlo – il principio del giusto processo non era presente nella Costituzione del 1948.

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E ancora: «Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati siano tirati a sorte. La giustificazione è che la magistratura è politicizzata – cosa considerata orribile – ed elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti». Il tono di Barbero quando pronuncia le parole «cosa considerata orribile» è inequivocabile: egli si meraviglia del fatto che si vorrebbe evitare la magistratura politicizzata e, anzi, ritiene normale e giusto che la magistratura sia politicizzata. Bisogna ascoltare il video del professore per apprezzarne appieno il tono e, di conseguenza, il pensiero. Che è di memoria cortissima perché due minuti prima non aveva risparmiato all’ascoltatore il pistolotto sull’importanza della indipendenza della magistratura dalla politica («sotto il regime fascista era il ministro, cioè il Governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura»).

Caro professore, il fatto che la Magistratura non sia politicizzata è una cosa insita nel principio che la vuole «indipendente». Il fatto è che da un paio di decenni dopo il 1948 si sono formate le “correnti” politicizzate che, oltre altri nobili attività, si sono date anche quella di determinare la composizione del Csm, i cui membri risultano così politicamente colorati, alla faccia della indipendenza dalla politica. Non solo: ai magistrati che scelgono di mantenere totale indipendenza politica e di non aderire ad alcuna corrente, non saranno mai eletti nel Csm: di nuovo, alla faccia della indipendenza dalla politica.

Ed eccoci all’ultima obiezione del professor Barbero: «Organismi dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il Governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il Governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni». Il professore qui ci meraviglia perché, intanto, confonde Parlamento e Governo. Poi, i membri laici – cioè quelli che la Costituzione vuole rappresentanti del popolo (nella fattispecie del Parlamento e non del Governo) – ovviamente non possono essere estratti a sorte, sennò non sarebbero rappresentanti del popolo.

Essi devono esserci perché la Magistratura – pur «autonoma e indipendente da ogni altro potere» (art. 104), non è al di sopra del popolo, che è «sovrano» (art. 1), cosicché, se il Csm vigila sui magistrati, il popolo vigila sul Csm, ove è rappresentato. In ogni caso, rispetto alla componente togata, lo è in netta minoranza, circostanza che rende impossibile codesto paventato controllo.

Quanto al Governo che «potrà dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni», è un’altra frase corroborata da nessuna parola scritta nella riforma, che invece ribadisce la totale indipendenza della Magistratura. Peraltro, nessun Governo ha interesse a costruire una Magistratura ai propri ordini: un giorno sarebbe agli ordini degli avversari, quando questi andranno al Governo. Professore, spero che la sua onestà intellettuale la induca, se non a rivederle, almeno a riflettere sulle sue preoccupazioni.

Franco Battaglia, 15 marzo 2026

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