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Tutte le tasse che vuole appiopparci la sinistra

enrico letta

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Sembrerebbe che il professor Gaetano Manfredi, già Magnifico Rettore della Federico II e ministro dell’Università nel secondo governo Conte (il più serio e meno ciarliero di tutti va ammesso), si sia convinto, dopo aver avuto non poche titubanze, a scendere in campo per la poltrona (un tempo ambita) di sindaco di Napoli. Il fatto è che l’illustre candidato aveva visto i conti del Municipio e si era reso conto che esso è sull’orlo del fallimento, dopo anni di spese improduttive e clientelari, a cui ultimamente si era aggiunta la costosa demagogia del sindaco Masaniello De Magistris.

Il patto lacrime e tasse

Con eroico spirito di sacrificio, Manfredi si è infine immolato dopo che dopo che i capi dei tre partiti che lo appoggeranno hanno sottoscritto un piano tutto tasse e sacrifici per Napoli. Un programma di governo che non si ben capisce come una delle città più povere d’Italia potrà sopportare. Ma tant’è! La cosa che però qui più ci interessa è mettere in luce il modo di ragionare che è sotteso a questa propensione della sinistra per le tasse. Si tratta, nel caso di Napoli, di rimediare al fallimento dello Stato, cioè in concreto degli uomini che hanno amministrato sperperando i soldi della città, dando loro altri soldi e sottraendoli a quelle forze produttive che anche nel capoluogo campano ci sono e che già hanno abbondantemente finanziato gli sperperi del passato.

Il partito del fisco

A tutta evidenza, le tasse non sono la soluzione, ma proprio il problema: non il farmaco, ma il veleno. Ma si sa, come diceva quel tale, sono le idee a muovere il mondo. E spesso si tratta di ideologie, rigide e impermeabili quanto altro mai. Questo amore della sinistra per le tasse non assume però solo un aspetto riparatorio o medicamentoso  (o presunto tale) come a Napoli. Più spesso la tassa è lo strumento che la sinistra utilizza per ridisegnare il mondo a immagine e somiglianza della sua ideologia. Anche in questo caso, il ragionamento è semplice semplice, quasi banale. Il mondo è storto e perciò a noi che siamo “i migliori”, i “buoni” per definizione, è assegnato dalla storia il compito di “migliorarlo”, cioè renderlo simile a noi, semplicemente spostando le pedine sulla scacchiera e riconfigurandole diversamente.

L’ideologia che guida la sinistra

Quindi se Tizio ha presumibilmente risorse maggiori di Caio, casomai perché mentre Caio poltriva e lui ha sgobbato, creandosi per sé e i suoi anche un gruzzolo di riserva, per reinvestirlo o anche per mettersi a riparo da possibili avversità della fortuna, io Stato, fattomi ingegnere del nuovo mondo e “architetto della politica”, glielo sottraggo con la mia autorità e lo dò all’altro. È questo il ragionamento di Letta, quando propone la tassa di successione. Ma è anche quello di chi vuole indirizzare l’economia verso “fini etici” e quindi vuole punire con le tasse chi secondo lui non produce in previsione del raggiungimento di questo fine.

Tassare, tassare, tassare

Ora, visto che il fine è oggi, vero e proprio idòla fori di baconiana memoria, una spesso malintesa “sostenibilità ambientale”, cosa c’è di più facile che concepire una ecotax sulla plastica o sulle emissioni? O altre tasse similari quali è dato rinvenire, ad esempio, nel Pnrr? Che poi in questo modo falliscano produzioni e aziende, poco importa di fronte al fine sommo. Che è poi semrpe il ragionamento delle uova che bisogna necessariamente rompere per fare una buona frittata di staliniana memoria. Con il risultato che alla fine le uova son rotte e, per l’acclarata eterogenesi dei fini nemmeno la frittata è venuta fuori. C’è poi però ancora un altro modo di concepire le tasse, che è quello dei tecnocrati che, come gli “indipendenti di sinistra” di un tempo, si fanno della sinistra “compagni di viaggio”. Per costoro pagare le tasse è bello, come diceva la buonanima di Tommaso Padoa Schioppa, perché esse servono allo Stato per garantire buoni e efficienti servizi. Che è un altro ragionamento che va in tilt, sol che si pensi a come sono ridotti in Italia i servizi pubblici a fronte di una tassazione che è fra le più alte del mondo.