Il Parlamento spagnolo ha bocciato i due decreti con cui il governo di Pedro Sánchez puntava ad affrontare l’emergenza abitativa. Ma secondo Alessandro De Nicola, che sulla Stampa analizza le misure proposte dall’esecutivo, il voto contrario del Congresso potrebbe aver evitato – paradossalmente – effetti opposti rispetto a quelli dichiarati. Il punto centrale della sua analisi è semplice: proteggere chi oggi ha già un contratto può finire per rendere ancora più difficile trovare casa a chi la cercherà domani.
I provvedimenti prevedevano infatti un ampio pacchetto di interventi. Tra questi, la sospensione fino al 2030 di determinati sfratti per le persone vulnerabili senza alternative abitative, proroghe dei contratti fino a due anni per gli inquilini in regola, limiti agli aumenti dei canoni, nuove regole per gli affitti stagionali e per stanze e maggiori obblighi a carico dei proprietari. Il secondo decreto avrebbe invece allungato fortemente la durata delle locazioni, introducendo rinnovi automatici e indennizzi nel caso in cui il proprietario avesse negato il rinnovo senza una delle cause previste.
È qui che De Nicola concentra la sua critica. «Con misure del genere il beneficio è immediato e visibile per chi possiede già un contratto; il danno è differito e disperso tra quanti cercheranno casa domani». A sostegno della tesi cita anche uno studio pubblicato nel 2019 sull’American Economic Review relativo a San Francisco: l’estensione del controllo degli affitti avrebbe ridotto la mobilità degli inquilini tutelati, mentre i proprietari interessati avrebbero diminuito di circa il 15% l’offerta di abitazioni in locazione. Il risultato viene sintetizzato così: «chi resta (anche se benestante) è protetto; chi entra paga di più o non trova casa».
Non sarebbe soltanto una questione di quantità di case disponibili. De Nicola richiama studi su New York secondo i quali i controlli sui canoni possono spingere le famiglie a restare in abitazioni non più adatte alle proprie necessità pur di conservare condizioni economiche favorevoli. Una rassegna pubblicata nel 2024 sul Journal of Housing Economics viene inoltre citata per gli effetti associati a queste politiche: minore offerta e mobilità, meno manutenzione degli immobili e deterioramento della qualità.
Applicato alla Spagna, il ragionamento porta De Nicola a sostenere che tetti agli aumenti, proroghe obbligatorie, rinnovi molto lunghi e maggiori difficoltà nel recuperare gli immobili avrebbero potuto spingere i proprietari a diventare più selettivi, chiedere maggiori garanzie oppure destinare le case alla vendita o ad altri utilizzi. Con un paradosso: a pagarne maggiormente le conseguenze sarebbero stati «soprattutto giovani, lavoratori mobili, immigrati e famiglie senza solide referenze: proprio i gruppi che la politica dichiarava di voler aiutare».
Per l’autore, dunque, la strada dovrebbe essere diversa. Dopo otto anni di governo Sánchez, osserva De Nicola, il problema abitativo resta irrisolto e di fronte a un eccesso di domanda la risposta dovrebbe passare soprattutto dall’aumento dell’offerta: costruire e ristrutturare più abitazioni, favorire l’edilizia sociale e utilizzare incentivi fiscali. Alcune di queste misure, riconosce, erano peraltro presenti anche nei decreti respinti.
La conclusione dell’analisi è particolarmente netta. Secondo De Nicola le norme, oltre a rappresentare a suo giudizio «un attacco alla proprietà privata», avrebbero rischiato di produrre «il paradossale effetto di svantaggiare proprio i più disagiati». E chiude con una stoccata rivolta al dibattito italiano: «Non dubitiamo che anche in Italia qualcuno la troverà un’ottima idea».
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