C’è un filo rosso che unisce Vittorio Sgarbi, Beatrice Venezi e Pietrangelo Buttafuoco. Ed è il progressivo arretramento del governo sul terreno culturale. Un arretramento politico prima ancora che simbolico. Perché proprio attorno a queste tre figure il governo aveva tentato di costruire l’idea di una propria egemonia culturale, alternativa a quella dominante negli ultimi decenni. Eppure, uno dopo l’altro, quei nomi sono stati progressivamente scaricati, sfiduciati o lasciati soli.
All’inizio fu il caso di Vittorio Sgarbi. Chiamato al Ministero della Cultura come sottosegretario per rappresentare una voce irregolare, polemica e non allineata, venne rapidamente trasformato in un problema da rimuovere. Le sue dimissioni arrivarono nel pieno delle polemiche e il governo non oppose alcuna vera resistenza politica per difenderne il ruolo. Il messaggio fu chiarissimo: quando la pressione mediatica e istituzionale aumenta, la priorità non è difendere una linea culturale autonoma, ma normalizzarsi.
Il caso di Beatrice Venezi è forse ancora più emblematico. Per anni è stata presentata come il volto di una nuova stagione culturale: giovane, internazionale, estranea ai circuiti tradizionali dell’intellettualità progressista. Ma nel momento dello scontro con la Fondazione del Teatro La Fenice, è stata lasciata sola. Dopo la rottura con il teatro veneziano, il ministro ha scelto di sostenere il sovrintendente e non la direttrice d’orchestra che, fino al giorno prima, era stata elevata a simbolo di un possibile cambiamento. Non a caso, la stessa Venezi ha parlato apertamente del fatto che “forse è sfumato il progetto culturale di questo governo”. Una frase pesantissima, soprattutto perché pronunciata da chi quel progetto avrebbe dovuto incarnarlo.
Ora tocca a Pietrangelo Buttafuoco. La vicenda della Biennale di Venezia rappresenta il passaggio più politico di tutti. Buttafuoco ha rivendicato un principio semplice: la cultura non può trasformarsi in un terreno permanente di censura geopolitica. Ha sostenuto che arte e dialogo debbano sopravvivere persino dentro i conflitti. Ma immediatamente sono arrivate pressioni europee, minacce relative ai finanziamenti e richieste esplicite contro la presenza russa alla Biennale.
Ed è qui che emerge il punto decisivo. Davanti ai diktat europei, il governo italiano non ha difeso fino in fondo né l’autonomia culturale della Biennale né la posizione del suo presidente. Ha oscillato, ha preso le distanze, lasciando che Buttafuoco restasse esposto quasi da solo. È il segno di una subalternità culturale ormai evidente: l’Italia può forse governare ministeri e istituzioni, ma fatica a sostenere una linea culturale realmente indipendente quando questa entra in conflitto con l’ortodossia dominante europea.
Il paradosso è enorme. Questo governo aveva promesso una “contro-egemonia” culturale. Aveva sostenuto che la destra dovesse finalmente smettere di delegare cultura, arte e immaginario ai propri avversari. Ma nei fatti, ogni volta che emerge una figura davvero libera, irregolare, non perfettamente allineata, il copione si ripete: isolamento, presa di distanza, sacrificio politico.
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Vittorio Sgarbi è stato scaricato. Beatrice Venezi è stata abbandonata. Pietrangelo Buttafuoco viene lasciato solo mentre l’Europa pretende di dettare la linea persino su chi possa o non possa partecipare a una manifestazione artistica.
Il comune denominatore che lega i tre casi è evidente: il governo non ha difeso le sue voci più autonome e irregolari nel momento in cui sono diventate scomode. Le ha esibite finché erano utili come simboli, salvo poi sacrificarle quando il costo politico della loro difesa è aumentato. Ed è proprio qui che si misura il fallimento di una possibile egemonia culturale: non nell’assenza di figure originali, ma nell’incapacità di sostenerle quando vengono attaccate.
Alla fine, la vera svolta culturale di questo governo sembra essere stata la rinuncia ad averne una.
Salvatore di Bartolo, 10 maggio 2026
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