Atlantico Quotidiano

Il caso Garlasco, una storia italiana: il vero crimine “sociale”

Tutti esperti di Dna. Quello che il popolo televisivo non perdona: del bravo ragazzo con la faccia da bravo ragazzo non si può che supporre qualche perversione nascosta

Stasi Garlasco Poggi

I presupposti 

Garlasco è una sonnolenta e nebbiosa località della Lomellina, quella parte della provincia di Pavia che non è più Piemonte ma nemmeno sa già di Lombardia, un posto dove non succede mai niente.

In quella cittadina di nemmeno 10 mila abitanti dove tutti vanno in bicicletta, nulla sembrava degno di nota prima di quel tragico 13 agosto 2007, un lunedì qualsiasi, per quanto a molti segnasse la prima vera giornata di ferie da godersi in santa pace lungo la Riviera ligure o in montagna, quando non la tanto attesa occasione per fare visita alla famiglia rimasta al Sud.

Ma fu anche l’ultimo giorno di vita di una ragazza di ventisei anni come tante altre, di aspetto gradevole senza essere provocante, laureatasi in tempo e subito assunta presso l’Università di Pavia; insomma, una ragazza perbene appartenente alla piccola borghesia locale e, a quanto risulta, dalle frequentazioni assolutamente normali.

Altrettanto senza scossoni o segni particolari la vita del suo fidanzato, Alberto Stasi, un giovane dalla faccia pulita e l’espressione un pò timida, ben lungi dal confermare nei suoi tratti somatici le teorie di Lombroso sulla fisiognomica dell’assassino.

Un orrendo e del tutto inusitato delitto nella laboriosa pianura padana dove tutti sembrano conoscersi da sempre e dove il tempo sembra scorrere tutto uguale e senza grandi emozioni.

Il caso giudiziario

Il giovane allora laureando Alberto Stasi, da subito sospettato come autore materiale dell’omicidio e processato con quel capo d’imputazione, venne dapprima assolto in primo grado (2009) ed ancora in appello (2011), per poi venire condannato a seguito della sentenza di appello-bis ed infine definitivamente condannato alla pena della reclusione per 16 anni dalla Corte di Cassazione (2015).

Questo, in estrema sintesi, l’iter giudiziario di una vicenda di cronaca nera che sta battendo ogni picco di popolarità nel pubblico italiano. Più del Caso Montesi (1953), più del Caso del Circeo (1975), persino più discusso del caso del Mostro Di Firenze (1968-1982), e persino più del caso di Avetrana (2010), benché tutte vicende che scossero profondamente le coscienze e l’opinione pubblica nel nostro Paese, nella vicenda dell’uccisione di Chiara Poggi si sono combinati perversamente molti elementi disparati, tutti attualissimi.

Non è avventato definirlo il caso più dibattuto e controverso del nostro Dopoguerra. Come in un romanzo giallo, gli elementi di base c’erano tutti: la vittima ritrovata sul luogo dell’omicidio; un sospettato che chiama le forze dell’ordine dicendo di aver ritrovato il corpo martoriato della sua fidanzata riverso in un lago di sangue all’interno della abitazione di costei; una serie infinita di prove confuse e di testimonianze poco chiare che hanno costretto gli inquirenti a, come si dice nei gialli, brancolare nel buio.

Un processo penale tuttora aperto, alla luce dell’istanza di revisione del processo proposta dai difensori del condannato Stasi e, soprattutto alla luce dell’iscrizione nel registro degli indagati del terzo incomodo, tale Andrea Sempio, un altro giovane abitante lì vicino, sempre a Garlasco, amico del fratello minore della vittima. Da quanto si apprende in questi giorni, la vicenda processuale sembra destinata a sviluppi clamorosi e molti si aspettano il colpo di scena finale, degno di un romanzo di Agatha Christie. Vedremo.

Gli aspetti sociologici

Ora più che mai, in quest’epoca di incertezza generalizzata sul futuro della nostra società, sono molti a cercare un filo logico che metta un po’ d’ordine nei troppi aspetti che sfuggono alla regola , anche soltanto giusnaturalista, che indichi con la necessaria chiarezza il limite tra il bene e il male, tra la “normalità” e la perversione, tra il vivere in modo civile e giusto e la criminalità.

In materia di delitti particolarmente efferati, l’incertezza genera un diffuso allarme sociale e la stessa magistratura viene messa alla frusta per dimostrare in qualche modo, ahinoi a volte frettoloso, che, alla fine trionfa la legalità, rimettendo in qualche modo le cose a posto. Fino al prossimo caso.

Non è certamente un nuovo desiderio del terzo millennio, anzi, va pur detto che dall’alba dell’umanità il confine tra lecito ed illecito non è mai stato netto e indefettibile, seppure normato e condiviso dalla scienza giuridica. Ma, proprio a causa del prevalente senso d’incertezza che caratterizza questi nostri giorni ben più che nel passato, oggi la gente sembra voler mettersi l’anima in pace, riportare al più presto in pareggio i piatti della bilancia della giustizia, se non altro indicare ai bambini cosa fare e cosa non fare da grandi e cosa potrebbe rovinare la loro esistenza.

Non v’è studioso del diritto né sociologo che possa negare questa enorme fame di certezza del diritto che sempre più dilaga nella società, nonostante dalle nostre parti si sia risposto politicamente con sempre nuove leggi e sempre nuovi meccanismi di procedura penale che avrebbero dovuto, almeno nelle intenzione del legislatore, restituire fiducia nelle forze di polizia, nella magistratura inquirente ed in quella giudicante; per dirla in una parola: nella legalità.

Sappiamo però che l’ipertrofica produzione normativa, le sempre più particolareggiate fattispecie di reato, ottengono spesso il risultato opposto, ma questo è un problema tipicamente italiano che comporta pesanti ombre sulla sfera della vita sociale di ciascuno di noi e che nessuna corte penale sembra riuscire a dissipare.

Troppi gradi di giudizio

Tanto più la cronaca ci sbatte in faccia l’incredibile, che pure accade concretamente ogni giorno, tanto più speriamo che, almeno da quel punto in poi, ovvero in concomitanza con un grande caso giudiziario, alla fine prevalgano i buoni e che i cattivi vengano puniti in modo esemplare.

Oddio, parlare oggi di punizioni esemplari pare un controsenso perché se dovessimo trarre esempio da sentenze contraddittorie ed incomprensibili anche per gli avvocati, e quando ci si stia abituando al superamento immancabile dei famosi tre (e solo tre) gradi di giudizio, non ne giova di sicuro quella certezza del diritto di cui la nostra società abbisogna per sopravvivere a se stessa.

Con la sempre più dettagliata procedura penale (ma, lasciatemelo dire, anche una bella dose di prassi) che prevede ampia possibilità di ricorso agli “appelli-bis” ed alle sentenze che rimandano la trattazione del processo praticamente da zero, al netto della un tempo rarissima procedura di revisione processuale, il risultato è questo: in Italia non si sa di preciso né si può presumere con ragionevole approssimazione quando un processo inizierà e quanto durerà.

Immaginare, poi, quando si avrà una sentenza realmente definitiva, è una lotteria. Ne deriva un sentimento di sempre minor fiducia nella legge in generale da parte di gente stanca di vedere dei processi (uso quel verbo perché li vediamo in televisione) che, perlomeno, spera che, da quel caso in poi, si metta un punto fermo che tracci una strada che conduca senza deviazioni e dietrofront alla  giustizia sociale, non soltanto quella giurisdizionale.

Soprattutto nei processi che trattino delitti di sangue, la gente si appassiona a seguirli con valenza apotropaica: qualcosa ci spinge a desiderare di farla finita con la troppa violenza che ci pervade persino tra le mura domestiche ed il desiderio di vedere i colpevoli in galera è insopprimibile nella società di diritto.

Forcaioli e garantisti

Su tali presupposti si sviluppa altresì il noioso dibattito tra posizioni politiche “forcaiole” o “garantiste”, termini del tutto estranei alla cultura giuridica ma capaci di diventare condanna o assoluzione morale a seconda che si venga annoverati nelle file dei “forcaioli” o in quelle dei “garantisti”, il più delle volte a seconda dello schieramento politico al quale si appartenga.

Chi preferisce tagliare corto e appioppare preventivamente una brava etichetta di un tipo o dell’altro farà presto: di solito chi si dichiari di destra rischia l’iscrizione d’ufficio nel ruolo dei forcaioli, mentre  chi militi a sinistra sarà garantista per antonomasia, perché esserlo sembra un grande pregio e sinonimo di equità nei giudizi.

A volte sembra che la questione si risolva pesando la quantità di garantismo che taluno ritenga possedere. Fino a un certo certo carico di garantismo va tutto bene. Superato quel livello, immisurabile e personalissimo, si può anche diventare forcaioli, perché la società deve pur difendersi.

Questa parrebbe, in sostanza, la posizione intermedia e ritenuta ragionevole da buona parte della nostra classe politica, un pilatismo che accontenta tutti e rende frequentabili i salotti televisivi, vero punto di forza e condizione immancabile del successo.

Il caso Garlasco è il perfetto ring per la disputa tra colpevolisti e innocentisti per quanto sia un esercizio che, come vedremo meglio, di sportivo abbia ben poco e di arte nobile nemmeno a parlarne.

In realtà, il caso Garlasco è quello diretta promanazione di quello straccio di coscienza che ancora ci residua per farci promotori, sebbene a fasi alterne, della condanna esemplare o della amorevole comprensione per i diversi da noi, quelli ben distanti dai criminali fino al momento in cui non si delinqua noi stessi e con una serie infinita di motivi a discolpa ed attenuanti che, inevitabilmente, tireremo fuori quando al banco degli imputati dovessimo sedere noi stessi.

Alberga in tutti noi la presunzione di essere migliori degli altri ed ogni conferma che un grande processo penale ci offra per dare della bestia o del mostro a qualcun altro che però abbia le nostre stesse fattezze.

Questo il vero crimine sociale: non assomigliare per niente al mostro della letteratura ottocentesca, quello rozzo, puzzolente e meglio ancora se pure deforme. Del bravo ragazzo con la faccia da bravo ragazzo non si può che supporre qualche perversione nascosta, qualche inconfessabile stortura del carattere per permetterci di esercitare appieno quel sospetto che dimostri la nostra finezza interpretativa e, alla fine, la nostra intelligenza.

Il popolo televisivo non perdona: se non hai la faccia e le movenze da criminale, la perversione te la scovo io in quattro e quattr’otto perché io la so più lunga dei giudici, degli avvocati e della polizia.

Mettiamoci pure che stare tra i colpevolisti (forcaioli) o tra gli innocentisti (garantisti) è pure un’arte: sto con quelli coi quali, in qualunque modo, mi convenga stare in quel momento, tanto meglio se con l’ausilio di piccole ma indispensabili risorse informative prese a casaccio sul web, in modo da supportare la mia convinzione con elementi che il mio contraddittore non conosca, in modo da zittirlo.

Così va da sempre, mi direte, e ci sta. Innocentisti e colpevolisti sono simili ai tifosi del calcio, anzi peggio, perché, in linea di massima, quelli continuano a tifare per la squadra che perde o che venga retrocessa a prescindere.

A favore di o contro Alberto Stasi

Vedremo più avanti quali altri elementi possano far migrare un individuo dalla schiera degli innocentisti a quella dei colpevolisti, ma ciò che sembra decisivo per identificare la possibile ragione per cui non vi sia un solo italiano che non sappia nulla di Garlasco è l’estrema personalizzazione dei protagonisti, a vario titolo, di quell’orrendo delitto: non è il delitto in sé a fare storia, bensì quel colpevole, e non potrebbe essere diversamente.

Dopotutto è di Alberto Stasi che parliamo, in quanto, almeno ad oggi, unico condannato in via definitiva per quell’omicidio volontario. Tutto il resto è questione di polizia scientifica, alla quale gli italiani non furono mai tanto interessati e sulla quale presunti competenti prima d’ora, e anche questo gioca un bel ruolo a giustificare tanto quasi fanatico interessamento per la vicenda di Stasi.

Nei mille rivoli in cui possa perdersi il caso Garlasco rimane un punto fermo, quello della ortodossia giuridica, ossia stabilire se Alberto Stasi abbia o meno commesso quel delitto. Il resto verrà dopo. Ma stabilire la sua colpevolezza o escluderla rimane il punto cruciale di quello come di tutti gli altri processi penali, che non si occupano di esaminare ad ampio spettro cosa possa essere successo tutto attorno, bensì se quell’imputato specifico abbia commesso o meno il fatto attribuitogli. Punto.

La vera protagonista: la polizia scientifica

Diciamo che v’è un precedente processuale recente capace di spingere molti nostri connazionali a dedicare tanto tempo al caso della povera Chiara. Mi riferisco al caso della ragazzina di Brembate, Yara Gambirasio, un caso rimbalzato nei salotti degli italiani che ha permesso tantissimi di conoscere i rudimenti della tecnologia investigativa relativa al Dna, evento che ha letteralmente squarciato il velo nelle fantasiose ipotesi dei novelli Sherlock Holmes televisivi.

Soltanto dopo il delitto attribuito a Massimo Bossetti tutto sembra oggi possibile oltre ogni ragionevole dubbio per identificare con certezza l’uccisore di turno e non si può negare che attraverso le nuove tecnologie sul Dna il passo avanti della scienza criminalistica sia stato enorme in questi ultimi vent’anni.

L’impatto sociale delle nuove tecnologie è stato enorme e, almeno virtualmente, uno dopo l’altro, tutti i cold case rimasti irrisolti, sembrano vedere la luce della soluzione finale. Sembra oggi che non vi siano più delitti perfetti o casi irrisolvibili; il Dna non mente, per cui il colpevole è certamente colui che ne ha lasciato in misura apprezzabile sul luogo del delitto.

Una sorta di grande apertura di credito popolare sulle possibilità della nuova scienza criminalistica sembra essere il comune denominatore anche a Garlasco. Dove non arriva l’uomo, potrà la scienza, sembrano dire i telespettatori. Ciò ha enormi risvolti (non tutti positivi) nella vita quotidiana all’interno di questa società imperfetta ma in veloce evoluzione scientifica.

A chi si appassiona in modo quasi maniacale del caso Chiara Poggi non importa se non conosca neppure l’Abc delle tecniche di polizia scientifica del 2026. Complice la tv, dal caso Yara Gambirasio in poi, trovare persone che disinvoltamente parlino sull’autobus della porzione mitocondriale del Dna è quasi la norma.

Nessuna vergogna ad improvvisarsi esperti di discipline e materie complesse, anzi, il caso Garlasco traccia una rotta bislacca: d’ora in avanti le indagini le facciamo noi comodamente da casa nostra. Ergo, siamo pure noi protagonisti e così possiamo esporre il nostro autorevole parere.

CONTINUA

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