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Altro che “nuovo stile di vita”: la pandemia spazza via modelli sociali e ambientali buoni per i salotti

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Conosciamo sempre più i crescenti effetti distruttivi del coronavirus, anche ad opera di quelli che non vedevano l’ora di scaricare su un colpevole inarrestabile le colpe delle loro pessime politiche sociali, ma non abbiamo ancora idee chiare su certe implicazioni, non necessariamente negative, che lo schiaffone che fa tremare l’intero pianeta, potrebbe delineare. Facciamo una considerazione abbastanza semplice, ma non per questo meno significativa, su certi auspicati e condivisi stili di vita che ci spingevano a costruire un modello sociale ideale, uno schema di base, all’interno del quale vivere la nostra esistenza, come quello della “decrescita felice”, dell’ambientalismo, delle città “a misura d’uomo”, che la cogente necessità delle misure di protezione individuale e collettiva mettono oggi più che mai in crisi a partire dalle loro fondamenta ideologiche. Sembravamo tutti d’accordo, fino a pochi giorni fa, della necessità di bandire globalmente la plastica, intesa come contenitore per contenere le più svariate sostanze e come materiale col quale costruire un numero enorme di manufatti e beni di consumo. Sappiamo che la colpa dell’utilizzo massiccio della plastica sarebbe quello di provocare effetti letali per il pianeta, ossia l’inquinamento del mare e persino quello dell’aria che respiriamo, per via dello smaltimento per abbruciamento della stessa. Meno male che abbiamo (ancora) la plastica e sempre più ne abbisognerà a breve.

Quali che siano le opinioni inserite nel dibattito strettamente scientifico, non possiamo negare che l’opinione prevalente della gente comune è stata gradualmente sospinta a considerare necessario un modello di vita sempre più plastic-free ed assai più favorevole all’impiego delle materie prime di origine naturale, quali la carta, il legno, le fibre vegetali. Anche senza considerare le sciocchezze alla Greta Thunberg, che non capisce nemmeno lei cosa dice, abbiamo visto anche i più prudenti politici mondiali dare impulso a programmi di sviluppo sempre più basate su un modello di green economy, che prevede il riutilizzo allo stremo delle materie in qualche modo riciclabili e sulla valorizzazione di sostanze naturali, un pò apoditticamente ritenute più salutari di quelle artificiali. Dopo la sberla del coronavirus stiamo adesso dando massimo impulso alla iper-produzione di plastica e materiali consimili, ossia gli unici adatti a tutelare la pubblica incolumità. Impensabile l’utilizzo globale di mascherine di soli materiali tessili naturali, a causa del costo troppo elevato, come sarebbero altrettanto inutilizzabili i guanti di carta o di legno. So già che, a questo punto, salteranno fuori gl’immancabili verdi che eccepiranno, magari, che i guanti monouso si possono ricavare dal mais e le mascherine, chessò… dalle fibre di agave boliviana, ai quali risponderei subito che costi e tempi di produzione su scala globale ne impediscono un uso rapidissimo e diffuso come oggi è richiesto.

Ma sorvoliamo sulle conseguenze specifiche di una corrente di pensiero condivisa da molti politologi, filosofi e sociologi operanti nell’immenso mercato delle idee. Sembra prevalere una forma di ultra-pragmatismo moderno, forse nipote di quello di Kant, figlio di quello degli americani del secolo scorso o di quello nostrano di Prezzolini. È il concetto della necessità di uniformarsi ad un modello teorico, qual che sia, a suscitare più che mai gravi perplessità, specialmente in un momento storico in cui le nostre certezze sono state spazzate via in pochi giorni. Possiamo dire, anzitutto, che i modelli, talvolta, funzionano anche bene in momenti di mari abbastanza calmi, se non in condizione di bonaccia totale, mentre difficilmente riescono a galleggiare decorosamente sulle onde agitate. In tempi di crisi e di estese difficoltà individuali, seguire i modelli è già arduo, perché, scusatemi la brutalità, quando i rischi reali siano gravi e forse letali, ciascuno pensa a salvare in primis la propria pelle e, se ne avanza, soltanto in un momento successivo penserà a quella altrui, salvo isolati atti d’eroismo. Così vanno le cose degli uomini, inutile negarlo. Subire sempre nuovi modelli, sempre nuovi schemi di comportamento potrà, al massimo, costituire una ginnastica mentale per chi abbia la fortuna di non avere altre priorità, assai più prosaiche ma essenziali, a cui dare un risposta immediata. La natura umana è intrinsecamente sfaccettata e composta d’innumerevoli sfumature di pensiero e ciò si spiega (anche) con l’enorme varietà di correnti nei partiti e formazioni socio-politiche che abbiamo anche da noi.

È cosa largamente diffusa e ritenuta eticamente accettabile inventare sempre più dettagliati schemi e sotto-schemi derivati, nei quali incanalare l’estrema complessità e variabilità dell’umano sentire, per mezzo della c.d. modellazione (termine non caso preso il prestito dall’informatica) in quanto considerata più efficace e pratica, invece di esaminare le esigenze dei singoli, intesi come elementi costituivi delle aggregazioni più che come dirette promanazioni di gruppi che vivono di vita propria. Tutto, oggi, si valuta per modelli, anche laddove l’esperienza pratica dimostra che un modello che funzioni, mettiamo, in Liguria, sia magari del tutto inapplicabile nella confinante Emilia-Romagna.

Non ho accennato per caso all’informatica, anche se sarebbe meglio parlare di cibernetica, intesa come metodo di ragionamento, perché qualsivoglia idea o proposito umano, dovrà essere tradotto e riversato sui computer per essere applicato nella pratica del terzo millennio. Ma i computer non hanno previsto l’epidemia, ed i soli mezzi informatici non bastano a domarla in tempi accettabili. Se una cautela dovrebbe suggerire questa emergenza è la necessità di valutare con la dovuta prudenza critica l’ipotesi, oggi assai sbandierata e già inflazionata sui media, di un nuovo mondo ed una nuova società come effetto inevitabile della pandemia, per cui si avvertirebbe la necessità di costruire l’ennesimo modello entro il quale costringere il pensiero dei singoli e regolamentare, forse per una sorta di principio giusnaturale, ciò che i consociati dovranno fare o non fare. Sembra trasparire un preoccupante criterio di certificazione “virus-free” a caratterizzare una non ben delineata nuova epoca che proprio il virus avrebbe imposto alle nazioni, con tutti i pericoli che ogni nuovo ordine mondiale, o qualcosa che gli assomigli, porta con sé. Comunque vada, di etichette di conformità da apporre in fronte e di certificazioni di conformità la gente è talmente stufa da non reggerne, probabilmente, altre, e di ciò ne dovrebbero tenere il dovuto conto i decisori. Basta coi modelli ad oltranza, basta con le classi di merito e basta coi primi della classe. Siamo esseri complessi, a volte contraddittori, raramente stoici, a volte ondivaghi quanto lo è la stessa vita, coerenti finché ci si riesce, fedeli finché non si decida di non esserlo più.

Molti modelli storicamente consolidati, ed ahimè, persino quello della democrazia classica, non sembrano più funzionare tanto bene proprio perché non sappiamo più chi sia popolo e a cosa sia autorizzato chi governa. Viviamo in una società fluida quanto mai e spinta da un motore che non si distingue per linearità e prestazioni costanti. Ma, più che dedicarsi alla costruzione d’ipotetici nuovi modelli sociali, che comunque, diciamolo in parole chiare, sarebbero nuove gabbie, sarebbe forse il momento giusto per considerare come insopprimibili ed inevitabili i nostri difetti, le nostre differenti aspirazioni di vita, le nostre situazioni soggettive e caratterizzanti il comportamento individuale, perché non siamo bestiame da convogliare in questo o quello stallo e non possiamo tollerare etichette bovine all’orecchio né sistemi che traccino i nostri spostamenti. Si diano poche, pochissime, regole e semmai se ne tolgano dalle già troppe che abbiamo ( siamo primatisti al mondo quanto a numero di disposizioni di legge) e quelle poche rimaste le si facciano rispettare, senza fare i duri coi vecchietti al parco e possibilmente senza vietare manu militari ai preti di dire messa. Coi loro modelli ci facciano le parole crociate, se credono, ma, soprattutto, ci rispettino. Non sono in grado di farlo? Vadano a casa e speriamo che i prossimi che prenderanno il loro posto ci riescano. Non abbiamo alternative.