Malgrado gli sforzi e il lavoro del governo Meloni, l’immagine che arriva è di una Italia ancora sospesa in un eterno presente, ancorata a dinamiche interne tanto da non riuscire ad intercettare le accelerazioni globali. Durante il geoEconomic Summit on Capital, Conflict and Cooperation, svoltosi alla Camera l’8 luglio scorso, alla realtà che viviamo si è dato un tono ancor più nitido.
Il rischio di crisi sistemica
In questo consesso – con interventi di rilievo come quelli dell’ambasciatore Francesco Talò, consigliere diplomatico della Meloni ed ora inviato speciale dell’IMEC, di Francesco Sisci, Andrea Margelletti e molti altri – si sono tracciate le traiettorie future di un Paese che rischia di scivolare ai margini della competizione mondiale.
A catalizzare l’attenzione sono state proprio le parole del professor Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali: “Credo che noi entreremo in guerra”. La sua analisi, implacabile, ha evocato lo spettro di una crisi sistemica che non riguarda solo l’apparato militare, ma la stessa capacità del Paese di tutelare i propri interessi vitali. “Noi italiani – ha spiegato – viviamo immersi in prodotti stranieri, ma ci illudiamo di essere indipendenti”.
La dipendenza dalla Cina
Francesco Sisci, autorevole sinologo internazionale, ha denunciato l’assenza di un disegno strategico verso la Cina e la conseguente marginalizzazione italiana: “Dobbiamo coordinarci su Pechino, per non rischiare di svanire”. La nostra dipendenza è e sarà strettamente legata alla Cina. Ed è stata proprio questa l’elemento comune su cui quasi ciascun esperto si è volutamente o indirettamente concentrato dipanando soluzioni e scenari.
Un’analisi pragmatica è giunta dall’ambasciatore Giorgio Malfatti di Monte Tretto, che ha richiamato Roma a un realismo geopolitico non più rinviabile: “L’Italia ha ancora un credito da spendere in Africa, ma lo sta dissipando. In America Latina abbiamo perso terreno, mentre in Asia Centrale si gioca la partita dell’energia. Non basta il buonismo: servono investimenti concreti”.
Terra di conquista
Sul versante economico – o più strettamente finanziario – ha spostato l’attenzione Niccolò Papa, presidente dell’Advanced Modeling Institute, presentando in anticipo un disegno di legge che pone l’accento sul rischio di una progressiva perdita di autonomia del tessuto produttivo: “L’85 per cento dei finanziamenti per acquisizioni societarie in Italia è gestito da banche estere. Un’economia che non controlla i propri capitali è destinata a diventare terra di conquista finanziaria”.
Parallelamente, le parole di Beniamino Quintieri, economista di primo piano, hanno chiaramente evidenziato il ritardo europeo nelle politiche di reshoring. “Mentre la Cina – ha continuato il professore – lungi dall’essere indebolita, continua a sussidiare la sua industria, e conquista materie prime invadendo l’Europa con auto elettriche e pannelli solari”. Qualcuno giustificherà il tutto esclamando: si chiama globalizzazione!
Investimenti e ricerca
Per il presidente dell’ANGI (Associazione nazionale giovani innovatori) serve un sistema che valorizzi startup e pmi ma anche capitale umano. “Solo il 46 per cento della forza lavoro italiana – osserva il dottor Ferrieri – possiede competenze digitali di base e gli investimenti in ricerca sono meno della metà della media Ue. Non basta celebrare i brevetti, occorre trasformarli in imprese e crescita economica”. La sua proposta gravita attorno un “piano nazionale innovativo” capace di integrare big data, AI e blockchain.
Nel corso del meeting, è stata la voce del Chair del Summit, l’economista Damiano Perrons, a richiamare più volte l’attenzione sul deficit di visione strategica e a lungo termine della nazione: “Il nostro è un Paese che investe troppo poco nel campo della ricerca. Le tre priorità – ha detto – devono essere chiare: alleanze strategiche bilaterali e multilaterali al netto della linea europea; tecnologie avanzate come leva produttiva; e resilienza nazionale come scudo contro le crisi globali e geopolitiche”.
Ha poi criticato il ddl Spazio, secondo cui proprio startup e piccole imprese, che rappresentano il motore dell’innovazione, della sperimentazione, e quindi della competitività di un Paese, rischieranno di vedersi strozzate da un obbligo assicurativo fino a 100 milioni di euro rivolto a tutti gli operatori privati del settore aerospaziale.
L’onorevole Vito De Palma, capogruppo di Forza Italia in Commissione Finanze e promotore dell’iniziativa si è invece concentrato sulle imprese del Mezzogiorno, accennando ad una ZES (Zone Economiche Speciali) unica e ad una semplificazione e rapidità amministrativa utile ad avvantaggiare la ricostruzione del Sistema-Italia.
Presenti anche Marco Mayer e Paolo Quercia. Il professor Mayer, esperto di cybersecurity e politica internazionale, ha avanzato una prospettiva di facilitazione linguistica finalizzata ad “abbattere le barriere comunicative tra i Paesi Ue” mediante un sistema di traduzione simultanea che rappresenterebbe un business immenso capace di veicolare una più agevole integrazione.
Quercia ha invece inquadrato la complessità del mondo su più livelli: “Sfida egemonica tra potenze, guerre tradizionali e collassi interni degli Stati; ma anche rivoluzione green, tecnologica, demografica e geopolitica”. Secondo il direttore del Centro studi e analisi del MIMIT bisogna invertire la rotta a partire dalla manifattura moderna.
E in merito alle parole di Margelletti, la frecciata non si è fatta attendere: “È vero che noi siamo sommersi da prodotti stranieri, ma anche la Germania, la Francia e terzi Paesi sono sommersi da prodotti italiani. Anzi, noi siamo tra i Paesi che esportano di più”.
La linea di Talò ha invece trovato convergenza con Perrons sull’importanza di investimenti mirati in termini di tecnologia, cyber e spazio, settori rallentati fortemente a causa di un sistema produttivo che fatica ad innovarsi, complice l’eccesso di burocrazia. “Bisogna rischiare e dire più sì che no” ha proseguito l’ambasciatore, rimarcando quanto l’Italia rischi di consolidare la propria posizione da spettatore in platea rispetto ad un teatro mondiale sempre più sperimentale.
Riformarsi o svanire
Dai lavori è scaturito un consenso trasversale: la marginalità italiana, su un piano globale sempre più coerente con visioni di lungo periodo, non può che mostrarsi in tutta la sua fragilità, soprattutto se continua a sottovalutare la necessità di nuove politiche industriali e strategie geoeconomiche.
Il Summit ha evidenziato l’immediatezza del rischio che corriamo. Mentre restiamo avviluppati nei populismi alterni di governi e partiti in cerca di consenso, osserviamo la silenziosa ma inesorabile ascesa di potenze emergenti che, spesso persino alleate, maturano sotto i nostri occhi mentre il nostro orizzonte sbiadisce verso il crepuscolo.
Come ammonito da Perrons, “Non possiamo più permetterci di galleggiare in un mondo che accelera. La sfida non è più quella di preservare un posto al tavolo globale: è quella di evitare di sparire del tutto dal tavolo stesso”.
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