Economia

Dal business degli aiuti all’immigrazione di massa il passo è breve

Il paternalismo degli aiuti allo sviluppo prepara il terreno alla crisi migratoria. L'errore è trattare i migranti come vittime permanenti anziché come futuri cittadini responsabili. Le vie d'uscita

il problema dell'immigrazione
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Un filo ideologico lega il fallimento cronico degli aiuti allo sviluppo in Africa alle politiche di immigrazione di massa non selettiva in Europa e in Occidente. Non si tratta di una catena causale meccanica, ma di una stessa visione paternalistica: chi è povero, in patria o da migrante, viene trattato come una vittima da assistere e non come un individuo capace di responsabilità, impresa e integrazione.

Questa mentalità mantiene l’Africa dipendente e, una volta che le persone emigrano, si riproduce in Occidente attraverso un welfare generoso e un multiculturalismo relativista che scoraggiano l’assimilazione. Il risultato è duplice: da un lato, società che restano povere; dall’altro, un Occidente che, in nome del buonismo, imbocca una traiettoria di declino, accettando profonde trasformazioni demografiche, sociali e culturali senza aver mai valutato se esse siano compatibili con i principi e i valori fondanti dell’Europa e degli Stati Uniti.

Aiuti che tradiscono chi dovrebbero salvare

Il documentario Poverty, Inc. del 2014 diretto da Michael Matheson Miller e il libro “Dead Aid” dell’economista zambiana Dambisa Moyo mostrano come gli aiuti governativi e le grandi organizzazioni non governative non solo falliscano, ma spesso aggravino la situazione che dovrebbero risolvere.

Decenni di aiuti hanno alimentato dipendenza, corruzione e cattiva allocazione delle risorse, ostacolando lo sviluppo dei mercati locali. Il modello “one-for-one” adottato da aziende come TOMS, che regala un paio di scarpe a un bambino povero per ogni paio venduto, illustra bene il meccanismo, come racconta Poverty, Inc.

Le scarpe arrivano gratis in comunità dove esistono già calzolai e piccoli produttori locali. Questi ultimi non possono competere con un prodotto a costo zero per il consumatore, perdono clienti e spesso chiudono l’attività. Il risultato paradossale è che un gesto pensato per aiutare i poveri elimina i posti di lavoro che li avrebbero resi indipendenti dagli aiuti stessi.

Già decenni fa l’economista britannico Peter Bauer denunciava come gli aiuti internazionali, sostituendosi al mercato e all’iniziativa privata, finissero spesso per scoraggiare l’imprenditorialità e la formazione di istituzioni economiche solide. Dambisa Moyo riprende questa critica osservando che i Paesi che hanno realmente ridotto la povertà – come la Corea del Sud – non lo hanno fatto grazie agli aiuti di massa, ma attraverso la crescita del commercio internazionale, gli investimenti privati e la costruzione di un’economia competitiva.

L’ideologia di due continenti

Il legame ideologico tra il fallimento degli aiuti e la gestione dell’immigrazione sta nella visione dell’altro come bisognoso cronico. In Africa questa visione giustifica aiuti perpetui che soffocano lo sviluppo endogeno. In Occidente la stessa logica porta ad accogliere senza selezione, con aspettative basse di integrazione e narrazioni multiculturaliste che scoraggiano l’assimilazione alla cultura del paese ospitante.

Milton Friedman sosteneva che l’immigrazione dovesse essere considerata insieme al modello economico e sociale del Paese ospitante. In presenza di uno Stato sociale esteso, un’immigrazione senza criteri di selezione e controllo può creare tensioni sulla sostenibilità del welfare e sulla coesione sociale. Per questo, una politica migratoria deve conciliare l’apertura verso chi contribuisce all’economia con la capacità della società di integrare i nuovi arrivati.

Thomas Sowell, in “Migrations and Cultures”, diceva inoltre che le culture contano: alcuni gruppi immigrati portano capitale umano e si integrano rapidamente, mentre altri, soprattutto in presenza di welfare generoso e senza pressione all’assimilazione, restano confinati in enclavi di povertà persistente. Il paternalismo impedisce di pretendere l’integrazione, perché tratta i migranti come vittime permanenti anziché come futuri cittadini responsabili.

Il prezzo che l’Occidente paga per il buonismo

L’emigrazione dall’Africa è in parte figlia del mancato sviluppo causato da decenni di politiche di aiuto inefficaci e controproducenti. Una volta arrivate in Occidente, le stesse persone incontrano un modello altrettanto paternalistico: protezione sociale senza obblighi forti di autosufficienza e un rifiuto dell’assimilazione culturale, spesso letta come una forma di colonialismo.

Il dibattito sui costi fiscali dell’immigrazione resta comunque aperto: alcuni economisti contestano la tesi di Friedman, sostenendo che i nuovi arrivati contribuiscano più di quanto ricevano in un sistema fiscale ben disegnato. Ma il punto della critica libertaria non riguarda l’immigrazione in sé, riguarda l’assenza di selezione e di condizioni di autosufficienza. Dove i due elementi mancano, cresce la pressione sui servizi pubblici e sulla coesione sociale in società che già affrontano una bassa natalità autoctona.

La via d’uscita

La via liberale classica propone due riforme parallele. Sul piano dello sviluppo, essa consiste nel superare il modello basato su aiuti governativi permanenti, che creano dipendenza e indeboliscono l’iniziativa privata, per favorire invece il commercio libero, la tutela della proprietà privata e il rafforzamento dello stato di diritto.

Per quanto riguarda l’immigrazione, la proposta è quella di un sistema regolato e selettivo, fondato sulle esigenze reali dell’economia e sulla capacità di integrazione. Gli ingressi dovrebbero essere programmati in base al fabbisogno del mercato del lavoro. A questo deve accompagnarsi un percorso serio di integrazione linguistica e civica.

Il paternalismo “buonista”, che parte da un cuore compassionevole ma ignora incentivi, culture e realtà empiriche, fallisce due volte: mantiene l’Africa dipendente e importa problemi in Occidente senza risolverli. Autori come Moyo, Friedman, Sowell e Bauer invitano a un approccio più rigoroso, che tratti le persone come agenti capaci e non come vittime perpetue.

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