Economia

La riforma Milei libera il lavoro: il coraggio argentino e l’immobilismo italiano

L'Argentina ha smesso di credere alla più seducente delle illusioni politiche: che il lavoro si possa creare per legge. Ma la legge può solo distruggerlo o lasciarlo esistere

Milei lavoro Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Per oltre settant’anni l’Argentina ha creduto nella più seducente delle illusioni politiche: che il lavoro potesse essere creato per legge. Il risultato è stato un sistema in cui la tutela formale cresceva mentre il lavoro reale scompariva.

Ogni nuova norma nasceva con l’intenzione dichiarata di proteggere, ma produceva l’effetto opposto: aumentava il rischio di assumere. Il costo di un rapporto non dipendeva più dall’accordo tra le parti, bensì dall’incertezza del contenzioso, dalle interpretazioni retroattive, dalla possibilità che una decisione presa oggi diventasse domani una passività insostenibile.

In questo clima, l’economia ha reagito come sempre reagisce quando viene privata della libertà: si è ritirata. Oltre il 40 per cento dei lavoratori è finito nell’informalità. Non per scelta, quanto perché il sistema legale aveva reso il lavoro regolare troppo pericoloso.

La riforma

Senonché, come ha pure riportato la stampa internazionale, il voto della Camera dei deputati, 135 favorevoli e 115 contrari, ha scritto la parola fine a questa finzione. Una decisione che, a ben vedere, non promette occupazione, elimina l’ostacolo che la impediva.

Il cuore della riforma consiste proprio nel rimuovere questa incertezza, che per anni ha trasformato ogni assunzione in un salto nel buio. Il punto decisivo non era l’esistenza di obblighi, ma la loro imprevedibilità: chi assumeva non poteva sapere quale sarebbe stato, in concreto, il costo futuro della propria decisione, perché esso dipendeva non solo dalla legge, ma dalle sue possibili reinterpretazioni.

Proprio per questo, la nuova legge introduce un fondo alternativo per le indennità, che sostituisce una conseguenza incerta con una regola definita, trasformando un rischio aperto in un elemento conoscibile e quindi calcolabile. In tal modo, l’assunzione torna a essere una decisione economica e non una scommessa legale.

Lo stesso principio ispira anche la nuova disciplina dell’orario, che consente una distribuzione più flessibile e aderente alle esigenze reali della produzione, nonché la diversa regolazione delle ferie, che restituisce alle persone la possibilità di decidere come organizzare il proprio tempo.

Cambio di prospettiva

Non si tratta di dettagli tecnici, ma di un cambiamento di prospettiva: il lavoro non è un atto che nasce da un’autorizzazione, bensì un processo che emerge dall’incontro tra individui portatori di conoscenze, aspettative e progetti che nessuna autorità può prevedere in anticipo.

Quando la legge pretende di stabilirlo dall’alto, sostituisce la realtà con un modello astratto e finisce per distruggere proprio quelle opportunità che vorrebbe creare. La riforma argentina prende atto di siffatto limite e, invece di dirigere il processo, rimuove gli ostacoli che lo impedivano.

Non a caso, il presidente Javier Milei, parlando a Davos il 17 gennaio 2024, ha affermato “lo Stato non è la soluzione: lo Stato è il problema”, riecheggiando volutamente le parole con cui Ronald Reagan, nel 1981, segnò l’inizio di una stagione di restituzione della libertà economica. Non è uno slogan, è in verità il riconoscimento che la prosperità non nasce dall’intervento, bensì dalla rinuncia a ostacolare ciò che gli individui possono realizzare da soli.

I risultati attesi non sono una promessa politica, sono piuttosto una conseguenza economica. Quando il rischio diminuisce, l’azione riprende. Quando il costo diventa prevedibile, l’assunzione torna possibile. Il lavoro informale emerge non perché viene perseguito, ma perché il lavoro legale smette di essere una minaccia.

La ricchezza non viene distribuita: viene creata. È questa la differenza decisiva tra un sistema fondato sul controllo e uno fondato sulla libertà. Il primo difende ciò che esiste fino a consumarlo. Il secondo consente che nasca ciò che ancora non esiste.

Il confronto con l’Italia

Il confronto con l’Italia è devastante. Da noi l’illusione non è stata abbandonata, è stata solamente perfezionata. Il lavoro resta una concessione amministrativa, gravata da un carico contributivo che spesso raddoppia il costo del salario.

Ogni crisi produce nuove regole, mai la rimozione delle vecchie. Si vietano i licenziamenti per creare sicurezza, e si ottiene il risultato opposto: nessuno assume. Si invocano salari stabiliti per legge, ignorando che il salario non è una decisione politica, è il riflesso della produttività. Si difendono rigidità presentandole come diritti, mentre distruggono le opportunità di chi è fuori.

Il sistema protegge chi è già dentro e sacrifica chi resta fuori. Giovani, lavoratori marginali, imprese nascenti: tutti esclusi in nome di una protezione che diventa privilegio.

La verità è semplice e scomoda. Il lavoro non nasce dalla legge e non obbedisce ai decreti. Si ritira quando viene caricato di vincoli, si spegne quando viene circondato dall’incertezza, scompare quando il potere pretende di sostituirsi alla decisione individuale.

L’Argentina ha finalmente riconosciuto questo fatto elementare. Ha capito che la prosperità non nasce dall’estensione del potere, bensì dal suo arretramento, e ha restituito agli individui ciò che era stato loro tolto: la libertà di decidere.

L’Italia continua a fare l’opposto. Continua a credere che la sicurezza nasca dal divieto, che la ricchezza nasca dalla regolazione, che il lavoro nasca dalla legge. Ma la legge non crea lavoro. Può solo distruggerlo o lasciarlo esistere.

È questa la scelta che divide oggi le due sponde dell’Atlantico. Da una parte un Paese che, dopo aver toccato il fondo, trova il coraggio di liberare le energie soffocate. Dall’altra un altro che, pur avendo davanti l’evidenza del fallimento, continua a difenderne le cause. La differenza non sta nei programmi. Sta nell’idea stessa di società: una fondata sulla libertà di creare, l’altra sull’illusione di poterla sostituire.

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