Nei giorni scorsi, a Napoli, durante un incontro pubblico al Circolo Rari Nantes, il ministro del turismo, Daniela Santanché, ha rivendicato con orgoglio che “questo è il primo governo che ci ha messo mano e ha normato” gli affitti brevi, elencando il codice identificativo nazionale, la banca dati e persino la presunta “ratio” dell’aliquota al 26 per cento.
Un principio rivendicato
Non si è trattato affatto di un dettaglio tecnico: è stata piuttosto la proclamazione di un principio politico: una dichiarazione, chiara e diretta, che il potere ritiene legittimo intervenire dove la società funziona, disciplinare ciò che nasce spontaneamente, correggere ciò che non controlla. È in sostanza l’ennesima conferma di una mentalità che considera la libertà un’anomalia e l’intervento un merito.
Chi ascolta queste parole senza soffermarsi sul loro significato rischia di non cogliere la portata culturale del messaggio. Quel compiacimento per “averci messo mano” rivela una concezione della politica che non vede negli individui soggetti capaci di autoregolazione, li considera invece meri ingranaggi da gestire.
È la stessa logica che, nella storia europea, ha accompagnato la trasformazione della legge da limite del potere a strumento del potere. Una logica che pretende di modellare la vita sociale non attraverso regole generali e imparziali, bensì tramite provvedimenti specifici, costruiti per intervenire su attività particolari, per correggere risultati che non piacciono o che non si comprendono.
La normativa sugli affitti brevi
La stessa legislazione sugli affitti brevi appartiene a questa categoria: non è un tentativo di definire un quadro stabile, è un meccanismo di indirizzo. Il codice identificativo nazionale non è una norma neutrale: è un marchio imposto dall’autorità per poter controllare, in ogni momento, attività che finora erano regolate dalla responsabilità individuale.
La banca dati unica, a sua volta, non è un archivio: è un’infrastruttura di sorveglianza amministrativa. L’aumento dell’aliquota, poi, non è una misura fiscale: è una leva punitiva. Ogni elemento della riforma non è stato concepito per garantire libertà, bensì per incanalarla.
Una tale impostazione discende da un errore profondo: la convinzione che la società sia un oggetto da modellare e che la legislazione sia l’attrezzo per farlo. Ma la vita sociale non è un meccanismo statico. È un ordine dinamico, frutto della cooperazione di milioni di persone che possiedono informazioni, capacità e motivazioni non integrabili in alcun piano unico.
Gli effetti dell’intervento pubblico
La domanda turistica è colta da chi la vive ogni giorno, non da chi la osserva negli uffici o negli stanzoni della burocrazia ministeriale; le esigenze dei proprietari le comprende solo chi investe il proprio denaro, non gli apparati; e il mercato lo sa leggere chi vi opera con il proprio capitale, anziché chi lo scruta dall’altra parte del tavolo pubblico. Eppure, nonostante queste evidenze, il potere continua a credere di possedere una conoscenza superiore, una capacità di indirizzo più razionale, una visione più ampia.
È un’illusione pericolosa, perché conduce inevitabilmente alla trasformazione della legge in legislazione e, quindi, in uno strumento di pianificazione. E quando essa smette di essere generale e astratta per trasformarsi in un catalogo di comandi, la sua funzione di garanzia si dissolve: gli individui vengono guidati invece che protetti, il potere si dilata in luogo di essere contenuto, e l’ordine che dovrebbe emergere spontaneamente viene sostituito da un assetto imposto dall’alto.
Gli esiti, puntualmente, seguono uno schema noto: l’intervento pubblico, presentato come rimedio, genera il problema che pretende di risolvere. La burocrazia respinge i piccoli proprietari e riduce l’offerta; la rigidità delle norme alimenta il sommerso; la pressione fiscale, mascherata da incentivo, soffoca gli investimenti; la centralizzazione dei dati introduce lentezze e vulnerabilità. Eppure il potere, fedele alla propria narrazione, attribuisce al mercato le distorsioni che esso stesso ha prodotto.
Il punto decisivo non è quindi economico, è politico. Un governo che considera un merito “mettere mano” alla vita dei cittadini ha già smarrito il senso del limite: trasforma la società in un territorio amministrato, riduce la proprietà a strumento da indirizzare secondo obiettivi stabiliti dall’autorità e rivela l’incapacità di accettare qualsiasi spazio sottratto al proprio controllo.
Una società libera – è il caso di sottolineare – prospera solo quando il potere è limitato ed è ampiamente circoscritto il perimetro dello Stato e delle sue attività. La libertà nasce infatti dall’espansione della cooperazione sociale volontaria e dalla distanza dell’autorità, non dalla sua presenza costante.
Regole semplici e stabili offrono più certezza dei codici identificativi; la responsabilità personale sostiene meglio l’equilibrio sociale della pianificazione; le scelte dei singoli funzionano più della pretesa conoscitiva del decisore pubblico. Un mercato lasciato operare secondo la sua natura genera ordine: è l’intervento a produrre disordine.
La spia
Per questo, le parole ascoltate a Napoli non vanno archiviate come una normale dichiarazione di governo. Sono la spia di una forma mentis che considera naturale ciò che in una società libera dovrebbe essere eccezionale: l’intervento continuo, la regolazione onnipresente, la pretesa di sapere meglio dei cittadini come debbano usare la propria casa. Una società che accetta questa logica si consegna, pezzo dopo pezzo, a un potere che non si limita a governare: si installa nella vita degli individui e pretende di guidarla.
E quando lo Stato rivendica il diritto di “mettere le mani” su tutto ciò che non dipende da lui, è il momento esatto in cui bisogna ricordargli che esiste solo una libertà degna di questo nome: quella che non chiede permesso.
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