Esteri

Altro che pantano: ecco perché la guerra in Iran sta andando meglio di quanto ci raccontino

A leggere i giornali e ascoltare le tv sembra già persa, ma ignorano il parere di esperti che non collimano con la loro visione disfattista. L'incapacità di apprezzare il successo e concepire la vittoria dell'Occidente

trump khamenei guerra iran Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Il discorso di Donald Trump del 1° aprile sullo stato della guerra in Iran può essere riassunto in una frase: “stiamo per vincere la guerra in Iran”. Dunque, ci dice il presidente americano, non preoccupatevi dello shock economico, dovuto soprattutto al blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, perché fra poco il petrolio tornerà a fluire come prima e anche le Borse torneranno a crescere più di prima. I commenti dei media, pure loro, possono essere riassunti con una sola frase: “Non crediamo a Donald Trump”. Come se il discorso fosse un grande pesce d’aprile presidenziale.

Il bias dei media

Se sfogliate la mazzetta quotidiana, vedrete che quasi tutte le testate occidentali sono già convinte che la guerra in Iran sia ormai persa. O per lo meno sia diventata un “pantano”, in cui l’unico sforzo di Israele e Usa è quello di uscirne senza troppe ossa rotte. Insomma, dopo un mese saremmo già al momento “exit strategy”, come in Vietnam dopo il 1968 o in Iraq dopo il 2008.

Singolare che le testate occidentali, quelle italiane in primis, siano addirittura più pessimiste di Al Jazeera e ignorino completamente il parere di esperti che non collimano con la loro visione disfattista del conflitto.

Le realtà militari

Ignorano, ad esempio, l’analisi di Victor Davis Hanson, uno dei più importanti storici militari degli Usa. Nel suo editoriale su The Free Press, pubblicato all’indomani del discorso di Trump scrive:

La maggior parte degli obiettivi militari sono già stati raggiunti o lo saranno a breve. La campagna è stata condotta in modo brillante, senza perdite sostanziali. Pertanto, le proteste popolari dei Democratici e della sinistra globale non derivano dalle realtà militari della guerra, ma soprattutto da fattori politici e da un odio viscerale nei confronti di Donald Trump (…) Per paura, i Democratici cercano quindi di trasformare una campagna militare condotta con maestria in un’altra guerra del Vietnam o dell’Afghanistan. Perpetuando la percezione di una sconfitta americana, sperano di conquistare un nuovo Congresso a maggioranza democratica e, con esso, la fine della controrivoluzione di Trump, il tutto a scapito della sicurezza nazionale del loro Paese.

Per quanto riguarda il regime change, Hanson ricorda che questo non rientrasse affatto negli obiettivi dichiarati americani sin dal 28 febbraio. Ma che, di fatto, si sia già compiuto un regime change:

La continua eliminazione da parte di Israele di decine di funzionari teocratici e militari ha rappresentato di per sé un cambio di regime, almeno nel senso che chiunque sia associato al regime e si identifichi come tale rischia di morire nel giro di pochi giorni. Trump sfrutta le divisioni all’interno del governo esentando i cosiddetti moderati laici con cui negozia, mentre Israele elimina i teocratici e i terroristi.

Segnali dal Golfo

Victor Davis Hanson, in una precedente analisi su Fox News, il 20 marzo, rispondendo all’intervistatore Sean Hannity, aveva elencato una serie di segnali internazionali che indicano chiaramente come Israele e Usa stiano rapidamente vincendo la guerra:

Le petro-nazioni del Golfo, i sauditi, gli emiratini, i qatarioti, questi governi sono sopravvissuti per generazioni leggendo con precisione il clima regionale. Quando espellono gli addetti militari iraniani, quando intercettano i missili iraniani sopra le proprie capitali senza dire nulla sugli attacchi americani, quando gli Emirati Arabi Uniti riaffermano il loro impegno di investimento da 1,4 trilioni di dollari verso gli Stati Uniti a metà guerra, non stanno facendo dichiarazioni ideologiche. Stanno piazzando scommesse. E stanno scommettendo sugli Stati Uniti (…) Questo è il punto che dovrebbe lasciarvi di stucco: Al Jazeera, la rete mediatica statale del Qatar, storicamente critica verso l’azione militare americana, la rete che Tucker Carlson e la destra anti-guerra amano citare contro Israele, definisce ora la campagna di bombardamenti statunitense brillante ed efficace, affermando che è stata sottovalutata. Quando l’organo d’informazione di una nazione che ospita sia la più grande base aerea americana in Medio Oriente che un ufficio politico di Hamas inizia a lodare l’efficacia militare americana, il messaggio è inequivocabile: pensano che vinceremo noi.

Gestione del collasso

Beni Sabti, analista israeliano (di origine iraniana) dell’Inss, intervistato da Giulio Meotti per Il Foglio, il 26 marzo, dice dello stato di salute dell’apparato teocratico di Teheran: “Vedo il regime crollare. Il sistema sta vivendo un’auto-cannibalizzazione: consuma le risorse dello Stato per tenere in vita la struttura di potere, portando inevitabilmente a un punto di rottura”.

Il regime iraniano, secondo Sabti, “si è trasformato in una forza militare-ideologica che si comporta come una ‘forza di occupazione’ nella propria terra. Si regge unicamente sulla repressione, non sulla legittimità. Il regime si limita a gestire il collasso ed è disposto a sacrificare il tessuto sociale dell’Iran, il suo ambiente e la sua economia, purché il nucleo dirigente – il figlio di Khamenei e il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica – rimanga al potere un giorno in più. Mojtaba non è più apparso in pubblico e teme di essere assassinato. In tutta la storia iraniana non esiste precedente di un governante che non si mostri sul campo e non fornisca sostegno morale ai suoi sostenitori”.

Confronti con le guerre del passato recente

Bret Stephens sul New York Times (quotidiano liberal, di provata fede anti-Trump), traccia una serie di paralleli storici utili per capire come la guerra attuale non stia affatto andando male. Per esempio:

Durante l’Operazione Desert Storm del 1991 contro Saddam Hussein in Iraq, una campagna considerata un brillante successo militare, la coalizione a guida americana perse 75 aerei, 42 dei quali in combattimento. In questo conflitto sono stati distrutti quattro aerei con equipaggio: tre per fuoco amico e uno per incidente. Non un solo aereo con pilota è ancora stato abbattuto sui cieli dell’Iran.

Altro paragone con un’altra vittoria considerata “facile” dagli storici:

Nell’invasione di Panama del 1989, gli Stati Uniti persero 23 soldati. Finora in questa guerra le perdite americane sono di 13 morti. In questa guerra, gran parte della leadership di vertice iraniana è stata eliminata fin dal primo giorno e non c’è ancora alcuna prova di vita del nuovo leader supremo.

I critici del conflitto sottolineano la capacità iraniana di continuare a lanciare missili e droni contro i Paesi arabi del Golfo e contro Israele. Ma evitano di parlare del tasso di intercettazione e dunque dell’insuccesso sostanziale del bombardamento iraniano. Scrive l’opinionista del New York Times:

Nel 1991 l’Iraq lanciò 40 missili contro Israele. Quasi nessuno fu intercettato, nonostante la presenza di Patriot. In questa guerra Israele registra un tasso di intercettazione del 92 per cento contro più di 400 missili.

Conclude Stephens:

Se le generazioni passate potessero vedere quanto bene stia andando questa guerra rispetto a quelle che furono costrette a combattere a costi spaventosi, si meraviglierebbero della fortuna comparativa dei loro discendenti. Si meraviglierebbero anche della nostra incapacità di apprezzare i vantaggi che oggi abbiamo.

Il disfattismo dei media

Ed è questo il punto vero della questione: l’incapacità di apprezzare il successo e i vantaggi che oggi abbiamo, anche quando dobbiamo combattere una guerra. Non è una novità, dal Vietnam in avanti, infatti, prevale l’opinione secondo cui la vittoria delle democrazie occidentali contro i loro nemici sia impossibile, mentre è considerato “vincitore” qualsiasi nemico delle democrazie occidentali finché dimostri, meramente, di poter continuare a combattere.

I media occidentali sono praticamente l’unico caso della storia militare in cui la propaganda più disfattista non è appannaggio dell’informazione del nemico (come sarebbe comprensibile), ma viene dall’interno. È come se ogni guerra che combattiamo, dagli anni 60 in poi, con pochissime eccezioni (come la Guerra del Golfo del 1991, l’unica a godere del vento in poppa di media e opinione pubblica) sia vissuta con lo spirito di una guerra civile, come se per i media il vero nemico sia quello interno: il proprio governo e i suoi alleati.

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