Nonostante le mille, meritatissime critiche che colpiscono i media novecenteschi, questi svolgono una funzione preziosissima nel mondo di oggi: rendere cristallino cosa sia indigesto ai poteri forti. Quando una storia qualsiasi viene del tutto ignorata o trattata in maniera raffazzonata, con vette di cialtroneria sublimi, puoi essere sicuro che contiene pericoli seri per il sistema di disinformazione istituzionale.
Se la notizia della diagnosi infausta dell’ex presidente Joseph Biden è stata riportata con dovizia di sdilinquimenti e frasi lacrimose, il fatto che molti nella comunità medica abbiano sollevato il ditino facendo notare incongruenze quantomai evidenti è stato del tutto ignorato. Fin troppo semplice, quindi, intuire come molti all’interno del sistema di potere globalista stiano sudando freddo e come un’inchiesta seria su questo scandalo colossale potrebbe mettere a rischio la stessa sopravvivenza della Spectre davosiana.
Ancora una volta, non sono le azioni del 46° presidente degli Stati Uniti ad essere nel mirino quanto la macchina della disinformazione che ha fatto di tutto per occultare al popolo americano e all’opinione pubblica globale il fatto che l’ex vicepresidente fosse del tutto incapace di intendere e volere.
Sul tumore troppe incongruenze
La notizia del tumore alla prostata “molto aggressivo” le cui metastasi avrebbero già raggiunto il midollo osseo dell’ex presidente è arrivata come un fulmine a ciel sereno, venendo ampiamente riportata in maniera del tutto acritica da giornaloni ed agenzie di stampa. Non c’è voluto molto, però, prima che iniziassero a sorgere sospetti sempre più pesanti.
Nonostante il trattamento che certe frange del Partito Democratico hanno riservato in passato ad esponenti politici a loro avversi, la pietas cristiana nei confronti di una persona che si trova ad osservare l’abisso dopo una lunga malattia non andrebbe negata a nessuno, neanche ad un personaggio che ha fatto di tutto per distruggere gli Stati Uniti e l’Occidente intero con le sue azioni.
I problemi, però, sono iniziati a spuntare quando molti medici, interpellati a riguardo, hanno espresso forti dubbi sulla tempistica della diagnosi. Significativa la testimonianza di Ezekiel Emanuel alla MSNBC, oncologo fratello di Rahm, ex chief of staff dell’amministrazione Obama:
Sicuramente il tumore era presente da molti anni, anche un decennio, crescendo e diffondendosi. La cosa strana è che, dando un’occhiata alla cartella clinica, non c’è prova che durante gli esami annuali gli sia stato trovato l’antigene specifico per il tumore alla prostata. È vero che (visto che si tratta di un tumore a crescita molto lenta) il test per l’antigene non è previsto dopo i 70 anni d’età ma Biden ha avuto molti test prima dei 70 anni. Davvero strano che non abbiano fatto questo test: forse è stato lui a non volerlo.
Il mondo MAGA spara ad alzo zero
Altri commentatori vicini all’universo America First, sono stati ben più tranchant nei loro giudizi: Matt Walsh su X osserva che “non esiste che se ne siano accorti solo ora. Sapevano del tumore, forse per anni ma hanno mentito al pubblico americano”.
Altrettanto definitivo il parere di Tim Pool, popolare podcaster: “Se ha ricevuto le cure migliori al mondo ed ogni genere di test per i quattro anni che è stato alla Casa Bianca, sicuramente lo hanno trovato. Questo vuol dire che sapevano del tumore prima di abbandonare la campagna per la rielezione. I Democratici lo sapevano”.
Se il presidente Trump ha preferito glissare sulla vicenda, augurando una rapida guarigione all’avversario politico, Donald Junior su X si è lasciato scappare una battuta infelice: “quello che voglio sapere è come abbia fatto la dottoressa Jill Biden a non accorgersi di un cancro in metastasi al quinto stadio. O si tratta di un altro insabbiamento?”.
La moglie dell’ex presidente ha a lungo insistito perché la chiamassero dottoressa ma è laureata in scienze dell’educazione, non medicina. La questione, però, non è affatto peregrina: considerato come la salute dell’inquilino della Casa Bianca sia una questione di sicurezza nazionale, davvero difficile che non sia stato effettuato il test dell’antigene, nonostante l’età avanzata di Biden.
Altri esperti, invece, hanno fatto notare come uno degli effetti collaterali delle terapie per trattare i tumori alla prostata sia la perdita delle capacità mentali, fenomeno reso evidentissimo a tutti durante il disastroso dibattito con Donald Trump dell’anno scorso. Altri, poi, hanno fatto notare come Biden sia stato il presidente che si è preso più vacanze in assoluto: il sospetto che si trattasse di periodi di pausa dovuti alle terapie anti-tumorali è quindi sempre più reale.
L’ammissione del 2022 non fu una gaffe?
I dubbi si moltiplicano come se non ci fosse un domani, facendo sembrare molto più ragionevoli alcuni aspetti della presidenza Biden. Le tante cadute sulle scale, l’impossibilità di andare in bicicletta? Alcuni dei medicinali anti-tumorali interferirebbero con l’equilibrio del paziente.
Altri, invece, fanno notare come, il 20 luglio 2022, durante un discorso nella cittadina di Somerset, Massachusetts, fu lo stesso Biden ad ammettere che, “come moltissime delle persone con le quali sono cresciuto, anch’io ho il cancro”. La Casa Bianca all’epoca fece finta di niente, mentre i media mainstream furono prontissimi a definire questa ammissione una delle tante gaffe del presidente. Col senno di poi, è possibile che Biden si sia lasciato sfuggire quella verità che stava nascondendo da chissà quanti anni.
La prospettiva più preoccupante è che questo facesse parte di un piano orchestrato dall’establishment democratico da anni: fare fuori ogni candidato anche vagamente indipendente, lasciando strada ad un personaggio all’apparenza innocuo ma in realtà scelto perché facilmente controllabile. In fondo, lo stesso Barack Obama, in un’intervista concessa al programma comico di Stephen Colbert nel novembre 2020, ammise che avrebbe voluto tornare alla Casa Bianca ma solo per dare istruzioni a qualcun altro tramite un auricolare. Il fatto che, al contrario di ogni altro ex presidente, Obama sia rimasto a vivere a Washington non sarebbe, insomma, un caso.
Come Wilson, ma molto peggio
Non è la prima volta che la massima carica dell’ordinamento democratico statunitense viene “dirottata” per ragioni mediche. Se è ben noto il fatto che la poliomielite di Franklin Delano Roosevelt venne accuratamente nascosta al pubblico americano dal 1921 alla sua morte nel 1945, l’ex governatore di New York era perfettamente in grado di svolgere le mansioni di presidente degli Stati Uniti.
Tutt’altra cosa, invece, successe negli ultimi mesi della (nefasta) presidenza di Woodrow Wilson: dal 25 settembre 1919, quando fu colpito da un grave infarto per i postumi dell’influenza spagnola, alla fine del suo mandato nel marzo 1921, fu la moglie Edith ad essere il presidente de facto, nonostante nessun cittadino avesse votato per lei. Wilson rifiutava di dimettersi e, all’epoca, non esisteva ancora il 25° emendamento alla Costituzione, che ha messo in piedi procedure precise per esautorare un presidente quando non più in grado di adempiere agli obblighi legati alla carica.
La situazione, però, è ancora più grave nel caso di Biden: se alcuni giornali all’epoca scrissero articoli sulle condizioni di salute di Wilson, l’intero complesso mediatico mainstream ha negato l’evidenza per anni, immolando sull’altare dell’ideologia le poche briciole di credibilità rimaste.
Il vero scandalo
Come succede molto raramente sulla stampa globale, nella giornata del 20 maggio, sia il New York Times che il Financial Times hanno pubblicato due saggi sullo stesso argomento: il fallimento dei media nell’individuare per tempo il declino delle facoltà mentali di Joseph Biden e come la sua scelta di cercare la rielezione sia costata carissimo al Partito Democratico.
Sono pezzi lunghi, importanti, ben oltre le diecimila battute, roba che costa fatica e, solitamente, viene riservata ad argomenti particolarmente sentiti. Il fatto che features del genere siano commissionate con estremo anticipo dovrebbe far sorgere qualche sospetto sul tempismo fin troppo opportuno di queste articolesse.
Un paio di giorni prima dell’annuncio di Biden, infatti, era stata resa pubblica la registrazione della testimonianza dell’ex presidente allo special counsel Robert Hur sulla faccenda dei documenti riservati conservati nel garage della residenza di Biden. Dopo aver passato anni a negare l’esistenza dei nastri, ecco la registrazione che prova oltre ogni ragionevole dubbio come l’ex presidente non fosse più in pieno possesso delle facoltà mentali necessarie a ricoprire un incarico tanto importante.
Il pezzo del Financial Times esamina tre libri usciti negli scorsi giorni che parlano di come il Partito Democratico si sia ritrovato con le spalle al muro, legato al candidato sbagliato e costretto ad un disastroso cambio in corsa. Il pezzo del New York Times, invece, si concentra sul libro “Original Sin”, pubblicato dall’anchor della Cnn Jake Tapper proprio il 20 maggio, nel quale si descrive con estrema dovizia di dettagli come i Democratici si siano sentiti “traditi” dalle scelte dell’entourage che circondava Biden.
In inglese questo comportamento si descrive con un’immagine tanto cruda quanto efficace: throwing someone under the bus, gettare qualcuno sotto un autobus. Il fatto che l’accusatore capo sia Tapper, uno di quegli anchor che, fino al disastroso dibattito, giuravano e spergiuravano che Biden era “lucido e forte come un toro” mostra come a sinistra si sia perso del tutto il senso della decenza.
Il pasticcio dell’autopen
L’annuncio della malattia di Biden ha visto l’America spezzarsi come al solito in due. Da una parte i media novecenteschi che, tra una storia strappalacrime e l’altra, pretendono rispetto per il rappresentante di un sistema infernale che non si è fatto scrupolo di provare a distruggere ogni avversario politico. Dall’altra il mondo dei media alternativi che parla senza mezzi termini di un’intera presidenza illegittima, nella quale nessuno sa bene chi prendesse le varie decisioni e di come questo sia oltraggioso per le istituzioni della Repubblica degli Stati Uniti.
Se i toni accesi della pasionaria Laura Loomer, che chiede a gran voce commissioni d’inchiesta e di sbattere in galera chi si sia reso responsabile di questo crimine sono un po’ troppo eccessivi, il problema rimane. Se Biden soffre da anni di questa forma di tumore ed è sottoposto a trattamenti che ne hanno ulteriormente ridotto le capacità mentali, chi ha guidato la superpotenza mondiale dal 2021 allo scorso gennaio?
A tornare di estrema attualità è la questione del cosiddetto autopen, un apparato in grado di replicare in maniera indistinguibile dall’originale la firma del presidente. Biden non è stato il primo a servirsi di questo strumento, messo a punto per operare in casi estremi, quando il presidente è troppo impegnato o in caso di emergenza quando lontano da Washington.
Se Bush e Obama si erano serviti dell’autopen in rarissime occasioni, quasi tutti gli atti di Biden sono stati firmati tramite questo marchingegno. Strano come, ad esempio, il perdono presidenziale per Hunter e l’intera famiglia Biden sia stato firmato di suo pugno da Joe, mentre quasi tutti gli altri documenti siano firmati con l’autopen.
Si apre il vaso di Pandora
La questione vera è la capacità mentale e fisica del presidente: se fosse dimostrato che non era compos mentis, ogni suo atto presidenziale potrebbe essere annullato. Dalle migliaia di perdoni firmati nelle ultime caotiche ore della sua presidenza alle tante nomine di giudici politicizzati, gli stessi che stanno conducendo la guerriglia giudiziaria contro Trump.
Il presidente in carica ha già ventilato l’ipotesi di una commissione d’indagine con ampi poteri per chiarire una volta per tutte chi abbia preso quelle decisioni, dall’Ucraina alla gestione del Covid, dalle follie gretine ai passi falsi in politica internazionale che hanno reso la presidenza Biden la più disastrosa della storia degli Usa.
Considerato che i sospetti di ingerenze pesanti da parte di governi stranieri sono molto reali, una commissione d’inchiesta potrebbe causare sconvolgimenti non solo all’interno dell’Unione ma in tutto il mondo. Sul banco degli imputati, però, non può che esserci la stampa una volta mainstream, colpevole di aver fatto l’impossibile per negare l’evidenza e perpetuare per anni il più grande inganno nei confronti del popolo americano.
L’abdicazione della stampa
Sul Washington Post del 20 maggio si legge un’editoriale di Megan McArdle, blogger d’annata che si è fatta strada dal 2001 ad oggi fino alle testate più prestigiose. Bontà sua, la McArdle parla di near-treasonous dereliction of duty to their country quando si riferisce allo staff di Biden ma non risparmia i sicofanti della stampa mainstream che hanno ignorato i segnali di declino più che evidenti perché inconvenient per il loro partito di riferimento.
I pochi coraggiosi, da David Ignatius nel suo j’accuse del settembre 2023 fino alla devastante inchiesta del Wall Street Journal del 4 giugno 2024, sono stati messi alla berlina e sbeffeggiati fino a quando è arrivata la velina giusta e Biden è stato scaricato. La chiusura del pezzo della McArdle è tanto perfetta quanto spietata:
Il presidente non stava bene, non era neanche lontanamente in grado di continuare – e fino a quando non ci chiederemo come abbiamo potuto non riportare questa storia non staremo bene nemmeno noi.
Vorremmo condividere l’ottimismo della collega: purtroppo la stampa mainstream ha abiurato da decenni alla sua missione. A questo punto merita solo di far compagnia a Joe Biden nel proverbiale portacenere della storia.
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