Esteri

Ecco perché Rubio viene a Roma e l’Italia dovrà rispondere presente

"Rubio comes to Rome", a parlare delle navi italiane che dovranno andare ad Hormuz. E porta in dote le condizioni poste dal governo per la missione

Rubio (screenshot Cbs)

Rubio comes to Rome, a parlare delle navi italiane che dovranno andare ad Hormuz. Vicenda che abbiamo seguito, a partire dalle prime dure risposte di Trump, attraverso un intervento del ministro Crosetto, sino alle ultime dure risposte di Trump.

Crosetto e le “navi che dovranno andare a Hormuz

Sul tema è intervenuto lunedì il ministro Crosetto, con queste precise parole:

Prima parlavamo, col capo di stato maggiore della Marina e della difesa, delle navi che dovranno andare a Hormuz. Ci saranno delle persone che oggi pensavano di stare a casa, che saranno imbarcate ed andranno a migliaia di chilometri di distanza e le loro famiglie lo sapranno magari domani mattina. E vanno lì non per difendere sé stessi o per fare una manifestazione di potenza; vanno lì per cercare di far sì che, quando andiamo alla pompa di benzina, non arrivi a €3 la benzina, ma riscenda a una cifra accettabile; per far sì che, nelle nostre case, non arrivi una crisi economica di cui non abbiamo bisogno perché ne abbiamo già avute troppe.

Bene ma molto bene.

Crosetto e Marina Militare che si tiene pronta

Molto bene, nonostante una successiva precisazione, dello stesso Crosetto:

il riferimento alla partenza di unità navali e al coinvolgimento delle famiglie del personale era esclusivamente un esempio, volto a sottolineare il livello di sacrificio, la dedizione e la prontezza operativa delle nostre Forze Armate.

In quanto tale precisazione è poco credibile, visto che tutto era, meno che un esempio. Tanto più che il resto della precisazione, contiene ulteriori elementi confortanti:

la Marina Militare continua a svolgere le proprie attività di pianificazione e preparazione; mantenendo il livello di prontezza necessario per contribuire, qualora richiesto, a operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione in un nodo strategico di rilevanza globale.

Parole, queste del ministro, singolarmente coordinate con quelle del segretario generale della Nato, Mark Rutte: “sempre più nazioni europee stanno preposizionando asset come cacciamine e dragamine vicino al Golfo, per essere pronte a una fase successiva”.

Compiaciuti, portiamo a casa: (i) che ci sono navi che dovranno andare a Hormuz; (ii) che ci vanno per evitare una crisi economica; (iii) che le operazioni saranno di sminamento e sicurezza della navigazione; (iv) che la Marina Militare è pronta.

E tutto ciò direttamente dalle parole del ministro. Ottimo, lodevole ed encomiabile.

Rubio responsabile diplomatico

Casualmente, lunedì Crosetto si sarebbe recato in ambasciata americana. Non sappiamo a farci cosa, ma proviamo ad indovinarlo. Pochi giorni prima, il Dipartimento di Stato di Marco Rubio aveva inviato una istruzione, alle proprie ambasciate, di “fare pressione sui governi ospiti, affinché aderissero ad una missione navale ad Hormuz”, suggerendo le seguenti parole: “la vostra partecipazione rafforzerà la nostra capacità collettiva di ripristinare la libertà di navigazione e proteggere l’economia globale”.

Missione con un doppio coordinamento: diplomatico, affidato al Dipartimento di Stato di Rubio; e militare, affidato a Centcom (il comando americano con responsabilità su Medio Oriente, Asia Centrale e Meridionale). Perciò il Rubio who comes to Rome è precisamente il responsabile diplomatico di tale missione militare.

Rubio procura la cessazione delle ostilità

La precisazione del ministro aggiunge che “un eventuale impiego potrà avvenire esclusivamente a seguito della cessazione delle ostilità e previa autorizzazione del Parlamento”. Circa la seconda, nulla quaestio: il governo ha una maggioranza tale, da lasciarci dormire sonni tranquilli.

Circa la prima, la cessazione delle ostilità: la risposta la ha data lo stesso Rubio. In una lunghissima conferenza stampa, proprio alla vigilia della propria partenza e proprio dedicata alle operazioni di sminamento e sicurezza della navigazione ad Hormuz (nome in codice, Project Freedom). Due coincidenze che non sono coincidenze. Così Rubio:

ciò che è davvero importante che voi riferiate e che tutti capiscano è che questa non è un’operazione offensiva. Questa è un’operazione difensiva. E ciò che significa è molto semplice: noi non spariamo, a meno che non ci sparino loro per primi, non li stiamo attaccando.

Lo ripete: “non è un atto di guerra, è una misura difensiva”. Più raffinato ancora, egli descrive il parallelo ma distinto blocco dei porti iraniani come una risposta al blocco iraniano di Hormuz:

è una risposta alla loro pirateria … Non puoi avere una situazione in cui lo stretto sia chiuso a tutti, ma loro traggono beneficio dalla pirateria. Non può succedere. Ecco perché il blocco è in vigore.

Tradotto, il blocco americano non è un atto di guerra, bensì una risposta alla pirateria iraniana. Badi il lettore: non ad un atto di guerra iraniano, perché la pirateria è un atto commesso per fini privati da equipaggi di navi private. Ossia, non un atto di guerra dello Stato iraniano. A conferma che non è più in corso il vecchio conflitto fra Usa ed Iran (nome in codice, Operation Epic Fury), come già spiegava Trump.

Coerentemente, per l’Iran, l’alternativa alla accettazione dei termini americani è “crescente isolamento, crollo economico e, infine, totale sconfitta” … non una nuova guerra (almeno, non da parte americana).

Perciò il Rubio who comes to Rome porta precisamente quella cessazione delle ostilità che chiedeva Crosetto.

Rubio procura la missione internazionale

Altre volte, Crosetto aveva chiesto pure un mandato Onu, salvo poi precisare che, in caso di veto russo o cinese, sarebbe bastata una missione internazionale con “42 Paesi o 32 o 48 Paesi”. Ebbene, Rubio ci tiene talmente alle navi italiane, da soddisfare le dette esigenze, in ben due modi diversi.

Anzitutto, procurando il sostegno di numerosi Stati (“molti Paesi vorrebbero fare qualcosa al riguardo”), ancorché sfortunatamente sprovvisti di Marine militari (“la capacità è il problema … non hanno una Marina militare”). Ma Crosetto sa benissimo che non esistono 32 Marine militari nel mondo (tantomeno 42 o 48): perciò, egli non poteva che riferirsi al loro sostegno politico (e finanziario, eventualmente).

In secondo luogo, procurando quel veto che il nostro ministro cercava (o quella mandato, ma è meno probabile): tramite presentazione, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di un progetto di risoluzione (insieme a Bahrain, Arabia Saudita, EAU, Kuwait e Qatar) che autorizzi l’istituzione di un “corridoio umanitario” ad Hormuz. E non l’anno prossimo, bensì “in the coming days”.

Perché proprio a Roma

Tutto ciò premesso, verrebbe da chiedersi perché il responsabile diplomatico della missione militare che sta per arrivare, venga proprio a Roma? Perché egli ci tenga così tanto, alle nostre navi? Rubio è candido, come un americano: “pochi, purtroppo, hanno una Marina militare”.

Tradotto, Rubio comes to Rome perché l’Italia ha un fior di Marina Militare, la mitica Règia. Peraltro, dotata di quei dragamine e cacciamine che la ripartizione dei compiti, all’interno della Nato, assegnava proprio agli alleati europei.

Conclusioni

Insomma, sembrerebbe che, alle nostre navi militari, sarà finalmente concesso di andare a fare il loro mestiere: tirare fuori le nostre navi commerciali dalla gabbia nella quale sono chiuse da quasi un mese e mezzo. Almeno lo si può sperare.

Considerazioni che dedichiamo a molti campioni della nostra stampa nazionale, tutti intenti a descrivere un Rubio in guerra con un Trump il quale “al solito si è costruito una sua realtà irreale”, sconfitto dagli iraniani e prossimo all’impeachment. Laddove, di irreale, c’è solo il loro mondo comunista fatato.

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