Esteri

I veri motivi per cui Israele è così impopolare in Occidente

Né la guerra a Gaza né la propaganda pro-pal, né soltanto antisemitismo e antioccidentalismo. La fine del Consenso di Oslo e la politica estera come proiezione della politica interna

Trump Netanyahu (PBS)
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Molte persone che in realtà non hanno mai avuto molta simpatia per Israele sono ora impegnate a sottolineare con soddisfazione il calo di popolarità della nazione ebraica tra l’opinione pubblica occidentale, dovuto, a loro dire, all’inesistente “genocidio” di Gaza. E, a dire il vero, anche timidi sostenitori di Israele da sempre si stanno ora unendo al coro demonizzante.

Sosterrò qui che l’attuale impopolarità di Israele nel mondo occidentale non è dovuta né alle azioni dell’IDF a Gaza, né all’incessante propaganda pro-pal, per lo più sponsorizzata dal Qatar, che sia l’Occidente che Israele non stanno invero facendo abbastanza per contrastare, e che bisogna ammettere sta definendo il dibattito, ma è piuttosto una proiezione della politica interna occidentale.

All’estremità dello spettro politico, a destra e a sinistra, c’è ovviamente il solito gnosticismo intriso di rivoluzionarismo che vede l’intera civiltà occidentale fondamentalmente dalla parte sbagliata della storia e bisognosa di una riforma radicale. Quanti sposano questa prospettiva se la stanno sicuramente spassando, ma sono sempre esistiti, e non è su di loro che mi concentrerò qui, bensì sul sentimento generale dell’opinione pubblica.

La fine di Oslo

Su questo fronte, innanzitutto, c’è la difficoltà dell’Occidente ad affrontare la fine del Consenso di Oslo.

Alla fine della Guerra Fredda, i Paesi occidentali si sono imbarcati nella missione di rendere la Palestina uno stato sovrano e indipendente, subordinando la pace tra Israele e il mondo arabo a questo progetto. Non solo questa missione è fallita, principalmente a causa dell’intransigenza palestinese, ma gli attori coinvolti stanno ora attivamente cercando alternative.

Non sfugge all’opinione pubblica israeliana che gran parte di ciò che ha dovuto sopportare negli ultimi 25 anni, dalla Seconda Intifada al continuo bombardamento di razzi da Gaza, dalla minaccia dei proxy dell’Iran ai suoi confini, fino al massacro del 7 Ottobre, è figlio del Consenso di Oslo. Gli israeliani hanno perso ogni interesse per la prospettiva di avere per vicino uno stato palestinese, che sono certi finirebbe per trasformarsi in una nuova Gaza.

E non sono gli unici. Gli Accordi di Abramo capovolgono completamente il Consenso di Oslo subordinando il riconoscimento di Israele da parte degli stati mediorientali alla cooperazione economica e di sicurezza, mettendo la causa palestinese in secondo piano.

Ma i sostenitori del Consenso di Oslo non possono accettarne la morte, e stanno quindi reagendo in maniera aggressiva.

I guastafeste

È per lo più limitata alla classe liberale “globalista”, ma un’altra ragione della nuova impopolarità di Israele è l’elevazione del governo Netanyahu al rango di governo “guastafeste”. C’è l’ossessione tra i liberali occidentali che l’equilibrio occidentale post-Guerra Fredda sia rovinato da un piccolo numero di attori negativi all’interno dell’Occidente stesso, come Trump e Netanyahu, il cui populismo delegittima le élite e le istituzioni dominanti. Questi governi occidentali rovinafamiglie sono odiati dalle zitelle istituzionaliste tanto quanto i regimi autoritari non occidentali, se non di più.

In America, le difficoltà dell’opinione pubblica nell’affrontare i fallimenti della Guerra Globale al Terrorismo hanno creato non solo un rinnovato interesse per il tradizionale isolazionismo americano, ma anche una forma di politica del capro espiatorio, in cui gli alleati degli Stati Uniti sono visti come responsabili delle disavventure americane all’estero.

Se l’America spreca costantemente sangue e denaro in guerre all’estero, si pensa, non è perché persegue volontariamente i propri interessi, ma piuttosto perché è stata ingannata da alleati parassiti, o persino malevoli. Secondo questa visione l’intera Guerra al Terrorismo è stata combattuta per conto di Israele, e quindi tutti i dolori che ha generato ricadono su Israele.

Questa visione si mescola volentieri con il classico stile politico americano paranoico che immagina cabale clandestine che controllano segretamente il governo degli Stati Uniti. Soprattutto quando ci sono di mezzo gli ebrei.

Un’altra ragione della nuova impopolarità di Israele non è ancora ampiamente riconosciuta, né discussa volentieri dai più, ma è il ritorno di un antisemitismo legato questa volta non necessariamente all’estrema destra tradizionale, ma alla diffusione tra i giovani di una forma di cristianesimo politicizzato, che si spaccia per un revival cristiano.

La polarizzazione

Infine, l’opinione pubblica occidentale è diventata più aggressiva nei confronti di Israele perché è diventata più aggressiva nei confronti di se stessa.

Dalla crisi finanziaria del 2008, alla Brexit, all’elezione di Donald Trump, al Covid, alla guerra in Ucraina, negli ultimi due decenni abbiamo assistito ad una crescente polarizzazione politica in Occidente, in cui rancore e disprezzo sono diventati la norma tra le fazioni politiche. Così come pure un senso di catastrofe imminente, e un atteggiamento politico da gioco a somma zero. La sensazione che gli avversari politici non siano solo persone che abbracciano politiche diverse, ma nemici decisi a distruggere il Paese, si proietta ora inevitabilmente sulla politica estera.

In un mondo occidentale in cui molte persone (anche se nessuno lo ammetterà mai) si sentono più vicine ai russi o agli ucraini che ai propri compatrioti, anche gli israeliani pagano il prezzo di essere percepiti come schierati da una parte o dall’altra.

La dura verità è che per quanto riguarda l’opinione pubblica, la politica estera è per lo più una proiezione della politica interna. Ed è anche per questo che l’opinione pubblica ne rimane così spesso delusa, poiché le priorità strategiche nazionali mal si sposano con l’umore generale.

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