Esteri

Il grande malato d’Europa ora parla francese. Ed è irriformabile

Debito record, licei saccheggiati, una radio pubblica che zittisce l'unica voce dissonante e una sinistra che si candida a governare senza numeri. Per anni il problema dell'Europa era a Sud. Oggi è a Parigi

Francia proteste
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C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il “malato d’Europa” aveva un indirizzo fisso. Abitava ad Atene, nei giorni peggiori della crisi del debito sovrano, oppure a Roma, quando lo spread stava in prima pagina di tutti i quotidiani. Oltre ai consueti burocrati di Bruxelles, anche da Parigi si mandavano segnali di forte preoccupazione, con quella particolare miscela di sollecitudine e sufficienza che i francesi riservano a noi, cugini mediterranei.

Presa di coscienza

Ma oggi le cose si sono invertite. La novità non è tanto che la Francia sia malata, cosa che chi segue i soliti indicatori economici – rapporto debito/Pil, speranza di vita, età della pensione, rendimento dei Bond – sa da tempo. La novità è che la Francia comincia ad accorgersene da sola.

Dai talk show agli editoriali della stampa più paludata per arrivare all’ottima rete economica BFM Business, la domanda circola ormai senza imbarazzo: e se il problema dell’Europa fossimo noi? Come pochi giorni fa, quando BFM titolò “La crisi del debito francese trascina verso il basso l’Euro” (per chi conosce il francese il programma è a questo link).

Debito record nell’era Macron

Partiamo dai numeri. Secondo l’Insee (l’Istat francese), alla fine del secondo trimestre 2026 il debito pubblico francese ha raggiunto 3.595,5 miliardi di euro, pari al 119 per cento del Pil. È il massimo storico.

Quando Emmanuel Macron entrò all’Eliseo, nel 2017, il debito si aggirava intorno ai 2.250 miliardi e il rapporto con il prodotto era pari al 100.8 per cento, poco sopra la soglia psicologica del 100. In nove anni di presidenza del giovane riformatore che avrebbe dovuto modernizzare la Francia si sono aggiunti quasi 1.350 miliardi.

La difesa d’ufficio è nota: c’è stato il Covid. Vero, ma occorre considerare quanto segue: Il picco precedente, 117,8 per cento, risaliva al primo trimestre 2021, cioè al cuore dell’emergenza sanitaria. Cinque anni dopo, a emergenza archiviata, la Francia ha superato il livello del lockdown.

La spesa per interessi ha intanto superato i 66 miliardi di euro l’anno, con un tasso apparente ancora modesto, intorno all’1,9 per cento, perché una parte consistente dello stock è stata emessa negli anni dei tassi a zero. Ogni rinnovo a condizioni di mercato aggiunge un pezzo al conto. Un caso concreto arriverà il 25 febbraio 2027, quando scadrà un’OAT a cedola zero con 35,8 miliardi di euro ancora in circolazione. Il costo del rifinanziamento dipenderà dalle condizioni di mercato: nell’asta del 1° ottobre 2026, la Francia ha collocato debito a circa dieci anni a un rendimento del 4,93 per cento e molti prevedono che a marzo andrà anche peggio.

Patto sociale insostenibile

Da dove viene il problema? Ebbene, è ormai chiaro che una spesa pubblica che sfiora il 57 per cento del Pil, la più alta dell’area euro, non è il prodotto di una crisi. È il prodotto di un patto sociale che nessuno osa rinegoziare.

L’economista e politico francese Frédéric Bastiat cercò di spiegarlo nel 1848: “L’État, c’est la grande fiction à travers laquelle tout le monde s’efforce de vivre aux dépens de tout le monde”. “Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere a spese di tutti”.

Il Paese delle rivoluzioni, non delle riforme

Il vero nodo è qui. In Francia ogni tentativo di tagliare, riformare o anche soltanto razionalizzare incontra un muro, e il muro ha due facce. La prima è la piazza. Lo si è visto con i gilets jaunes, nati da un aumento delle accise sul carburante e trasformati in mesi di sabati incendiari; lo si è visto con la riforma delle pensioni del 2023, approvata a colpi di 49.3 (la versione francese del nostro voto di fiducia) e mai digerita; lo si vede oggi nei licei. La seconda faccia è più silenziosa e più efficace: sono gli interessi corporativi, le categorie protette, le burocrazie che nei corridoi ottengono ciò che la piazza reclama per strada.

Dalla protesta al saccheggio

Il movimento dei licei e delle università, partito a fine settembre da Créteil, nasce da rivendicazioni in parte fondate: insegnanti mancanti, edifici fatiscenti, classi sovraffollate. Ma – come abbiamo visto principalmente sui social ma anche sui media mainstream – in due settimane ha prodotto decine di incidenti e atti incendiari con oltre 6.600 fermi.

L’87 per cento dei fermati sono minorenni. Non diremo qui, per non essere politically biased, di quali regioni del mondo siano originarie le famiglie di appartenenza, ma guardando i tanti video su X e Instagram riteniamo non ci siano dubbi di sorta (parliamo di social e non di reti televisive, in quanto queste ultime, quando intervistano i manifestanti, tendono a inquadrarne solo i piedi e camuffarne la voce). In pochi giorni a Parigi si sono visti incendi, monumenti imbrattati e quelle che qui si chiamano, con un eufemismo entrato ormai nel lessico burocratico, dégradations.

Giovedì 8 ottobre il movimento ha superato un’altra soglia. A Lormont, alle porte di Bordeaux, una trentina di giovani incappucciati è entrata nel liceo Les Iris, ha portato via tre decine di computer (non di poco valore: Macbook Pro dedicati alla grafica) e ha dato fuoco al magazzino della carta, con danni per diverse centinaia di migliaia di euro. Non più blocchi, ma razzie.

Il paradosso non richiede commenti: si protesta per la mancanza di mezzi nella scuola pubblica e si distruggono i mezzi della scuola pubblica, obbligando lo stato a nuove spese e nuovo debito.

La risposta del governo Lecornu è stata, come da tradizione, una promessa: 3.000 supplenti in più “da subito”, una piattaforma di consultazione (una pagina web per scrivere il proprio malcontento), giornate di “democrazia interna” negli istituti: il riflesso condizionato di un sistema che ha imparato a comprare la pace sociale a rate, rimandando la resa dei conti a chi verrà dopo.

Il luogo comune vuole che la Francia sia un Paese capace di rivoluzioni ma non di riforme. Come tutti i luoghi comuni è ingiusto in qualche dettaglio, ma drammaticamente esatto nella sostanza.

La radio di Stato e l’editoriale di troppo

Terminiamo con un’osservazione sui media. Le grandi reti pubbliche – in particolare le prime due radio per ascolto nel segmento talk, FranceInter e FranceInfo – descrivono il movimento con il lessico della comprensione: “mobilitazione”, “malessere giovanile”, “rivendicazioni legittime”. Non è una sorpresa. Le redazioni del servizio pubblico francese sono orientate a sinistra con una compattezza che in Italia, dove pure la lottizzazione è un’arte antica, sembrerebbe quasi sovietica.

Il caso di Charles Sapin lo dimostra meglio di qualsiasi sondaggio. A fine agosto FranceInter aveva affidato al vicedirettore di Valeurs Actuelles un breve editoriale settimanale la domenica mattina: pochi minuti in un palinsesto di centinaia di ore. Per i sindacati interni era inammissibile. Due giorni di sciopero, la radio di Stato muta, un terzo giorno già annunciato. Alla fine la direzione ha ceduto e la rubrica è stata chiusa. Il pluralismo, nel servizio pubblico francese, è durato qualche domenica.

Irriformabile

La Francia avrebbe tutti i fondamentali per non essere il malato d’Europa: un’economia grande e diversificata, un’industria di eccellenza, un risparmio privato solido, una pubblica amministrazione che, pur lentissima, quando vuole – come quando deve inviare contravvenzioni – sa funzionare. Ma finché ogni riforma verrà vissuta come un’aggressione e ogni taglio come un tradimento dando il via a scontri cittadini degni di Gaza riteniamo che nessun presidente, di nessun colore, possa avere una chance di invertire la rotta.

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