Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu sono le tre province orientali della Repubblica Democratica del Congo in cui decine di gruppi armati si contendono territori e risorse minerarie ormai da decenni. Agiscono quasi incontrastati, liberi di infierire sulla popolazione, rendendo inaccessibili con la loro presenza estese aree, troppo insicure per garantire stabilmente servizi e infrastrutture essenziali.
Il focolaio
È anche per questo che le autorità sanitarie locali si sono accorte solo da pochi giorni che in una delle tre province, l’Ituri, era scoppiata una epidemia di Ebola, un filovirus che causa una delle malattie più letali: una febbre emorragica che in media uccide il 50 per cento dei contagiati, con una oscillazione tra il 25 e il 90 per cento.
Quasi sempre, negli ultimi anni, le epidemie di Ebola sono state individuate, e sono stati attivati i sistemi sanitari locali e internazionali, all’insorgere dei primi casi, dopo anche solo un decesso sospetto. Invece quando l’Oms ha annunciato l’epidemia attuale il 15 maggio i casi sospetti risultavano essere già almeno 246 casi e 80 i morti sospetti. Il giorno successivo, su 13 campioni raccolti in diverse località, otto sono risultati positivi. Il 19 maggio i casi sospetti sono saliti a 500 e i decessi a 131.
La brutta notizia, pessima, è che non è disponibile un vaccino per la variante del virus che ha colpito l’Ituri, la Ebola-Bundibugyo, che prende il nome dalla città ugandese in cui è stata individuata nel 2007. Ne sono stati creati due alcuni anni fa solo per la variante Ebola-Zaire, dimostratisi molto efficaci ogni volta che è stato possibile somministrarli tempestivamente al personale sanitario e alle persone entrate in contatto con gli ammalati.
D’altra parte, se anche si disponesse di un vaccino, ricostruire i contatti avuti dai contagiati e vaccinare tutte le persone a rischio in questo caso sarebbe molto difficile, anche in condizioni ottimali: sono tante e il periodo di incubazione dell’Ebola è lungo, va da due a 21 giorni.
Il contagio nei centri urbani
Più ancora dell’elevato numero di casi sospetti, preoccupano due altri fattori: l’insorgenza della malattia in contesti urbani e semiurbani – il focolaio è Bunia, due milioni di abitanti, capoluogo dell’Ituri, dove si è verificato il primo decesso, quello di una infermiera del Centro Medico Evangelico – e la vastità dell’area interessata.
Il 17 maggio è stato scoperto un caso a Goma, il capoluogo del Nord Kivu, che dista più di 500 chilometri da Bunia. Questo ha creato forte allarme non solo per la distanza dall’epicentro dell’epidemia, ma perché Goma ha oltre un milione di abitanti, a cui si aggiungono alcune centinaia di migliaia di sfollati ospitati in gran parte in campi profughi ad elevata intensità abitativa e scarsità estrema di servizi, e perché si trova sulla riva settentrionale del lago Kivu, al confine con il Rwanda, a poca distanza dalla città rwandese di Gisenyi.
Soltanto sette chilometri, meno di due ore a piedi, un intenso flusso di persone che ogni giorno attraversano la frontiera per lavoro e altre attività. Inoltre dal gennaio del 2025 la città è controllata dagli M23, il più forte gruppo armato della regione.
Il virus è stato individuato anche in Uganda, nella capitale Kampala, quasi due milioni di abitanti, anch’essa lontana più di 500 chilometri da Bunia. Analisi di laboratorio il 15 e il 16 maggio hanno confermato due casi a distanza di 24 ore uno dall’altro: due persone provenienti dal Congo, senza apparente collegamento tra di loro. Una delle due è morta e la salma è già stata rimpatriata.
La reazione dell’Oms
L’Oms, in considerazione di questi elevati elementi di rischio – numero di casi, contesti urbani, vastità del territorio interessato, possibile diffusione in altri Paesi oltre al Congo e all’Uganda – ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, il che consente di attivare il protocollo previsto per situazioni del genere.
Gli errori del passato
Non intende evidentemente ripetere l’errore commesso nel 2014, quando rimandò per molti mesi la dichiarazione di stato di emergenza e l’attivazione dei conseguenti provvedimenti. Aveva sottovalutato la portata dell’epidemia di Ebola-Zaire scoppiata in Guinea Conakry, basandosi soltanto sul numero di casi rilevati: pochi e gestibili, secondo gli esperti Oms.
Inutilmente Medici Senza Frontiere aveva insistito sul pericolo di diffusione dell’epidemia, dedotto dalla presenza di casi su un territorio molto vasto. L’epidemia passò le frontiere, si estese alle vicine Liberia e Sierra Leone e durò fino al 2016, favorita dai sistemi sanitari locali dei tre Paesi del tutto inadeguati anche in condizioni normali e dal comportamento di tanta parte della popolazione, diffidente nei confronti delle autorità governative e sanitarie, male o per nulla informata sul comportamento da tenere e convinta di potersi curare con metodi tradizionali.
Fu la peggiore delle epidemie di Ebola: più di 28 mila contagi, 11.323 morti accertati. Prima e dopo, l’Ebola e un altro filovirus altrettanto letale – il Marburg – hanno colpito più volte gli abitanti dell’Africa sub sahariana. Quella attuale è la 17esima epidemia scoppiata in Congo da quando vi è stata scoperta la variante Zaire, così chiamata perché all’epoca questo era il nome del Paese. La più grave, tra il 2018 e il 2020 in Ituri e Nord Kivu, ha ucciso quasi 2.300 persone.
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