Fedele al suo programma politico, il presidente Donald Trump, poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Bianca lo scorso gennaio, ha sospeso temporaneamente i programmi di assistenza realizzati nell’ambito della cooperazione internazionale allo sviluppo, molti dei quali affidati a organizzazioni non governative e a collaboratori locali.
L’ordine esecutivo
Lo ha fatto con uno dei suoi primi ordini esecutivi: “Rivalutare e riallineare gli aiuti esteri degli Stati Uniti”. Nella convinzione che non tutti gli aiuti internazionali siano allineati con gli interessi americani e in molti casi siano antitetici ai valori americani – spiegava l’ordine esecutivo – è sospesa con effetto immediato l’assunzione di impegni con e l’erogazione di fondi a Paesi stranieri e a organizzazioni non governative per 90 giorni al termine dei quali si deciderà quali programmi continuare, modificare o interrompere.
La verifica
Le verifiche erano iniziate subito e nel mirino degli ispettori per prime erano finite le attività dell’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, il principale organo governativo preposto all’erogazione degli aiuti internazionali che da solo provvede alla gestione di 40 dei quasi 70 miliardi stanziati ogni anno da Washington per la cooperazione internazionale, equivalenti ad almeno il 38 per cento di tutti i contributi pubblici e privati registrati dalle Nazioni Unite.
A marzo, dopo sei settimane di verifiche, il segretario di stato Usa Marco Rubio ha annunciato che erano stati cancellati l’83 per cento dei programmi USAID e che i circa mille rimasti da quel momento sarebbero stati gestiti in maniera più efficiente, sotto la supervisione del Dipartimento di Stato e con la consulenza del Congresso.
I risultati di USAID
Di recente una equipe internazionale di ricercatori ha svolto una indagine sull’impatto nel mondo degli interventi dell’USAID e sulle possibili conseguenze della loro cancellazione. I risultati sono stati pubblicati il 30 giugno dalla rivista scientifica The Lancet.
Il periodo considerato va dal 2001 al 2021. Dai dati raccolti, relativi a 133 Paesi, risulta che in 20 anni nei Paesi in via di sviluppo, a reddito basso e medio, gli aiuti Usa hanno salvato la vita a 91 milioni di persone, tra cui 30 milioni di bambini. I risultati più importanti sono stati ottenuti nella lotta all’Hiv/Aids, con una riduzione della mortalità del 65 per cento, nella prevenzione e cura della malaria, 51 per cento, e delle malattie tropicali, 50 per cento.
Secondo le proiezioni elaborate a partire da questi dati, nei prossimi cinque anni senza gli aiuti USAID potrebbero morire più di 14 milioni di persone, inclusi 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. “Per molti Paesi a basso e medio reddito, lo shock derivante dalla cancellazione degli aiuti umanitari Usa sarebbe paragonabile per portata a una pandemia globale o a un grave conflitto armato – sostiene Davide Rasella, coautore dell’articolo pubblicato su The Lancet e ricercatore presso il Barcelona Institute for Global Health – i tagli ai finanziamenti rischiano di interrompere bruscamente, e persino di invertire, due decenni di progressi raggiunti in ambito sanitario per le popolazioni vulnerabili”.
In un precedente editoriale, pubblicato il 22 marzo, The Lancet commentava:
Il sistema degli aiuti è tutt’altro che perfetto, per anni i critici ne hanno evidenziato i difetti intrinseci, sostenendo che gli aiuti alimentano la dipendenza anziché promuovere lo sviluppo a lungo termine. In molti Paesi gli aiuti si sostituiscono alle risorse nazionali e inoltre miliardi vanno perduti a causa di frodi, cattiva gestione e corruzione.
Eppure l’USAID, nonostante gli sprechi, la corruzione, gli insuccessi, progetti mal concepiti, ha evitato la morte di oltre 90 milioni di persone in 20 anni. Circa 30 milioni di bambini che sarebbero morti, sono invece sopravvissuti e sono diventati uomini e donne adulti.
Verso un nuovo sistema?
Il taglio degli Stati Uniti e di altri Paesi finanziatori della cooperazione internazionale mette oggettivamente in difficoltà centinaia di milioni di persone. “Dal momento che anche Paesi come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania (i più generosi contribuenti dopo gli Stati Uniti, ndr) stanno riducendo i fondi per gli aiuti, chi o che cosa può colmare il vuoto?” domandava The Lancet; e suggeriva: “non potrebbe essere questa l’occasione, l’opportunità per ripensare l’intero sistema degli aiuti internazionali?”.
La Commissione Lancet sugli investimenti in salute ha proposto che l’assistenza allo sviluppo si concentri su due obiettivi generali: il sostegno diretto ai servizi di base e al controllo delle malattie nei Paesi con meno risorse; e il finanziamento di beni pubblici globali, ad esempio, per contrastare la resistenza antimicrobica, prevenire e rispondere alle pandemie e sviluppare e implementare nuove tecnologie sanitarie.
Più utile ancora sarebbe se i governi dei Paesi che più dipendono dagli aiuti internazionali cogliessero l’opportunità dei tagli per assumersi finalmente la responsabilità e l’onere dei servizi sanitari, e non solo, finora forniti dalla cooperazione internazionale, invece di continuare a riversare sul resto del mondo, dell’Occidente soprattutto, la colpa di povertà e mancato sviluppo per salvare la loro immagine agli occhi dei connazionali e del mondo.
Meglio sarebbe, soprattutto, se i tagli fossero l’opportunità per le popolazioni che ne hanno beneficiato finora di rendersi conto di quanto debbano agli aiuti internazionali e quanto questi aiuti sopperiscano ai servizi che per incuria e corruzione i loro governi non si preoccupano di assicurare.
La reazione dei Paesi africani
Il continente che ha beneficiato maggiormente dell’USAID e in generale della cooperazione internazionale è l’Africa dove si registrano il 94 per cento dei casi di malaria, vivono due terzi dei malati di Aids e scoppiano la maggior parte delle epidemie causate da malattie tropicali.
Lo scorso febbraio Jean Kaseya, direttore dell’Africa Centres for Disease Control and Prevention, si è rivolto a Marco Rubio: “Come possiamo affrontare le epidemie senza più finanziamenti?” ha protestato. Ha poi scritto ai capi di stato e di governo africani avvertendoli che senza un intervento urgente per compensare i finanziamenti venuti meno a causa della sospensione degli aiuti Usa e ai tagli dei fondi per gli aiuti internazionali annunciati da altri governi, in Africa si prevedono da due a quattro milioni di morti in più all’anno.
Alcuni Paesi africani hanno reagito ai tagli Usa dicendo che d’ora in poi faranno da sé. Uno è l’Uganda. Il suo ministro dell’informazione, Chris Baryomunsi, a nome del governo ha affermato che l’Uganda è perfettamente in grado di provvedere a se stessa senza dipendere dall’assistenza straniera.
Intanto, però, il 30 giugno a Siviglia, alla quarta Conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo, i capi di stato e di governo africani convenuti hanno, come di consueto, reclamato nuovi finanziamenti, la rinegoziazione e cancellazione del debito estero e aiuti, in particolare per far fronte ai cambiamenti climatici di cui sostengono di subire ingiustamente i danni.
Preoccupato per l’assenza degli Stati Uniti alla conferenza, il presidente del Kenya, William Ruto a nome di tutti ha preso la parola: “Esorto gli Stati Uniti – ha detto – a riconsiderare la loro posizione. I finanziamenti internazionali restano indispensabili per l’Africa. L’Africa non chiede favori. Vogliamo giustizia, correttezza, partnership e investimenti”. Ai Paesi presenti ha chiesto di sottoscrivere il documento finale che prevede impegni finanziari per 4 trilioni di dollari per la realizzazione, entro il termine previsto del 2030, degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
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