Vote Blue, no matter who. Questa, in estrema sintesi, potrebbe essere la frase che riassume la tornata elettorale che si è appena svolta in alcuni stati della costa est degli Stati Uniti e che ha visto una marea blu travolgere sia i candidati del Partito Repubblicano che molti esponenti moderati del Partito Democratico.
Se a dominare le prime pagine sarà il risultato dell’elezione del sindaco di New York, le lezioni più dure da digerire per il Gop saranno quelle arrivate dallo swing state per eccellenza, quella Virginia che, dopo aver eletto Glenn Youngkin dopo i disastrosi mandati di McAuliffe e Northam, ha scelto la brutta copia di Hillary Clinton come prossima governatrice. Molti speravano che, viste le posizioni estreme di molti democratici, gli elettori indipendenti o repubblicani si sarebbero presentati in massa alle urne, impedendone l’elezione.
Purtroppo questa è rimasta una pia illusione: nonostante il candidato democratico ad Attorney General della Virginia Jay Jones fosse stato beccato ad augurarsi la morte della moglie e dei bambini del proprio avversario “per dargli una lezione”, sarà proprio lui a guidare il sistema legale dell’Old Dominion State.
Una delle leggi non scritte della politica USA afferma che, specialmente quando l’economia non tira, il partito al potere viene quasi sempre sconfitto nelle tornate elettorali dove non ci si gioca la presidenza ma la batosta per il Gop è difficile da digerire. Vediamo come sono andate le cose e quali potrebbero essere le conseguenze per l’amministrazione Trump ancora impegnata nella battaglia coi Democratici per riaprire il governo federale.
2025, fuga da New York
Alla fine, 24 anni dopo il devastante attacco alle Torri Gemelle, la Grande Mela ha scelto di consegnarsi ad un islamista dichiarato che propone un giorno sì e l’altro pure di “globalizzare l’Intifada”, alzare le tasse solo ai bianchi, tagliare ulteriormente i fondi all’NYPD e istituire negozi in stile sovietico, finanziati dai soldi dei contribuenti.
Zohran Mamdani, cittadino nato in Uganda da genitori indiani naturalizzato in maniera peraltro molto discutibile nel 2018, sarà il prossimo sindaco della città di New York. Il fatto che un classe 1990 che non ha mai avuto un lavoro nel settore privato ed ha zero esperienza nel gestire la cosa pubblica si ritrovi a capo della metropoli più iconica ed importante d’America è una roba che, solo qualche anno fa, sarebbe stata considerata del tutto inverosimile.
A niente è servito l’endorsement dell’ultima ora del magnate newyorkese che risiede alla Casa Bianca o il fatto che, nonostante i disastri combinati durante la pandemia ed i tanti scandali, la rimonta di un membro storico dell’aristocrazia democratica come Andrew Cuomo sembrasse inarrestabile.
Appena l’early voting si è chiuso domenica, un sondaggio condotto dalla società JL Partners aveva fatto notare come circa 765.000 degli 8,4 milioni di residenti dell’area metropolitana di New York fossero pronti a lasciare la città se Mamdani fosse diventato il 111° sindaco della Grande Mela.
Mentre su X si moltiplicano le battute da parte di influencer repubblicani che invitano i newyorkesi in fuga a non venire nel loro stato e pagare le conseguenze della propria idiozia, altri fanno notare come la metropoli non sia nuova a scelte del genere. Zohran Mamdani sembra la versione DEI di quei comunisti nemmeno troppo mascherati come Bill de Blasio che hanno cancellato i passi avanti fatti negli anni di Rudy Giuliani e già causato l’esodo di centinaia di migliaia di cittadini negli ultimi anni.
Un figlio di papà islamista e comunista
Nonostante si sia presentato come “campione dei poveri”, il background di Mamdani è tutt’altro che working class: è infatti figlio di un accademico islamico di origini iraniane della Columbia University che ha fatto carriera parlando di decolonizzazione e lotta al capitalismo e della regista indiana e hindu Mira Nair, prima famosa per il film Mississippi Masala e poi per aver svolto funzioni ufficiali nell’amministrazione Obama.
La cosa veramente assurda è che questo giovane carismatico, dal sorriso smagliante e dalle parole d’ordine di facile presa ha vinto con una piattaforma non solo all’insegna del marxismo e dell’islamismo più trinariciuto ma del tutto farlocca. Nessuna delle promesse che ha fatto, dal rendere gli autobus più veloci e gratuiti al blocco degli affitti fino ai famosi negozi sovietici, è responsabilità diretta del sindaco: a decidere sarà il consiglio comunale, dominato dall’establishment democratico e non certo dall’estrema sinistra.
Come si dice in America, talk is cheap: se le promesse non costano niente, trasformarle in realtà sarà praticamente impossibile. La cosa non sembra preoccupare più di tanto Mamdani: ha ottenuto quello che vuole ogni comunista, il potere.
La reazione del Gop
Se le cose non andranno come ha promesso, sarà sempre colpa di qualcun altro, a partire da orange man bad, quel Donald Trump che ha già fatto sapere che bloccherà i fondi federali diretti verso la metropoli. Il Gop ha affidato la risposta al chairman del Republican National Committee, Joe Gruters, che su X ha detto:
I democratici hanno consegnato New York ad un comunista dichiarato e saranno le famiglie dei lavoratori a pagare il prezzo di questa decisione. L’agenda radicale di Zohran Mamdani farà fuggire le imprese, svuoterà i portafogli dei contribuenti e getterà una delle più grandi città d’America nell’anarchia. La sua elezione è la prova che il Partito Democratico ha abbandonato il buonsenso e si è legato all’estremismo. L’anno prossimo gli elettori li puniranno per aver abbracciato le politiche di estrema sinistra di Mamdani e per i disastri che causeranno.
Il famoso stratega repubblicano Roger Stone è ancora più netto: dal suo profilo X ha infatti detto che, dopo la vittoria di Mamdani, le possibilità che la pasionaria MAGA Elise Stefanik sia la prossima governatrice dello stato di New York sono aumentate “in maniera drammatica”.
Virginia peggio di New York
Per descrivere il bagno di sangue del Gop in Virginia basta un solo dato: ogni singola contea dello stato ha visto un aumento della percentuale di voti per il Partito Democratico, anche contee che da sempre votano repubblicano. Anche dove ha stravinto, talvolta con un vantaggio di oltre 40 punti percentuali, l’ex Lieutenant Governor Winsome Earle-Sears ha raccolto meno voti, un dato che si è riassunto nella netta vittoria della candidata democratica Abigail Spanberger.
Per il Gop della Virginia si tratta di una disfatta su tutta la linea: non solo hanno perso le tre cariche principali a livello statale, che vengono elette con votazioni separate, ma il partito ha perso parecchi seggi nel Congresso statale, consegnando ai Democratici una super-majority a prova di filibuster, cosa che renderà impossibile fermare le politiche più estreme.
Al contrario di quanto avvenuto a New York e altrove, la Spanberger ha condotto una campagna piuttosto moderata, cercando di intercettare i voti degli indipendenti e dei centristi ma molti degli eletti al Congresso statale hanno posizioni ben più radicali, a conferma di come il partito dell’asinello sia stato conquistato dall’estrema sinistra.
Anche se servirà del tempo per capire le ragioni di una disfatta del genere, diversi analisti puntano il dito su due fattori: la presenza di candidati islamisti nelle file dei Democratici e l’impatto devastante dello shutdown in uno stato la cui economia dipende in gran parte proprio dai dipendenti pubblici o da ditte che lavorano col governo. La vittoria nella gara per il vice-governatore di Ghazala Hashmi è storica: è la prima donna di religione musulmana ad essere eletta per una carica a livello statale nella storia degli Stati Uniti.
Molti analisti più vicini all’universo MAGA avevano da tempo criticato la scelta dei candidati operata dal Partito Repubblicano della Virginia ed una campagna elettorale condotta in maniera troppo timida e poco “identitaria”. L’ex campaign manager di Trump, Chris LaCivita, è particolarmente tranchant su X: “Scegliere il candidato sbagliato e condurre una campagna elettorale sbagliata non possono che avere conseguenze negative. La campagna per il governatore della Virginia è l’esempio migliore di questa tendenza”.
Nonostante il suo background militare, la Earle-Sears non aveva mai nascosto la sua antipatia per Trump e, in generale, per il movimento America First, in contrasto con il governatore Youngkin. A quanto pare, molti elettori MAGA non hanno dimenticato queste offese ed hanno scelto di rimanere a casa, consegnando la vittoria ad una falsa moderata, ex dipendente della CIA, che sarà una iattura per le imprese dello stato, che spinge politiche in stile californiano che renderanno ancora più grave la situazione della sicurezza in molte contee dello stato, già piagate da una criminalità elevatissima.
No Trump, no Republican Party
Leggere i risultati dell’election day 2025 è un’esperienza sicuramente difficile per chi sperava che questa tornata elettorale avrebbe confermato quella tendenza generalizzata che, dall’Argentina alla Repubblica Ceca, aveva visto continuare l’avanzata di forze politiche contrarie alle politiche suicide che stanno condannando la civiltà occidentale ad un brutale declino.
Se è vero che sia il New Jersey che la Virginia sono stati tradizionalmente democratici, che non votano per un presidente repubblicano da più di 20 anni, i segnali negativi per il Gop si moltiplicano in maniera allarmante.
In una tornata elettorale all’insegna della bassa affluenza, quegli stessi giovani che avevano garantito la vittoria a Trump grazie soprattutto al lavoro indefesso di Charlie Kirk, hanno voltato le spalle ai Repubblicani: l’exit poll della NBC News vede i candidati democratici vincere con percentuali importanti anche tra i giovani uomini dai 18 ai 29 anni, demografica che aveva virato decisamente a destra lo scorso anno.
Il problema dei problemi, però, è quello espresso dal noto analista Mike Cernovich:
Quando Trump non è sulla scheda elettorale, gli elettori a bassa propensità al voto rimangono a casa. Osserviamo questo comportamento in ogni elezione dal 2016. I Repubblicani vincono con Trump: senza di lui non riescono a portare la gente alle urne. La coalizione vincente del 2024 era Trump sulla scheda, Make America Healthy Again ed i soldi di Elon Musk. Se nelle mid-terms del 2026 non avremo almeno due di questi tre fattori sarà un massacro.
Jennica Pounds, analista diventata famosa su X come DataRepublican, ha fatto notare, invece, un altro fattore importante: i Democratici continuano ad avere montagne di soldi a disposizione per “convincere” gli elettori a bassa propensità.
Secondo me queste elezioni a bassa affluenza negli anni dove non si vota per la presidenza sono un problema strutturale per i Repubblicani. La Ford Foundation ha garantito una quantità importante di finanziamenti ad ong legate direttamente o indirettamente alla mobilitazione dell’elettorato. Ora moltiplicate questo numero per almeno una dozzina di fondazioni e donatori dai portafogli profondi.
Un advisor di Trump, Alex Bruesewitz, si scaglia senza mezzi termini contro l’establishment repubblicano che ha provato ancora a proporre candidati indigesti al movimento MAGA, strategia che si è rivelata fallimentare.
La qualità dei candidati è importante. La lezione che il Partito Repubblicano deve trarre da stasera è questa: proporre candidati mollicci che ce l’hanno con Trump e con MAGA non funziona nemmeno negli stati purple. Il candidato giusto deve essere in grado di raccogliere tutte le fazioni all’interno del partito, cosa che succede solo quando sono fermamente schierati con il movimento MAGA. In Virginia la Earle-Sears ha lavorato contro Trump da anni e gli elettori MAGA sono rimasti a casa, facendo perdere anche gli altri candidati. Gli elettori non vedono differenze tra un repubblicano moderato ed un democratico: da ora in avanti bisogna che il Gop si svegli e proponga solo candidati MAGA, altrimenti avremo problemi in ogni elezione.
L’avvertimento di Jack Posobiec, erede di Charlie Kirk alla guida del suo popolare podcast, è ancora più netto: “le mid-terms del 2026 finiranno ancora peggio se non cambiamo rotta in fretta”.
Vittoria di Pirro?
In un altro momento storico, i risultati delle elezioni di stanotte sarebbero stati considerati un nothing-burger, una cosa scontata. Nonostante venisse da un governatore repubblicano un po’ sui generis come Youngkin, la Virginia per gran parte della sua storia è stata una roccaforte democratica.
La città di New York e lo stato del New Jersey sono talmente blu che, fino a pochissimi anni fa, la stessa prospettiva che un repubblicano potesse vincere avrebbe fatto ridere. Se c’è chi si è scagliato contro il candidato repubblicano Curtis Sliwa, il cui 7 per cento di voti avrebbe potuto consentire a Cuomo di battersi fino all’ultimo voto contro Mamdani, il sistema perverso dei contributi pubblici nella città di New York, che garantisce ai candidati finanziamenti pubblici otto volte superiori a quanto raccolto dai candidati, non fa che incentivarli a rimanere in gara anche quando è chiaro che non hanno possibilità di vincere.
Sul fatto che la vittoria dei Democratici sia stata totale non ci piove, ma il partito dell’asinello è stato costretto ad usare metodi decisamente poco ortodossi, a partire dallo shutdown del governo federale. L’influencer MAGA Insurrection Barbie su X riassume la vicenda in maniera tanto sintetica quanto puntuta:
Chuck Schumer ha tenuto il governo chiuso fino a queste elezioni. Ecco perché hanno rifiutato ogni accordo: volevano convincere i propri elettori ad andare alle urne. Non gli importa niente se questo avrebbe distrutto l’economia e ferito il popolo americano. Sapevano che gli idioti avrebbero ancora votato per loro.
Altri fanno notare come la vera ragione del successo di questa mossa estremamente spregiudicata sia stato il “soccorso rosso” dei media mainstream che hanno condotto una campagna di propaganda sfacciata, accusando i Repubblicani di aver causato lo shutdown mentre si è trattato chiaramente di una mossa strumentale e cinica portata avanti dalla dirigenza democratica.
In realtà, però, potrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro: come scrive su X il capo dell’ufficio di Washington di Breitbart News Matthew Doyle, “l’unico modo che hanno i democratici di vincere in questo momento storico è di scegliere comunisti dichiarati come Mamdani o gente che viene dalla comunità dell’Intelligence come la Sherrill e la Spanberger. Questo è il futuro dei democratici: comunisti o Deep Dtate”.
Nonostante l’orribile serata, Jack Posobiec cerca di trovare comunque la luce alla fine del tunnel: “Congratulazioni a chi ha lottato in New Jersey. Lo stato non doveva nemmeno essere competitivo nel 2025. Il New Jersey è ora dove la Pennsylvania era qualche elezione fa. Basta crederci e continuare a lavorare e ce la faremo”.
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