Proprio quando la faida tra i due maestri del trolling sembrava già finita nel dimenticatoio, Elon Musk ha deciso di lanciare il guanto di sfida a quel movimento America First che, a dire il vero, l’aveva sempre visto con un certo sospetto. L’annuncio di un nuovo partito politico, con tanto di marchio depositato presso la commissione elettorale federale, è un fulmine a ciel sereno che lascia presagire un’inaspettata escalation nel confronto tra i personaggi chiave della rielezione alla Casa Bianca di Donald J. Trump.
Se i media nostrani si sono affrettati a cantare il de profundis al movimento MAGA, la cosa più significativa è il silenzio di tomba di un Partito Democratico ben conscio del fatto che potrebbe trattarsi di un assist monumentale, in grado di risollevare le sorti di una formazione politica sembrata sempre più vicina all’implosione.
Senza bisogno di rispolverare la palla di cristallo, proviamo a capire le ragioni dietro alla scelta del magnate sudafricano, quali potrebbero essere le policies del suo nuovo partito e come in passato questi tentativi si siano rivelati una vera e propria iattura per la destra a stelle e strisce.
Le eccezioni
Anche se raramente vengono ripresi dai media del Vecchio Continente, i cosiddetti third parties, movimenti che hanno l’ambizione di fornire un’alternativa allo stanco duopolio che domina la politica statunitense fin dalla fondazione dell’Unione 249 anni fa, non sono affatto una novità.
Tralasciando i partiti-meme, come il movimento pastafariano legato alla Chiesa del Flying Spaghetti Monster, l’elenco pubblicato su Wikipedia mostra come il numero di partiti politici negli Stati Uniti sia lunghissimo ma pieno di formazioni con pochissime speranze di avere un peso politico rilevante a livello federale.
Gli unici due partiti ad avere una struttura nazionale degna di questo nome sono il Libertarian Party ed il Green Party: nessuno di questi partiti, con la possibile eccezione del New Hampshire, dove il progetto del Free State sta portando risultati a livello statale, è mai riuscito a raccogliere più di un 5 per cento in elezioni per cariche federali.
Teddy Roosevelt e l’assist a Wilson
Tralasciando la lunga e travagliata storia dei partiti socialisti e i trascorsi dei partiti nazional-socialista e comunista, le uniche occasioni nelle quali formazioni indipendenti hanno avuto effetti importanti sulle elezioni si sono visti nel 1912 e nella prima metà degli anni ‘90. Entrambe queste formazioni erano legati a figure popolari, carismatiche e molto ben finanziate: Theodore Roosevelt e Ross Perot.
Il Progressive Party di Teddy Roosevelt, più conosciuto con il nome di Bull Moose, fu il risultato della rottura traumatica tra l’ex presidente ed il Partito Repubblicano. Il Gop, secondo il vulcanico presidente, era preda di un “patto scellerato tra politici e uomini d’affari corrotti” e solo un nuovo partito avrebbe potuto portare a termine una serie di riforme fondamentali per salvare il Paese.
Il programma del Bull Moose, in realtà, era uno strano mix tra destra e sinistra: lotta ai potentissimi monopoli, voto alle donne, programmi di sicurezza sociale e riforme volte ad aumentare l’uso dei referendum. L’ingresso a gamba tesa di Teddy Roosevelt riuscì nell’impresa di impedire al presidente William Howard Taft di confermarsi alla Casa Bianca, spalancando le porte al Democratico Woodrow Wilson, vera e propria bestia nera degli amanti della libertà.
A Wilson si devono le imposte sul reddito, la nascita della Federal Reserve e l’inizio della fine del gold standard, che aprì il vaso di Pandora delle monete fiat. A trasformare buona parte delle idee di Teddy ci avrebbe poi pensato il cugino Franklin Delano Roosevelt con il nefasto New Deal, pietra tombale del capitalismo americano.
Ross Perot e l’era Clinton
Se i paralleli tra i due partiti non mancano, impossibile non notare come siano separati da più di un secolo, cosa che rende davvero complicato fare dei confronti sensati. Il caso, forse, più adatto è quello del vulcanico Ross Perot, ex magnate della Electronic Data Systems, una delle ditte più influenti della prima rivoluzione informatica. Nato e cresciuto in Texas, Perot era noto per i suoi modi diretti, la bravura nel risolvere problemi complessi e una capacità comunicativa non comune.
Quando il 20 febbraio 1992 annunciò al popolare talk show di Larry King che si sarebbe presentato alle presidenziali di novembre, ben pochi si sarebbero aspettati l’impatto monumentale che la sua candidatura avrebbe avuto sulla politica a stelle e strisce. Perot aveva incassato pochi anni prima 700 milioni di dollari dalla General Motors per la sua quota della Eds e si era progressivamente avvicinato alla politica, con posizioni a cavallo tra il populismo ed un conservatorismo schietto molto in linea col pensiero dell’America profonda.
La rottura definitiva con George H. W. Bush avvenne nel 1990, quando il presidente repubblicano decise di intervenire in Iraq per liberare il Kuwait occupato dall’esercito di Saddam Hussein. In realtà, però, Perot non ne voleva sapere di tutto l’establishment di Washington, visto da molti americani come corrotto e completamente dissociato dalla realtà.
La sua ricetta per la rinascita dell’America era semplice: basta con le spese pazze, azzerare il deficit federale corrente, riformare il sistema di finanziamento della politica e combattere l’influenza dei potenti lobbyisti della Beltway, che a Washington da sempre fanno il bello e il cattivo tempo. Spendendo una vera e propria fortuna in spot televisivi e mettendo in piedi un potente ed organizzato ground game, Perot riuscì in un’impresa considerata da molti impossibile: raccogliere il 19 per cento dei consensi alle presidenziali senza assicurarsi, però, un singolo grande elettore.
A ringraziare il magnate texano fu, ovviamente, il governatore dell’Arkansas Bill Clinton, che avrebbe usufruito del suo aiuto, anche se in forma minore, anche nel 1996, quando Perot riuscì a raccogliere abbastanza voti per impedire a Bob Dole di approdare finalmente alla Casa Bianca. Alla fine Perot acconsentì a trasformare il suo movimento nel Reform Party ma lo fece fuori tempo massimo, cosa che condannò il partito all’irrilevanza e allo scioglimento pochi anni dopo.
Invece di aspettare che il movimento crescesse, causando danni enormi anche nelle gare per la Camera ed il Senato, il Partito Repubblicano fu pronto a far propri alcuni dei temi forti della sua piattaforma, dalla fiscal discipline alle riforme del farraginoso sistema del governo federale. Sotto la guida del carismatico Newt Gingrich, il Contract with America firmato dai leader del Gop prima delle mid-terms del 1994 fu davvero rivoluzionario, consentendo ai Repubblicani di conquistare una maggioranza alla Camera per la prima volta dal 1946.
Se le differenze tra Perot e Musk sono enormi, primo tra tutti il fatto che, non essendo un natural born citizen, Elon non può presentarsi alle presidenziali, il fatto che abbia a disposizione una piattaforma di sua proprietà che gli consente di rivolgersi direttamente a centinaia di milioni di elettori dovrebbe preoccupare non poco gli abitanti della Beltway.
Liberismo tecnocratico
Anche se non è stato ancora presentato il programma del nuovo partito, molti si sono impegnati nell’esercizio di provare a capire quale sarà la sua piattaforma e come l’America Party si pone su alcuni aspetti critici della politica americana. Particolarmente interessante ed approfondita è l’analisi fatta dal sito Govfacts, che svolge un’opera davvero meritoria nel fornire chiavi d’interpretazione quanto più imparziali possibile ed accesso diretto alle informazioni relative al governo federale.
Considerato che il casus belli alla base della rottura tra Musk e Trump è il controverso Big Beautiful Bill, una mostruosità da oltre 900 pagine capace di far passare, assieme a molte norme attese in gloria dai fedelissimi di Trump, un’infinità di pork per convincere i riottosi deputati e senatori Repubblicani a votarlo, le questioni fiscali saranno fondamentali per il nuovo partito di Musk.
Le differenze nei confronti di Democratici e Repubblicani sono evidenti in cinque argomenti chiave: se i Dems promettono di aumentare la tassazione delle imprese ad un punitivo 28 per cento, l’America Party sembra voler riportare la questione della riduzione dell’immenso debito del governo federale in primo piano. Se Trump spera che i tagli alle tasse facciano crescere di più l’economia, riducendo quindi l’impatto dei 36.000 miliardi di dollari di debito, Musk vorrebbe intervenire con l’accetta, anche a costo di qualche aumento marginale.
Il debito andrebbe ridotto in maniera non dissimile da quanto fatto da Milei in Argentina: licenziare milioni di dipendenti del governo federale, azzerare incentivi a pioggia e bloccare il cosiddetto debt ceiling, il limite massimo previsto dalla Costituzione per il debito del governo federale.
Le prime crepe nel programma si iniziano a notare su uno dei temi cari a Musk, quello della cosiddetta Intelligenza Artificiale: Trump vede la questione come una sfida epocale contro la Cina comunista mentre Musk si è detto in passato a favore di un blocco dello sviluppo dell’IA per poi, invece, fare una bella inversione ad “U” e sostenere la necessità di una vera e propria deregulation per accelerarne l’evoluzione.
Altrettanto contraddittoria la posizione sul cosiddetto Green Deal: se i Repubblicani vedono i contributi a fondo perduto per i veicoli elettrici e per gli impianti fotovoltaici come il fumo negli occhi, l’America Party si dice a parole contrario ad ogni sussidio anche se le aziende di Musk come Tesla restano in piedi proprio grazie ai contributi green.
Molto più chiara la posizione sui sindacati, dove l’America Party potrebbe andare ben oltre alle leggi sponsorizzate dal Gop, le cosiddette right-to-work laws, che puntano a cancellare l’iscrizione obbligatoria ai sindacati, puntando a rendere quante più aziende possibili libere dalle interferenze dei sindacati. Uno strano mix tra Greta Thunberg, Margaret Thatcher e Javier Milei: basterà per affascinare gli elettori americani?
Enormi conflitti d’interessi
A far sollevare più di un sopracciglio agli analisti politici è però l’elefante nella stanza: le aziende di Elon Musk sono legate a triplo filo al governo federale Usa e potrebbero soffrire conseguenze pesanti dall’ingresso del magnate in politica.
Il fatto che, appena si sono diffuse voci sulla possibile discesa in campo di Musk, il titolo Tesla abbia subito perdite importanti a Wall Street, insomma, non sarebbe un caso. Se il titolo ha recuperato parte delle perdite negli ultimi giorni, le aziende controllate da Musk ricevono decine di miliardi tra contributi, sussidi e contratti commerciali, tanto da rendere il contribuente americano lo stakeholder principale di molte di esse.
La stessa SpaceX, finanziata nei primi anni da un contributo della Nasa, ha 20 miliardi di contratti con l’agenzia spaziale pubblica e molti altri con il Dipartimento della Difesa ed il National Reconnaissance Office per costruire e lanciare satelliti militari. La stessa Tesla ha guadagnato enormemente dal supporto governativo nei primi anni e dai crediti fiscali di cui gode in America ogni acquirente delle vetture elettriche, per non parlare dei grant e dei sussidi per la costruzione delle colonnine di ricarica e delle Gigafactory per produrre le batterie.
Secondo la deputata del New Jersey Mikey Sherrill, le ditte di Musk hanno ricevuto almeno 38 miliardi di fondi governativi, 6,3 dei quali nell’ultimo anno: se si includono i fondi previsti per i prossimi anni già approvati dal Congresso, il totale potrebbe salire a circa 46 miliardi di dollari.
Questo enorme conflitto di interessi ha alimentato le critiche di chi accusa lo stesso Musk, nel suo periodo passato a capo del Department of Government Efficiency, di aver concentrato gli sforzi del Doge sulle agenzie federali che stavano investigando le sue ditte o proponendo misure per regolarne l’attività.
Ad esempio, il fatto che i membri del Dipartimento dell’Agricoltura e della Food and Drug Administration che stavano esaminando la legittimità degli esperimenti sugli animali operati da Neuralink siano stati licenziati in tronco non sarebbe affatto casuale. Altri, invece, sospettano che Musk abbia usato la sua vicinanza al presidente per influenzare la Federal Aviation Administration in modo da semplificare le procedure di autorizzazione dei test della Starship ma anche modificare le norme sulle frequenze in modo da consentire ai satelliti Starlink di acquisire vantaggi competitivi sui possibili avversari.
Per molti critici, l’intenzione di Musk sarebbe quella di costruire una struttura territoriale solo nei battleground states, così da acquisire la possibilità di influenzare direttamente sia l’esito della prossime elezioni di medio termine che le presidenziali del 2028. C’è chi parla esplicitamente di regulatory capture, senza però specificare come operazioni del genere siano quasi normali a Washington: il sistema di porte girevoli che consente agli alti dirigenti della Fda di passare senza soluzione di continuità dagli organismi che regolano i farmaci ai consigli d’amministrazione delle ditte che dovrebbero sorvegliare è sotto gli occhi di tutti.
Yang e i libertari si fanno avanti
Almeno a giudicare da quanto pubblicato da Axios, sito di parte ma solitamente ben informato sui movimenti sotterranei a Washington, Musk avrebbe già ricevuto alcune proposte da parte di entità politiche già strutturate. Primo a dimostrarsi aperto ad una possibile collaborazione è stato il Forward Party, guidato dall’ex candidato alle primarie democratiche del 2020 Andrew Yang che ha confermato come “chiunque voglia sfidare il duopolio può contare sul mio aiuto”.
La cosa non dovrebbe sorprendere, considerato come Yang si sia inimicato l’establishment democratico ma potrebbe non essere solo nel voler dare una mano al “guastafeste” sudafricano. Se il Forward Party in quattro anni ha 46 rappresentanti eletti a livello locale, l’aiuto nel selezionare candidati nelle gare più interessanti potrebbe essere importante.
Ad attirare l’attenzione di molti politici, ovviamente, il portafoglio extra-large di Musk: dopo aver speso 200 milioni per aiutare Trump, il suo nuovo partito potrebbe reclutare personale politico esperto e qualificato. Su X si moltiplicano gli appelli degli attivisti libertari a Musk perché si unisca al partito, con il quale ha moltissimo in comune dal punto di vista ideologico.
Il Libertarian Party è riuscito negli anni ad avere accesso a quasi tutti gli stati dell’Unione ma è piagato da quelle infinite lotte intestine che rendono il movimento libertario troppo dogmatico e, alla fine, quasi sempre irrilevante. Il segretario del partito Steven Nekhaila è possibilista: “Forse c’è spazio per una coalizione tra noi e l’America Party per proporre candidati a favore della libertà, del governo limitato e del rigore fiscale contro i Repubblicani, che si sono dimostrati totalmente inaffidabili”. Il dirigente, però, invita alla cautela: “Molti miliardari e persone ricche, carismatiche hanno provato a creare un’alternativa ma nessuno ci è mai riuscito”.
Il sistema americano è stato costruito in modo tale da favorire il bipartitismo e le spesso cervellotiche leggi statali sono applicate da ufficiali nominati dai partiti tradizionali. Secondo Oliver Hall, fondatore del Center for Competitive Democracy, “se questi responsabili elettorali partigiani vogliono impedirti di apparire sulla scheda elettorale, spesso possono farlo in maniera sbrigativa, talvolta arbitraria”. Le cause legali lanciate da Democratici e Rbblicani per impedire l’iscrizione a partiti indipendenti sono spesso campate in aria e rendono complicatissimo questo processo.
Per impedire all’ex repubblicano Cornel West di presentarsi da indipendente nello stato del Wisconsin, si tirò in ballo il fatto che la richiesta di due pagine non era spillata insieme. Il problema non è limitato alle elezioni presidenziali, dove alcune materie sono regolate a livello federale: presentarsi alla Camera o al Senato è spesso impossibile.
La possibilità di strappare un contratto a nove zeri all’uomo più ricco del mondo ha scatenato una vera e propria feeding frenzy tra i consulenti della Beltway e, almeno per il momento, il problema più grosso per Elon Musk sarà separare il grano dal loglio. Come ha già avuto occasione di verificare nelle scorse settimane, navigare nel burrascoso mare della politica non è semplice per nessuno, neanche per chi finora ha sbagliato poco o niente.
Come ebbe a dire a suo tempo Sir Winston Churchill, la differenza tra guerra e politica è semplice: nella prima si muore solo una volta, nella seconda può succederti all’infinito. Vedremo se stavolta Elon Musk non avrà fatto il passo più lungo della gamba…
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


