Esteri

Se i popoli nativi smentiscono la narrazione di un Israele “colonialista”

Dal Canada agli Usa fino alla Nuova Zelanda, per molti rappresentanti dei popoli indigeni gli israeliani non sono dei colonizzatori, ma nativi che ce l'hanno fatta

Israele Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Uno dei luoghi comuni più diffusi nella narrazione antisionista è che Israele sia uno Stato “colonialista”, che avrebbe rubato la terra ai “nativi” palestinesi nello stesso modo in cui gli europei hanno colonizzato le terre dove in precedenza vivevano i nativi americani.

A dispetto di questa narrazione, che per demonizzare Israele fa leva sui sensi di colpa degli occidentali e sul risentimento dei popoli del sud globale, esistono alcuni casi di esponenti di popolazioni indigene, in Nord America e in Oceania, che si oppongono apertamente a certi paragoni, riconoscendo che gli ebrei sono originari della terra d’Israele e che paragonare il sionismo al colonialismo sia un insulto nei confronti dei veri popoli nativi.

Gli Anishinaabe del Canada

Nel maggio 2024, è uscito sul quotidiano canadese National Post un editoriale firmato da Harry LaForme e Karen Restoule, due avvocati Anishinaabe, come viene definito il gruppo delle prime popolazioni tribali ad essersi insediate nella regione dei Grandi Laghi.

Oltre a dichiararsi apertamente sionisti, i due hanno affermato che gli accampamenti antisraeliani nei campus universitari erano una mancanza di rispetto nei confronti del loro popolo, in quanto strumentalizzavano termini come “colonizzatore” e “decolonizzare” per giustificare omicidi, stupri e rapimenti avvenuti durante il 7 Ottobre.

“Come Anishinaabe, siamo turbati dalle espressioni d’odio contro gli ebrei e i sionisti, e dalla deludente ignoranza, alimentata dalla disinformazione proveniente dalle università”, hanno scritto LaForme e Restoule. “Ignoranza sulla natura indigena del popolo ebraico nella regione che è Israele. Ignoranza sui valori che Israele, come democrazia, rappresenta, per quanto imperfetta essa sia. Ignoranza sui diritti e le responsabilità che Israele ha come Stato-nazione e membro delle Nazioni Unite”.

Interpellata circa un anno dopo dal sito ebraico americano Tablet Magazine, la Retsoule ha raccontato di aver voluto prendere posizione per reagire contro l’estremismo di altri attivisti che riteneva suoi amici, che a certe manifestazioni inneggiavano alla cancellazione d’Israele. “Mi sono allarmata”, ha raccontato, “la prima volta che ho sentito davvero ad alta voce di cosa si trattasse. Si tratta di rimuovere Israele. Questo presunto movimento anti-genocidio è improvvisamente apparso assai genocida nei confronti d’Israele”.

L’artista venuta da Wind River

Quando certi nativi americani si dichiarano apertamente sionisti, spesso i trattamenti che ricevono sono la gogna pubblica e l’emarginazione sociale. Ne sa qualcosa l’artista Donna Charging: cresciuta nella riserva indiana di Wind River nel Wyoming e oggi residente a Chicago, ha origini Shoshone da parte di madre, mentre da parte di padre discende da quelle che vengono chiamate le “tre tribù affiliate” (Mandan, Hidatsa e Arikara).

Nel già citato articolo di Tablet, la Charging ha spiegato che su Instagram si descriveva come “sionista”. Risultato? È stata spesso osteggiata dai suoi colleghi artisti. Quando, nel 2024, ha vinto il primo premio dell’International Open, una competizione artistica femminile di Chicago, il concorso prevedeva che il vincitore curasse una mostra. In quell’occasione, la Charging ha scelto di organizzare una mostra sul tema del diritto alla terra da prospettive internazionali, invitando artiste da ogni parte del mondo.

“Ho invitato personalmente una pittrice dell’Arabia Saudita che ho incontrato la scorsa estate a New York, pur sapendo che la sua arte includeva opere sulla Nakba, perché volevo che tutte le voci fossero incluse”, ha raccontato. “Ho accettato un dipinto che ha fatto sulla storia del confine tra India e Pakistan. Dopo l’accettazione, ha inviato un messaggio alla galleria dicendo che protestava contro la mostra perché ho la parola sionista sul mio profilo Instagram, su cui ha espresso le sue convinzioni. In seguito, ha inviato dei messaggi ad alcuni degli altri artisti”. La Charging si è ritrovata sommersa di email infuriate, e diversi artisti si sono ritirati dalla mostra esortando gli altri a fare lo stesso.

Ero il nemico pubblico numero uno. Penso che si aspettassero che mi scusassi per il “genocidio” a Gaza e chiedessi il loro perdono, ma mi rifiuto di permettere loro di definire i termini della conversazione. Il benaltrismo non funziona con me, specialmente quando chiaramente non sto invocando la violenza, mentre lo è invocare “dal fiume al mare”. Penso che ci si aspetti che mi ritiri nel silenzio e/o mi allinei, ma non lo farò perché sto esprimendo un principio, non un’ideologia.

I Maori

Non è solo negli Stati Uniti e in Canada che esponenti di popolazioni indigene si mettono in gioco per confutare la narrazione terzomondista che dipinge Israele come una “colonia”. Alcune figure coraggiose e controcorrente si trovano anche tra i maori della Nuova Zelanda.

Una di queste è la storica Sheree Trotter, co-fondatrice della Holocaust and Antisemitism Foundation Aotearoa New Zealand e della Indigenous Embassy Jerusalem, un ente nato per dare voce a quegli esponenti delle popolazioni native in vari paesi che si oppongono alla falsa rappresentazione degli israeliani come colonialisti in terre che non gli appartengono.

In un articolo apparso su Tablet nel novembre 2021, la Trotter ha spiegato:

In Israele, il popolo ebraico soddisfa chiaramente i criteri stabiliti per la indigenità. Quando un maori legge le genealogie nel Tanakh (la Bibbia ebraica), ciò rievoca la pratica che viene mantenuta viva nelle riunioni maori, dove gran parte del discorso ruota attorno al whakapapa, che racconta la genealogia per stabilire le connessioni tra i popoli. Quando la letteratura ebraica parla con nostalgia delle montagne che circondano Gerusalemme, pensiamo alle nostre montagne che ricordiamo ogni volta che presentiamo la nostra pepeha (introduzione formale). I luoghi in cui sono sepolti i nostri antenati sono considerati sacri, proprio come vengono venerate le Tombe dei Patriarchi.

Per la Trotter, così come per Charging, LaForme e Restoule, gli ebrei che vivono in Israele non sono dei colonizzatori. Sono dei nativi che ce l’hanno fatta.

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