Esteri

Trump vuole cacciare Maduro? Cosa c’è dietro le mosse Usa in Venezuela

Le operazioni segrete della CIA, il dispiegamento della Marina, l'opposizione democratica di Machado. E i rischi del regime change: perché i precedenti tentativi suggeriscono cautela

Maduro (tv)

Ecco che i media si baloccano a contrapporre la solida plasticità della US Navy con le raccogliticce legioni della Milicia Nacional Bolivariana venezuelana. Fa specie che sia lo stesso regime di Caracas ad enfatizzare l’arruolamento di signore di mezza età che paiono ricordare la mitica Sora Lella o la concessione del grado di generale di divisione ad un anziano ambasciatore con evidenti problemi di de-ambulazione. Non è chiaro il perché si faccia spettacolo della propria inadeguatezza militare, sempre che non si voglia destare l’illusione, in un potenziale avversario, di facili conquiste a favor di telecamera.

Proprio perché a pensar male si commette peccato, ma ci si può azzeccare, non conviene lasciarsi suggestionare da queste immagini, ma conviene riflettere sulle forze in campo e sui loro opposti disegni.

Cambio di regime?

Ciò che è iniziato nei primi giorni di settembre come una serie di attacchi aerei americani contro imbarcazioni nei Caraibi – che, secondo funzionari statunitensi, erano coinvolte nel traffico di droga dal Venezuela – sembra ora essersi trasformato in una campagna per rovesciare il dittatore venezuelano Nicolás Maduro.

Nel corso di due mesi, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha schierato 10.000 soldati statunitensi nella regione, ha radunato almeno otto navi di superficie della Marina statunitense e un sottomarino attorno alla costa settentrionale del Sud America, ha ordinato ai bombardieri B-52 e B-1 di sorvolare la costa venezuelana e ha ordinato alla portaerei Gerald R. Ford ed al suo gruppo d’appoggio, che la Marina statunitense definisce la “piattaforma di combattimento più capace, adattabile e letale al mondo” – di spostarsi nell’area di responsabilità del Comando Sud degli Stati Uniti.

Queste mosse riflettono un recente e ampio cambiamento nella politica dell’amministrazione nei confronti del Venezuela. Come riportato da diverse importanti testate giornalistiche, per mesi dopo l’insediamento di Trump a gennaio, il dibattito interno ha visto contrapposti i sostenitori di lunga data del cambio di regime – guidati dal segretario di Stato Marco Rubio – ai funzionari favorevoli a un accordo negoziato con Caracas, tra cui l’inviato speciale del presidente Richard Grenell.

La recente narrazione di Rubio, però, sembra aver convinto Trump. A luglio, il presidente ha ordinato al Pentagono di usare la forza militare contro alcuni cartelli della droga nella regione, tra cui Tren de Aragua e Cartel de los Soles, quest’ultimo che l’amministrazione sosteneva fosse guidato dallo stesso Maduro e dai suoi luogotenenti.

Il 15 ottobre, Trump ha ammesso ai giornalisti di aver autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela. Alla domanda sui suoi prossimi passi, Trump ha risposto: “Ora stiamo certamente guardando alla terraferma, perché abbiamo il mare sotto controllo”. Secondo il New York Times, “i funzionari americani sono stati chiari, in privato, sul fatto che l’obiettivo finale è quello di cacciare Maduro dal potere”.

Gioco rischioso

Ma, che sia occulto o palese, qualsiasi tentativo di cambio di regime in Venezuela si troverà ad affrontare sfide formidabili. I metodi occulti falliscono molto più spesso di quanto abbiano successo, ed è improbabile che le minacce di forza o di attacchi aerei riescano a spingere Maduro alla fuga. E anche se Washington riuscisse a estromettere Maduro, il gioco a lungo termine del cambio di regime sarebbe comunque rischioso. Storicamente, le conseguenze di tali operazioni sono state caotiche e violente.

I precedenti

La storia degli Stati Uniti di interventi segreti non offre molti motivi di ottimismo. Washington potrebbe offrire supporto clandestino ai dissidenti armati locali, tentare di assassinare Maduro o istigare un colpo di stato contro il suo regime. Eppure, ogni tattica ha una pessima reputazione.

Uno studio del 2018, che analizzava 64 tentativi segreti di cambio di regime sostenuti dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, ha rilevato che gli sforzi per sostenere i dissidenti stranieri sono riusciti a rovesciare il regime preso di mira solo nel 10 per cento circa dei casi. I tentativi di assassinio non hanno avuto risultati migliori. Anche nel migliore di casi nessun esito ha portato a una stabilità a lungo termine. E Maduro ha reso le forze armate venezuelane un ceto privilegiato nel Paese, così da renderle restie a sostenere – massicciamente – un colpo di Stato.

Alcune di queste tattiche sono state già sperimentate in Venezuela, fallendo. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela e hanno sostenuto una rivolta popolare contro il regime di Maduro. Ma il tentativo è fallito quando l’esercito di Maduro si è rifiutato di disertare.

L’anno successivo, un gruppo di circa 60 dissidenti venezuelani e alcuni contractor americani hanno lanciato un’incursione anfibia fallita per assaltare la capitale e catturare Maduro, chiamata “Operazione Gideon”. L’operazione è stata rapidamente intercettata dalle forze di sicurezza venezuelane. Il fatto che il Paese caraibico sia economicamente, socialmente e demograficamente in default diventa – per quanto possa sembrare una contraddizione – una golden share per il regime bolivariano stesso.

La storia dimostra che i fallimenti nei cambi di regime segreti di solito peggiorano ulteriormente una situazione già difficile.

Nonostante il mondo accademico si spenda a dire che queste operazioni non hanno prodotto democrazie stabili, vi è da dire che questo non è mai stato lo scopo di Washington. Più in generale, la divulgazione pubblica del ruolo di Washington in queste operazioni segrete ha alimentato un profondo e duraturo antiamericanismo che continua a perseguitare la politica statunitense nella regione.

In effetti, Maduro invoca regolarmente questa storia per descrivere l’attuale pressione degli Stati Uniti come una continuazione del passato imperialista di Washington.

Le opzioni sul tavolo

Tra le opzioni palesi per un cambio di regime, gli Stati Uniti potrebbero cercare di intimidire Maduro e convincerlo a lasciare il potere con la minaccia dell’uso della forza.

Un secondo strumento che Washington potrebbe utilizzare per indurre un cambio di regime è la potenza aerea, ma è più facile a dirsi che a farsi. Ipoteticamente, gli attacchi aerei potrebbero provocare un cambio di regime uccidendo leader, impedendo all’esercito di comandare le proprie forze o innescando un colpo di stato militare o una rivolta popolare.

Infine, gli Stati Uniti potrebbero invadere il Venezuela. Se decidessero di seguire questa strada, tuttavia, le forze attualmente in campo dall’amministrazione non sarebbero sufficienti. All’inizio di ottobre, il Center for Strategic and International Studies ha stimato che un’invasione via terra richiederebbe almeno 50.000 soldati.

Trump potrebbe, teoricamente, assemblare una forza del genere. Ma lanciare un’invasione su larga scala sarebbe in netto contrasto con la sua strenua e reiterata opposizione all’invio di truppe statunitensi in spedizioni all’estero e rischierebbe di frammentare la sua base.

Si potrebbero richiamare precedenti invasioni statunitensi per ottenere un cambio di regime nei Caraibi – come l’attacco a Grenada del 1983, che rovesciò un regime marxista, o l’invasione di Panama del 1989, in cui Washington rovesciò ed estradò negli Stati Uniti il dittatore Manuel Noriega – come modello per il Venezuela. Ma entrambi i paragoni sono profondamente fuorvianti: Paesi troppo piccoli e demograficamente minimali, per essere un campione credibile.

Rischio guerra civile

Comunque un cambio di regime, invece, spesso genera ulteriore violenza; ad esempio, aumenta drasticamente la probabilità di una guerra civile nei Paesi presi di mira.

Il panorama interno del Venezuela suggerisce che questa sia una possibilità reale. Come ha osservato l’analista latinoamericano Juan David Rojas, il Venezuela ospita un “caleidoscopio di sofisticati attori armati”, tra cui milizie filo-regime note come colectivos e gruppi armati transnazionali come l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e i resti delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Chiunque sostituisca Maduro incontrerebbe ostacoli significativi, soprattutto se fossero gli Stati Uniti a metterlo al potere.

L’opposizione democratica

Certo, il Venezuela ha una vivace opposizione democratica, e la sua leader, la recente vincitrice del premio Nobel María Corina Machado, gode della maggioranza del sostegno pubblico. Ma persino i sondaggi d’opinione favorevoli a Machado mostrano che Maduro conserva ancora la lealtà di circa un terzo della popolazione. Nel 2023, uno studio della RAND Corporation (non sempre lucidissima) avvertì che l’intervento militare statunitense in Venezuela “sarebbe stato prolungato e non sarebbe stato facile per gli Stati Uniti uscirne una volta iniziato il loro impegno”.

Da ricordare inoltre che la soluzione dell’uso della forza per deporre il despota di Miraflores non gode i favori neppure della diaspora venezuelana. Un sondaggio di inizio ottobre ha rilevato che persino nella contea di Miami-Dade in Florida, sede della più grande diaspora venezuelana, il 42 per cento dei residenti si oppongono all’uso dell’esercito statunitense per rovesciare Maduro contro il 35 per cento.

L’interesse strategico

Certo, alcuni potrebbero sostenere che il cambio di regime sia giustificato dall’interesse strategico degli Stati Uniti per le riserve petrolifere venezuelane, le più grandi al mondo. Ma i negoziati sull’accesso degli Stati Uniti a tali risorse stavano funzionando.

Come riportato dal New York Times, in base a un accordo discusso durante l’estate, Maduro si era “offerto di aprire tutti i progetti petroliferi e auriferi esistenti e futuri alle aziende americane, di concedere contratti preferenziali alle aziende americane, di invertire il flusso delle esportazioni di petrolio venezuelano dalla Cina agli Stati Uniti e di tagliare i contratti energetici e minerari del suo Paese con aziende cinesi, iraniane e russe”.

Questo è stato probabilmente il pacchetto di concessioni più generoso offerto da un avversario straniero a un’amministrazione statunitense negli ultimi decenni. Se l’obiettivo dell’amministrazione è tutelare gli interessi statunitensi nella regione, sarebbe più saggio tornare al tavolo delle trattative, semmai alzando la posta, dopo aver preso di mira qualche altro natante “sospetto” o qualche base militare secondaria, piuttosto che rischiare sul caos che un cambio di regime scatenerebbe, anche se sarebbe di non poca soddisfazione vedere un tremebondo Maduro nelle poco gentili mani della DEA, come accadde a Noriega.

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