Politica

Cagliari-Elmas, passeggeri israeliani presi di mira dai propal

Proteste all'aeroporto contro comuni viaggiatori colpevoli solo di essere israeliani. L'allarme dell'Associazione Chenàbura: parla Bruno Spinazzola

propal Sardegna (screenshot Ytube)
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“Non possiamo più considerare normali manifestazioni che trasformano un aeroporto in un luogo nel quale alcuni viaggiatori vengono individuati e contestati per la loro nazionalità”. È il punto di partenza di Bruno Spinazzola, direttore dell’Associazione Chenàbura-Sardos pro Israele, che interviene dopo la manifestazione politica organizzata all’aeroporto di Cagliari-Elmas.

Il nome Chenàbura non è casuale. In sardo indica il venerdì ed è una parola di particolare interesse per la storia dei rapporti tra Sardegna e cultura ebraica. Deriva infatti dal latino cena pura e identifica tradizionalmente il giorno che precede lo Shabbat, il sabato ebraico.

L’associazione, nata a Cagliari e impegnata nella promozione dell’amicizia tra Sardegna e Israele, ha scelto proprio questo termine per richiamare anche le radici ebraiche presenti nella storia e nella cultura dell’isola.

Discriminati in quanto israeliani

Secondo Spinazzola il problema non riguarda soltanto il dissenso nei confronti delle politiche del governo israeliano: “Il punto è capire chi viene realmente preso di mira. Se una manifestazione viene organizzata proprio nel giorno degli arrivi dei voli provenienti da Israele e si concentra sui passeggeri israeliani, diventa difficile sostenere che l’obiettivo siano esclusivamente le decisioni di un governo”.

Viene quindi contestata quella che viene definita una trasformazione del linguaggio utilizzato nelle proteste. “Oggi non si dice più apertamente ebreo, perché i valori condivisi della nostra società impediscono di utilizzare un linguaggio apertamente discriminatorio. Si parla di sionista o di israeliano, ma bisogna guardare ai fatti e non soltanto alle parole”.

La preoccupazione è che l’aeroporto finisca per diventare uno spazio nel quale persone comuni vengono giudicate sulla base della loro identità. “Dagli aerei che arrivano a Elmas scendono turisti, famiglie, amici, bambini e anziani. Israele è una società multiculturale: tra quei passeggeri ci sono ebrei, arabi, drusi, beduini, cristiani, musulmani e persone di origini diverse. Non possiamo pensare che siano tutti rappresentanti delle scelte del governo israeliano”.

È proprio questo, secondo l’associazione, il punto sul quale dovrebbe intervenire la politica. “Contestare un governo è legittimo. Inseguire, stigmatizzare o mettere sotto pressione dei semplici viaggiatori per la loro nazionalità è un’altra cosa”. Nel comunicato diffuso da Chenàbura, l’associazione sostiene che le manifestazioni organizzate in concomitanza con gli arrivi dei voli israeliani rappresentino una forma di discriminazione nei confronti dei passeggeri.

Il silenzio delle autorità

La questione riguarda anche la reazione delle istituzioni. “Il silenzio delle autorità e l’assenza di una condanna rischiano di produrre un effetto molto pericoloso: quello di rendere normale ciò che normale non dovrebbe essere”. Il riferimento è anche alle misure di sicurezza adottate per proteggere turisti, scuole e luoghi di culto ebraici, che secondo l’associazione non possono essere considerate una parte inevitabile della quotidianità.

L’esempio indicato è quello della Francia, dove il ministro del turismo Serge Papin e la ministra Aurore Bergé hanno ribadito pubblicamente la necessità di garantire sicurezza ai turisti e di contrastare ogni forma di antisemitismo e discriminazione. “Anche l’Italia e la Sardegna dovrebbero trovare il coraggio di assumere una posizione chiara. Chi arriva nella nostra terra deve sentirsi al sicuro, indipendentemente dalla propria origine, religione o nazionalità”.

La questione, per Chenàbura, ha anche un profilo giuridico. Vengono richiamati l’articolo 604-bis del Codice penale e l’articolo 43 del Testo unico sull’immigrazione, che prevedono strumenti contro gli atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Infine, l’associazione rilancia l’appello contenuto nel comunicato: «È tempo di salvare l’onore dei sardi e di rifiutare ogni manifestazione di esclusione nei confronti di chiunque». La questione, secondo il direttore, non riguarda soltanto Israele o il conflitto in Medio Oriente, ma il principio più generale secondo cui una persona non può essere trasformata nel bersaglio di una protesta per ciò che è, per la propria nazionalità o per la propria identità. “Il dissenso politico è una cosa. La discriminazione delle persone è un’altra. Su questo non possono esserci ambiguità”.

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