Politica

Vietare il velo islamico, cavallo di Troia della sharia

Burqa e niqab sono sia un simbolo di sottomissione della donna sia un'arma politica dell'islamismo. I Paesi arabi lo hanno capito, noi ancora no. Dove sono le femministe?

niqab (screenshot Rai)
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Se noi andassimo in giro nei negozi, negli uffici, in strada, nei luoghi pubblici con una bandana sulla faccia, un passamontagna in estate o un casco integrale, saremmo fermati dalle Forze dell’Ordine. Ma se lo fa una musulmana completamente inkaftanata di nero allora va bene: nessuno osa fermarla.

Simboli di sottomissione

La scusa è che si tratterebbe di un indumento religioso. Ebbene, è proprio per questo che occorre proibirlo. Burka e niqab non sono simboli volontari decisi dalle donne musulmane ininfluenti sul loro comportamento e aspetto, come una catenina al collo col crocefisso o il Magen David, tutt’altro.

Burka e niqab che nascondono al mondo il volto delle donne sono esattamente lo strumento religioso di una dottrina medievale retrograda patriarcale maschilista sadica autoritaria crudele imposta con violenza dagli uomini musulmani sulle loro donne.

Basterebbe questo per impedirne la diffusione nei nostri Paesi: dobbiamo liberare le donne musulmane dalle catene di stoffa cui sono obbligate dai propri mariti e parenti maschi che, di contro, si vestono come vogliono, all’occidentale in città e in costumino adamitico al mare, mentre quelle sempre in kaftano nero o marrone devono stare, pure in spiaggia.

Burka e niqab, in realtà, non sono per nulla simboli di una religione, bensì di una prevaricazione con conseguente sottomissione servile.

Via libera alla sharia

Però non si tratta solo di questo. Burka e niqab, oltre a essere oggetti di prepotenza fascista in funzione di un’umiliazione fisica e intellettuale sulle donne, a cui esse non possono ribellarsi, sono soprattutto il Cavallo di Troia della sharia in Occidente.

Se permettiamo che secoli di lotta occidentale per l’uguaglianza dei sessi sia calpestata dai nuovi barbari che vengono nelle nostre città tenendo le proprie donne sotto le maschere della vergogna, stiamo dicendo loro che siamo disposti anche a rinunciare alla nostra democrazia per accettare la legge islamica, la sharia con le sue norme e tribunali, coi suoi usi e costumi, con la sua negazione di ogni conquista libertaria e repubblicana, con la sua violenza, col suo odio, con le sue superstizioni.

Se permettiamo alle donne musulmane di indossare burka e niqab, con la scusa che si tratta di norme religiose propugnate come sacre da qualche imbecille, cosa diremo quando le stesse identiche norme imporranno anche qui di lapidare una donna o impiccare un omosessuale? Quale sarà il confine tra norme religiose accettabili e no?

Impedire il velo integrale in faccia alle donne musulmane significa iniziare a combattere la sharia, la peggior forma di teocrazia che mai il mondo stia vedendo. La sharia è il braccio politico del terrorismo islamico: dobbiamo mettercelo in testa.

Divieti nei Paesi arabi ed europei

I Paesi arabi che osteggiano la sharia lo hanno capito: Tunisia, Algeria, Egitto e Marocco hanno precisi divieti riguardo al velo integrale. In Giappone è proibito. E diversi Paesi europei stanno legiferando contro questo abominio: in Francia è vietato negli istituti scolastici, in Germania nelle scuole, per dipendenti pubblici e statali e per chi conduce auto e camion. Nei Paesi Bassi è vietato nelle scuole, nelle istituzioni, ospedali, trasporti pubblici e luoghi pubblici. In Belgio è vietato negli spazi pubblici. Idem in Austria, Bulgaria, Svizzera. In Danimarca e in Lussemburgo è vietato ovunque.

La Corte europea dei diritti umani CEDU ha confermato la legittimità del divieto, sostenendo che la proibizione di indossare il niqab in luoghi pubblici è giustificabile perché la legge mira a garantire le condizioni del vivere assieme. La Corte afferma che gli Stati sono in una posizione migliore rispetto a quella della Corte di Strasburgo per giudicare “le necessità locali e nazionali e il contesto”.

Nella fattispecie del Belgio, adottando questo divieto, affermano i giudici, lo Stato belga ha voluto rispondere a una pratica considerata incompatibile nella sua società, con la comunicazione interpersonale e con la costruzione di relazioni umane, indispensabili per la vita collettiva.

In Italia esiste già una norma precisa, la Legge n. 152 del 22 maggio 1975, che vieta di tenere il volto coperto in pubblico, con le dovute eccezioni di buon senso: il casco integrale finché si guida una moto, la sciarpa in inverno in strada, il passamontagna sugli sci… Nulla a che fare coll’intabarramento coatto e incolore cui sono sottoposte le arabe.

La norma è ribadita dall’art. 85 TULPS: “È vietato comparire mascherato in luogo pubblico”. Purtroppo da noi ci ha pensato la cecità dei soliti magistrati a creare problemi, con la decisione del Consiglio di Stato n. 3076/2008 che ha annullato un’ordinanza del sindaco di Novara in cui si vietava il burka nei luoghi pubblici: “Il velo integrale non può essere considerato una maschera ai sensi dell’art. 85 TULPS, perché rappresenta un simbolo di fede e di identità culturale, non un travestimento”.

Anche lapidare le adultere, sposare le bambine, impiccare i gay alle gru, uccidere gli infedeli facendosi saltare in aria gridando Allah Akbar rappresenta la fede islamica e la sua identità culturale (li vogliamo ascoltare i sermoni di imam contemporanei? O siamo ancora fermi al “sono compagni, pardon, musulmani che sbagliano”?): che facciamo, quindi, signori giudici?

Poi i giudici hanno avuto un ripensamento – tanto per non smentirsi nell’ambiguità leguleia italiota – e hanno aggiunto che il diritto di indossare il velo non è illimitato, e la Corte ha precisato che l’esigenza di identificare una persona resta prevalente nei casi in cui la sicurezza pubblica lo richieda.

Per non parlare del fatto che noi tutti siamo sottoposti a una videosorveglianza globale, ma basta vestirsi come un ombrellone chiuso per sfuggirvi, terroristi e criminali compresi.

Dove sono le femministe?

Quindi ora la domanda è: dove siete, femministe? Avete lottato e sbraitato cento anni per suffragi, minigonne e topless, avete modernizzato la nostra cultura reazionaria, avete rivoluzionato i codici penali e le procedure probatorie dello stupro, avete fatto togliere l’abominio del delitto d’onore, avete combattuto per il lavoro e la parità in famiglia. E ora siete così vili da non dire nulla per liberare le donne musulmane?

Dove siete donne di sinistra? Non capite che il velo è il simbolo dell’oppressione? Che l’islam e il Corano non sono sistemi religiosi bensì sistemi politici il cui unico obiettivo è l’imperialismo musulmano sui popoli?

E voi ministri di destra? Quanto siete vigliacchi nel non far applicare la legge? Quanto siete codardi verso l’islam e la sinistra che lo protegge sperandone – vanamente – i voti, da non ordinare a questori e prefetti di far rispettare i divieti e impedire che nelle nostre città si propaghi questo schiavismo musulmano contro le donne?

Presidente Meloni: liberi le donne musulmane, ordini alle Forze dell’Ordine di proibire burka e niqab in strada. Meloni, non abbia paura di affrontare l’islam e l’ipocrisia delle sinistre. Faccia qualcosa di Destra!

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