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Condanne per gli indipendentisti. Ma è la gabbia nazionalista a imprigionare la Catalogna

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Alla fine fu la sedizione. Preceduta da numerose filtrazioni, è stata resa nota lunedì la sentenza del Tribunale Supremo spagnolo nei confronti dei politici indipendentisti catalani. Queste le condanne decise all’unanimità: 13 anni per l’ex vicepresidente della Generalitat, Oriol Junqueras; 12 anni per l’ex consigliere alla Presidenza, Jordi Turull, per quello alle Relazioni Istituzionali, Raül Romeva, e per l’ex consigliere agli Affari Sociali, Dolors Bassa; 11 anni e 6 mesi per l’ex presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell; 10 anni e 6 mesi per gli ex responsabili del Territorio e degli Interni, Josep Rull e Joaquim Forn; 9 anni per i massimi esponenti dell’ANC (Assemblea Nazionale Catalana) e Òmnium Cultural, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart. In tutti i casi si aggiunge la corrispondente interdizione dai pubblici uffici. Sulle premesse del giudizio rimando ad un mio precedente articolo per Atlantico Quotidiano.

I giudici hanno quindi riconosciuto la colpevolezza degli imputati per aver attentato contro l’ordinamento statale nel corso degli avvenimenti che condussero alla proclamazione unilaterale di indipendenza dell’ottobre del 2017, impedendo il normale svolgimento delle funzioni delle pubbliche autorità. Hanno però escluso l’aggravante della violenza, che avrebbe implicato un delitto di ribellione e condanne da 15 a 25 anni di reclusione. Quest’ultima era la tesi sostenuta dall’ufficio del pubblico ministero, secondo cui non era necessario riscontrare una violenza grave o armata per configurare la ribellione, essendo sufficiente di per sé il tentativo di sostituire un ordine giuridico con un altro tramite mezzi illegali (Kelsen). Per contro il Tribunale Supremo ha considerato che non esistano prove contundenti che i leader separatisti abbiano istigato o promosso episodi di violenza al fine specifico di ottenere l’indipendenza con la forza. Allo stesso tempo però la sentenza sposa una fattispecie delittiva a metà tra l’eversione violenta e la semplice disobbedienza, identificando nel comportamento degli imputati gli estremi del turbamento dell’ordine pubblico con finalità sovversive dell’assetto costituzionale vigente. A quattro dei processati è stato anche attribuito il reato di malversazione di fondi pubblici per aver destinato risorse economiche della Generalitat all’organizzazione del referendum secessionista, già dichiarato illegale.

Una decisione che non accontenta né l’indipendentismo militante che ne denuncia il carattere “politico” né le istanze più inflessibili dell’unionismo che reclamavano la pena massima. A mio parere si tratta invece di un verdetto prevedibile e motivato, che riafferma la prevalenza dello stato di diritto e delle sue leggi sul mito della “volontà popolare assoluta” di una parte (peraltro minoritaria) della società, e stabilisce un precedente necessario nel marasma dello stato delle autonomie spagnolo: il potere decisionale degli organi legislativi e governativi locali dev’essere esercitato all’interno delle norme costituzionali dalle quali deriva la sua legittimità e non in contrapposizione ad esse. Un principio ovvio in democrazia ma messo in discussione costantemente dai dogmi del nazionalismo, negli ultimi convulsi anni di deriva populista in Catalogna.

Se la sentenza chiude il capitolo giuridico apre nuovi scenari dal punto di vista politico ed è difficile immaginare che la “questione catalana” trovi una sua composizione nel futuro prossimo. L’indipendentismo, diviso ultimamente in una battaglia interna per l’egemonia tra i seguaci dell’ex presidente Puigdemont e la sinistra repubblicana di Oriol Junqueras (il primo fuggito all’estero, il secondo in carcere), probabilmente troverà l’occasione per ricompattarsi almeno momentaneamente. Negli ultimi mesi si sono ripetuti i messaggi di sfida allo stato da parte dell’attuale presidente della Generalitat, Joaquím Torra, che ha minacciato in caso di condanna azioni prolungate di “disobbedienza civile” e ha annunciato l’intenzione di “rifarlo”, in riferimento al processo indipendentista che ha portato al giudizio e alle condanne. Torra, più che come massimo rappresentante istituzionale di tutti i catalani, ha sempre agito come portavoce della fazione più estremista dell’indipendentismo, quei Comitati per la Difesa della Repubblica (CDR) incaricati di creare un contesto sociale favorevole al nazionalismo separatista, con azioni di protesta e boicottaggio spesso sfociate in violenza e intimidazione ai danni dei non allineati. Alcuni esponenti di questi gruppi di privati cittadini al servizio della Generalitat sono stati recentemente accusati di possesso di materiale esplosivo con finalità terroristiche. Sul fronte dell’esecutivo centrale, Pedro Sánchez è impegnato in una campagna elettorale che ha voluto solo lui. Se verrà riconfermato, come sembra, alla presidenza del governo si troverà un dossier Catalogna scottante sul tavolo. La domanda è sempre la stessa, da anni: come rispondere alla sfida politica di una classe dirigente per cui le regole condivise dello stato di diritto non rappresentano i limiti dell’azione politica ma un semplice elemento di trattativa e ricatto? Perché è questa la chiave della grave crisi costituzionale spagnola: da una parte le istituzioni rappresentative di tutti i cittadini, compresi i catalani, che con i loro limiti difetti ed errori incarnano la legalità democratica; dall’altra un coacervo di forze di diversa estrazione tenute insieme dall’utopia separatista che, anche grazie a una legge elettorale che garantisce loro in Parlamento una maggioranza che non trova riscontro nel tessuto sociale, usano da tempo le istituzioni pubbliche catalane come strumenti di propaganda e attivismo politico. Da qui è nata l’avventura del procés e da qui è destinata a continuare se, come sembra, l’infiammazione nazionalista non troverà presto una cura adeguata. La possibilità di una nuova applicazione dell’art. 155 della Costituzione (in pratica la sospensione dell’autonomia) convive con la prospettiva di un indulto per i politici condannati, che comunque sarebbe avversata da larghi settori della politica e della società spagnole, di destra e di sinistra. Più probabili per il momento soluzioni intermedie come la concessione di un regime di semilibertà (ricordiamo che da due anni i politici si trovano in custodia preventiva), approfittando del fatto che il Tribunale Supremo ha rifiutato di stabilire un limite minimo di permanenza in carcere per gli imputati, probabilmente per lasciare aperti margini di attuazione nell’esecuzione della pena. È facile comunque prevedere che le prossime settimane saranno ad alta tensione a tutti i livelli, anche considerando che il 10 novembre si vota di nuovo per il rinnovo del Parlamento spagnolo e che è già stata riattivata da parte della magistratura la richiesta di estradizione per Puigdemont. Dal punto di vista giuridico la sentenza non è appellabile, essendo ammesso solo un ricorso di costituzionalità o un procedimento davanti alla Corte Europea dei Diritti Umani.

Al di là delle inevitabili conseguenze politiche, per capire come si è arrivati fino all’attuale punto di non ritorno, vale la pena soffermarsi su alcuni aspetti ideologici del progetto indipendentista. La natura del secessionismo catalano è stata oggetto di innumerevoli malintesi soprattutto all’estero, dove – salvo lodevoli eccezioni – ha prevalso una concezione romantica della sfida secessionista senza evidenziarne gli aspetti fortemente illiberali e anti-democratici che la caratterizzano. Il fallimento sostanziale del procés – l’indipendenza è stata dichiarata ma non implementata, la repubblica catalana non esiste, non si è ottenuto nessun riconoscimento internazionale, i massimi dirigenti sono in prigione o all’estero, una certa delusione e una sensazione di inganno collettivo si sono diffuse tra la base – ha generato negli ultimi tempi un embrione di autocritica all’interno del movimento con ricadute immediate sulle posizioni politiche dei principali partiti indipendentisti (per semplificare: continuare sulla strada dell’unilateralità o prendere tempo e cercare altre vie?). Purtroppo però questo dibattito incipiente si mantiene a un livello superficiale, limitandosi a mettere in discussione errori tattici ma non l’obiettivo in sé, né le carenze democratiche emerse nel corso del procés. Anche quei settori dell’indipendentismo che ultimamente sembrano aver riscoperto le virtù civiche come alternativa a un progetto identitario, qualunque cosa ciò significhi nel contesto catalano attuale, commettono – forse volutamente – un errore di percezione nel momento in cui attribuiscono ad una “mutazione” in corso d’opera la deriva nazional-populista del movimento. In realtà il nazionalismo identitario e il populismo hanno caratterizzato fin dall’inizio la natura dello schieramento pro-secessione, offuscando qualsiasi istanza divergente di carattere liberale. L’indipendenza in sé è una nozione neutra, dipendendo la sua opportunità e persino fattibilità dal contesto, dalle premesse, dalle circostanze e dai contenuti ideali: è un contenitore, il problema è con che cosa lo si voglia riempire. In Catalogna l’indipendenza è diventata un concetto mistico, ai limiti del messianismo, capace di lavare qualsiasi peccato originale della classe politica locale e di racchiudere in un unico abbraccio, almeno nelle intenzioni di chi lo ha promosso, palazzo e cittadini. Un ideale nobile ridotto a strumento di potere al servizio di un fanatismo ideologico crescente. Sarebbe ingenuo negare il forte radicamento dell’indipendentismo nella società catalana ma è significativo che l’incremento sostanziale della base popolare si sia verificato solo nell’ultimo decennio. Certamente le politiche dello stato centrale non sono state lungimiranti, probabilmente la sentenza sullo Statuto catalano non ha aiutato, ma attribuire esclusivamente a questi fattori l’emergenza di un nazionalismo identitario di questa indole è fuorviante. Quel che succede oggi in Catalogna è il risultato di decenni di preparazione del terreno, dalle istituzioni, alle scuole, ai mezzi di comunicazione. Il processo attraverso cui l’infiammazione nazionalista si è estesa nella società catalana è analizzato brillantemente, tra gli altri, da un libro recente di David Álvaro García “Cataluña. La costrucción de un relato”, in cui l’autore si sofferma sulle tecniche usate per creare una narrativa vittimista e fondamentalmente anti-spagnola che inevitabilmente è sfociata nella crisi attuale. Sulla stessa linea, lo storico Gabriel Tortella spiega che il separatismo è stato imposto dall’alto fino a trovare un’inerzia propria all’interno della società catalana; che tutto è cominciato quando “le generazioni educate nelle scuole nazional-pujoliste sono diventate adulte” (Jordi Pujol fu il presidente della Generalitat durante 23 anni); che proprio come negli anni ’30 l’estremismo contribuì a distruggere le velleità repubblicane, adesso in nome di una repubblica immaginaria sta nuovamente mettendo in pericolo la democrazia.

Aprendo uno qualsiasi dei molti manuali sul populismo pubblicati negli ultimi anni vediamo come quanto avvenuto in Catalogna almeno dal 2012 ne rappresenti una sintesi quasi perfetta. Ed è significativo come la fusione di componenti ideologiche di sinistra e di estrema sinistra (rappresentate da Esquerra Repúblicana e gli anti-capitalisti della CUP) con il mito identitario della nazione catalana abbia fornito all’indipendentismo il movente di cui aveva bisogno per innescare il procés, da intendersi come un sottoprodotto di quella cultura anti-sistema che da anni sta attaccando le fondamenta della democrazia liberale. Da qui la critica delle élites, ma solo quelle spagnole. La classe dirigente calatana di fatto ha utilizzato il sentimento popolare per coprire i suoi scandali di corruzione e l’impopolarità legata alle riforme economiche adottate in risposta alla crisi. Non è un caso che l’incipit dell’escalation si sia verificato in corrispondenza del successo popolare del movimento del 15-M (2011-2012), che in Catalogna stava mettendo in discussione proprio il governo della Generalitat, allora presieduto dal predecessore di Puigdemont, il convergente Artur Más. Di fronte all’alternativa tra cavalcare l’onda o restarne travolti, Más condusse un partito fino ad allora ufficialmente catalanista nell’avventura del separatismo senza probabilmente prevederne le conseguenze ultime. Non un movimento che arriva al potere, come acutamente osserva Lluís Bassets in un recente articolo su El País, ma “un potere che scopre il movimento, un populismo a trazione doppia (…) con risorse pubbliche e private molto potenti”. E ancora. L’antipluralismo (pars pro toto) che sfocia naturalmente in politica identitaria (solo alcuni sono realmente “popolo” e gli oppositori sono visti come “nemici del popolo”). Lo si percepisce anche nella corruzione del linguaggio cui abbiamo assistito in questi anni: non c’è leader indipendentista che non parli a nome del “popolo catalano” o della “Catalogna” come un’unica entità senza fessure. In realtà questo discorso esclude almeno la metà della popolazione che non si sente rappresentata da istituzioni ormai svuotate della loro funzione, che agiscono in generale “contro” una parte rilevante di catalani, arrivando a metterne in discussione in alcuni casi addirittura l’appartenenza a un contesto politico e sociale comune (identificazione del nazionalismo separatista con la vera essenza della catalanità). Sono noti gli articoli scritti del presidente Torra una decina di anni fa in cui definiva i castigliano-parlanti che risiedevano in Catalogna “bestie con forma umana” affette “da un DNA difettoso” (sic!).

Il nazional-populismo usa il linguaggio della democrazia, corrompendola e degradandola. Per questo la sua azione è subdola e pericolosa, perché difficilmente controbattibile in linea di principio. Chi si potrebbe opporre al “diritto di decidere”, all’“autodeterminazione”, alla “non-violenza”, alla “libertà di espressione”? Si tratta però di significanti vuoti, che alla fine assumono connotazioni spesso opposte a quelle originarie: così il diritto di decidere diventa imposizione di una volontà minoritaria al resto della società, l’autodeterminazione viene estrapolata dal contesto all’interno del quale è stata teorizzata, la non-violenza assume e propizia consapevolmente la violenza come risultato della sua azione, la libertà d’espressione è invocata il più delle volte per sopprimere quella altrui. Nell’ottica della nazione come bene supremo al di sopra degli stessi cittadini – in fondo il nazionalismo altro non è che l’ennesima declinazione del collettivismo – per i nazional-populisti il referendum diventa uno strumento plebiscitario, che ratifica ciò che dall’alto è già stato definito come il genuino interesse del “popolo”, in un’attitudine paternalista e deresponsabilizzante che tradizionalmente fa presa sulle masse. Si crea di conseguenza un’identificazione senza nessun tipo di intermediazione, né della stampa che diventa semplice strumento di diffusione dell’ideologia (vedi il caso da manuale di TV3 e di Catalunya Radio), né del mondo intellettuale che tende al conformismo e al servilismo (si veda la manipolazione della storia “nazionale” per giustificare le attuali priorità politiche), né del sistema educativo che si fa interprete delle esigenze dell’attivismo istituzionale (altro ossimoro di nuevo conio). La logica del nazional-populismo alimenta inoltre le teorie della cospirazione: se l’indipendenza non si raggiunge dev’essere per forza a causa di un complotto dei poteri forti, dell’eredità franchista, di un fascismo sempre pronto a schiacciare sul nascere le velleità repubblicane dei “veri democratici” che “vogliono solo votare e autodeterminarsi”. La semplificazione massima della complessità, dove governare si converte in una campagna permanente che conduce inevitabilmente alla violazione di norme di convivenza che non vengono riconosciute come applicabili al territorio che si pretende di rappresentare in esclusiva: ergo le leggi transitorie del 6 e 7 settembre 2017 approvate in flagrante violazione dello Statuto catalano, della Costituzione e delle garanzie dell’opposizione, il referendum illegale, la dichiarazione unilaterale di indipendenza. Giudizio. Sentenza. Condanna. E si torna al via. Ma c’è una variabile in questa deriva collettiva apparentemente inesorabile: che il “popolo” si renda conto che la partita giocata sulla sua testa, con la sua innegabile complicità, era truccata. Che, come riconosce perfino la stessa sentenza in un passaggio eloquente, i leader indipendentisti non avevano davanti a sé altra strategia plausibile che quella di costringere lo stato, attraverso la mobilitazione permanente e le minacce di secessione, a cedere parte delle sue prerogative costituzionali. Un ricatto costato carissimo alla Catalogna, in termini di prestigio politico ed economico, a milioni di persone sottoposte ad uno stress totalmente innecessario e agli stessi esponenti politici e alle loro famiglie, che vedono il futuro attraverso le sbarre di una prigione. Un vero capolavoro strategico, del quale prima o poi gli stessi catalani, perfino gli indipendentisti, dovranno chiedere conto ai responsabili. Più che un golpe, una gigantesca messinscena sfuggita di mano ai suoi autori.

Le prime reazioni alla sentenza certificano la prevedibile fuga in avanti verso il martirio da parte della cupola indipendentista: “Vergogna”, tuona Puigdemont; “Inaccettabile”, gli fa eco Torra; “Vinceremo”, scrive Junqueras dalla sua cella; “Lo rifaremo”, promette Cuixart. Dal credito residuo che una società esausta sarà disposta a concedere loro dipenderà l’entità del dramma politico catalano prossimo venturo.

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