Cultura

Aldo Moro, oltre il mito: perché non fu uno statista

Roberto Gervaso provò a smontare i dogmi post-mortem su Moro: il consociativismo "la peggior iattura che mai si sia abbattuta sull'Italia"

Aldo Moro (Rai)

Quando sul finir degli anni ’90 dello scorso secolo Roberto Gervaso, in un capitolo del suo libro “I sinistri – Da Mussolini a Scalfaro”, si chiese se fosse stata vera gloria quella di Aldo Moro, sacche intere d’opinione pubblica rimasero scandalizzate. Persino il mero interrogarsi, se rivolto a un venerato maestro della Democrazia Cristiana ucciso nel 1978 per un’abominevole operazione terrorista, rappresentava un oltraggio agli apriorismi della retorica italiana. Quest’ultima, troppo spesso, ha cucito narrative che al martirio associavano automaticamente la mitizzazione politica.

Una parte acritica della cultura mainstream si rifugiava, e si rifugia ancora, in tali predestinazioni partitocratiche della memoria. Occorre però conoscere tutti gli orientamenti storiografici e di pensiero, prima di deliberare: ciascuno secondo la propria coscienza.

Da Kissinger a Montanelli

Così, senza timore reverenziale post mortem, Gervaso nella sua opera ricordava che Henry Kissinger, noto segretario di Stato del presidente statunitense Richard Nixon, dopo aver sentito parlare Moro in un convegno internazionale aveva lasciato la sala borbottando le seguenti parole: “Un uomo che parla così non può che essere un imbroglione e rappresentare un popolo di imbroglioni”. Ciò è sicuramente un’esagerazione, con una falsità sugli italiani.

Ma anche il nostro autorevole connazionale Indro Montanelli non aveva risparmiato aspre critiche verso il leader democristiano del compromesso storico tra DC e PCI, salutandolo come un generale che, “sfiduciato del proprio esercito, credeva che l’unico modo di combattere il nemico fosse quello di abbracciarlo”. Tra l’altro, lo aveva pure dipinto come un “calvinista al contrario” che invece di credere nella “predestinazione della Grazia, credeva nella predestinazione della Disgrazia”.

Patrono del consociativismo

Anche Gervaso non ha mai avuto una penna sviolinante, per nessuno, e ha descritto Moro come un politico troppo fortunato e troppo sfortunato (in quest’ultimo senso, purtroppo, a causa della sua tragica morte). Ha pure sostenuto che non fosse stato un vero statista, al contrario di come successivamente è stato celebrato da coloro che non mossero un dito per salvarlo.

In particolare, ha precisato che non fosse un vero statista “perché chiedeva allo Stato di genuflettersi davanti a chi voleva umiliarlo e abbatterlo”, ma anche “perché scrisse lettere che un De Gasperi, un Einaudi, per non parlare di un Churchill o di un De Gaulle mai avrebbero scritto”.

Quei giudizi affilati e severi, sulle scelte dell’Aldo Moro politico negli anni di piombo, non possono essere letti in maniera semplicistica come cattivisti. Essi infatti non possono essere focalizzati adeguatamente con le lenti della sola post-contemporaneità odierna, né con gli occhiali delle benpensanti post-ideologie sorte dall’unione dei cocci di DC e PCI.

Le idee anti-moriane presenti nel libro “I sinistri” risultano argomentate, per fugare nei lettori il sospetto che si trattasse di pura antipatia personale. L’autore, oltre a definire Moro come “il regista, prima occulto, poi dichiarato del compromesso storico, il soffuso artefice, lo sfingeo patrono del consociativismo”, ha attaccato quest’ultimo in quanto corrente di pensiero dannosa. Secondo Gervaso il consociativismo è “la peggior iattura che mai si sia abbattuta sull’Italia dal Dopoguerra, causa d’infiniti guai e di uno sfacelo istituzionale e sociale”.

L’anti-morismo gervasiano, pertanto, appare figlio dell’insofferenza verso quell’opportunista pacificazione nazionale che ai tempi della DC di Moro si celebrava, in salsa agrodolce, insieme ai comunisti pragmatici. Questi, nelle burocrazie dello Stato, avevano deciso di accomodarsi per scomodare la vita delle generazioni successive, con una spesa pubblica miope e straripante.

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