Da sempre, gli invincibili mi stanno sui coglioni. Perché se c’è qualcosa d’immutabile nelle sorti umane è proprio la possibilità che le cose si mettano al peggio nel modo e nel momento sbagliato.
Emerite puttanate come i concetti di “resilienza”, “creatività”, “solidità”, “cattiveria sportiva” e tutta la panoplia di stupidaggini che sfoderiamo prima di una importante sfida sportiva come fossero armi invincibili, andrebbero seriamente riviste, per non correre il rischio del cosiddetto “bias cognitivo”, in parole semplici, quella sindrome che colpisce quelli che, a forza di raccontare balle e sparare cazzate, ci credono loro stessi.
Un popolo di chiacchieroni
Lo sport, e per noi lo sport per antonomasia è l’intoccabile calcio, è la rappresentazione (non dirò “plastica” perché è altro noioso luogo comune) di ciò che stiamo diventando: un popolo di chiacchieroni senza costrutto.
Con tutto questo sbandieramento di amor di patria (da parte di chi non conosce la Patria) e di coraggio (da parte di chi scappa da sempre, salvo chiamarlo “ripiegamento strategico”) ci stiamo convincendo di avere delle chances concrete per competere con chi parla meno ed agisce con la semplicità e di chi sa di “essere” più forte di noi, che “ci sentiamo” forti. È come chiedere a chi abbia una gamba ingessata di farsi forza e correre contro i centometristi perché la vera forza sta dentro…. perché conta il cuore e… bla bla bla.
Prendiamo a prestito qualche semplice concetto della balistica elementare: l’efficacia di un proiettile è la combinazione di una serie di fattori, tra i quali il suo calibro, la sua forma, la velocità che mantiene durante il tragitto ed altre circostanze prevedibili e calcolabili che ne possano determinare la lesività. Se spari con una carabina ad aria compressa contro un’automobile in corsa, le probabilità di fare un danno importante sono nulle, in qualunque modo si possano combinare le componenti della balistica esterna e terminale. Il concetto è sempre quello, così come sostenere che con un Apecar (magari elaborata) si possa vincere una gara motociclistica.
Avendo poco o nulla in mano, ci siamo abituati a confidare in qualche formula speciale e pregevole sulla quale anche un tiratore cieco possa contare per colpire il bersaglio, per via di una serie complessa di elementi a suo favore.
L’anno zero
Nel calcio siamo messi così, da anni. Ma i nostri avversari lo sanno benissimo: dietro le nostre parole, gli inni cantati (malissimo) con la mano sul cuore, le rassicurazioni sul morale altissimo (che ricordano un po’ quelle del Minculpop quando prendevamo botte da orbi nella Seconda Guerra Mondiale), gamba poca, tecnica così così, resistenza sottozero e chiarezza di schemi inesplicabile.
Ci piaccia o meno, forse sarebbe proprio il momento di dichiarare l’anno zero e ricominciare tutto daccapo. Funziona molto più di sovente di quanto non s’immagini e fa bene a tutti.
Tuttavia, in linea di massima, preferisco spesso i perdenti, soprattutto quando i vincitori siano dei buzzurri prepotenti e sprezzanti nei confronti di quelli che abbiano contribuito a farli diventare (quasi) invincibili. Se, poi, i perdenti siano, putacaso, quelli che hanno insegnato i rudimenti della civiltà ai vincitori di oggi, mi trovo maggiormente a mio agio coi primi.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra


