Cultura

Da Maduro a Khamenei: quando un potere smette di essere legittimo

Dalla Scuola di Salamanca ad oggi: il potere non è una proprietà ma una funzione. Non è la durezza del comando a definire la tirannide, ma la rottura del legame con le regole

khamenei e maduro Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Le vicende venezuelane e iraniane di questi giorni ripropongono una domanda che attraversa la storia del pensiero politico ben prima delle crisi contemporanee: quando un potere smette di essere legittimo. Non si tratta di una questione ideologica né di una valutazione di opportunità geopolitica. È un problema di principio, che riguarda il rapporto tra autorità e limite.

Una risposta sorprendentemente chiara viene da un autore del tardo Cinquecento, Juan de Mariana, gesuita della Scuola di Salamanca, autore del De rege et regis institutione. Un libro nato per riflettere sul governo legittimo e finito per essere condannato al rogo, proprio perché metteva in discussione l’idea di un potere senza vincoli.

Il potere non è una proprietà

Mariana parte da un presupposto che oggi appare quasi sovversivo nella sua semplicità: il potere politico non è una forma di proprietà. Lo afferma infatti in modo netto: “Regnum non est patrimonium, sed magistratus”. Il regno non è un patrimonio, ma una magistratura. Governare non significa possedere lo Stato, le sue risorse o i suoi cittadini. Significa esercitare una funzione temporanea, condizionata e revocabile, all’interno di un ordine giuridico che precede chi comanda.

Questo criterio consente di leggere con maggiore chiarezza la traiettoria del potere venezuelano sotto Nicolás Maduro, ma anche del regime degli ayatollah in Iran. Quando un governo svuota le elezioni, reprime sistematicamente l’opposizione, riduce l’informazione a strumento di controllo e governa attraverso l’eccezione permanente, cessa di comportarsi come magistratura e pretende di trasformarsi in patrimonio. Non amministra più un ordine comune: lo occupa.

Per il gesuita spagnolo il discrimine non è morale, è invece giuridico. Il sovrano non è sciolto dalle leggi, né può porsi al di sopra di esse. Al contrario: “Princeps legibus tenetur”. Il principe è vincolato dalle leggi. Epperò, se detto vincolo viene meno, l’autorità si trasforma in arbitrio. Non è la durezza del comando a definire la tirannide, è piuttosto la rottura del legame con le regole che rendono legittimo il potere.

Alla luce di questa impostazione, la questione della rimozione di Maduro, o di Khamenei, non riguarda la simpatia o l’antipatia politica, né l’efficienza o l’inefficienza del governo. Riguarda la perdita di legittimità di un potere che si è progressivamente sottratto a ogni controllo istituzionale. In termini marianei, non si tratta più di governo, bensì di dominio.

L’uso legittimo della forza

E ciò non equivale a giustificare qualsiasi forma di intervento o di forza. Mariana difatti non legittima l’arbitrio in nome dell’anti-arbitrio. Il limite vale per tutti: anche per chi rimuove un potere illegittimo. La rimozione è giustificabile solo se è strumentale al ripristino delle regole, non se inaugura un nuovo stato d’eccezione o un diverso monopolio della forza.

È qui che la lezione della Scuola di Salamanca conserva tutta la sua attualità. Ricorda che la stabilità non è di per sé un valore, se è ottenuta al prezzo della libertà, della legalità e della responsabilità. Evidenzia altresì che la durata del potere non lo rende giusto, così come la sua caduta non lo rende automaticamente illegittimo. Ciò che conta è il rispetto dei limiti: delle leggi, delle istituzioni, della proprietà, delle libertà civili.

La crisi venezuelana mostra cosa accade quando questi limiti vengono sistematicamente erosi. E mostra anche perché, ieri come oggi, il limite resta ciò che il potere teme di più. Juan de Mariana lo aveva compreso con secoli di anticipo: quando il potere non riconosce vincoli, non governa più. Domina. E a quel punto il problema non è difendere l’ordine esistente, ma ricostruire un ordine che non dipenda dalla forza di chi comanda.

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