Cultura

Dario Antiseri e la scoperta del pensiero anti-totalitario di Karl Popper

Ad Antiseri va riconosciuto il merito di aver diffuso in Italia il pensiero di Popper: la società aperta e l'antidoto contro ogni totalitarismo

addio a dario antiseri Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Si è spento all’età di 86 anni e dopo una lunga malattia Dario Antiseri, una delle maggiori figure della filosofia della scienza italiana. Nato a Spello in Umbria, si laureò all’Università di Perugia e iniziò il suo insegnamento alla “Sapienza” di Roma e a Siena, mentre dal 1975 al 1986 fu docente all’Università di Padova.

La “società aperta” di Popper

Studioso molto prolifico, ad Antiseri viene riconosciuto da tutti il merito di aver diffuso in Italia il pensiero di Karl R. Popper, il più grande epistemologo del secolo scorso, per parecchi anni ostracizzato nel nostro Paese da autori di scuola marxista. Sua è infatti la traduzione di “La società aperta e i suoi nemici” in cui lo studioso austriaco attaccava da un lato Platone, e dall’altra Hegel e Marx accusandoli di essere teorici della “società chiusa”.

Per capire l’importanza dell’operazione basti dire che l’originale inglese dell’opera risale al 1945, e in Italia bisognò attendere il 1973 per renderla disponibile nella nostra lingua. Da quel momento Antiseri e i suoi allievi si incaricarono di tradurre in pratica tutto Popper, facendo così la fortuna della piccola casa editrice Armando, la sola che avesse in catalogo le opere dell’epistemologo britannico di origine austriaca.

Antiseri credeva nella “società aperta” teorizzata da Popper, nella quale il confronto politico avviene mediante il pubblico dibattito, e in cui è possibile sostituire i governanti senza spargimento di sangue qualora il popolo tolga a essi il proprio sostegno.

Il periodo più fecondo dell’insegnamento di Antiseri coincide con il suo passaggio nel 1986 alla LUISS di Roma, dove divenne titolare della cattedra di “Metodologia della scienze sociali”, preside della Facoltà di Scienze Politiche e diede un contributo decisivo alla fondazione del “Centro di metodologia di scienze sociali”. In quel contesto lo incontrai più volte di persona, ricevendo sempre preziosi consigli. Numerosi i suoi allievi tra i quali Lorenzo Infantino, lui pure mancato recentemente.

Il politeismo dei valori

Sulla scia di Popper, Antiseri sostenne sempre che la nostra conoscenza è fallibile, e ciò significa che, analogamente a quanto accade nella scienza, non possiamo mai essere sicuri di aver raggiunto lo stadio definitivo della conoscenza stessa. La storia dimostra che ogni teoria è destinata prima o poi a essere soppiantata da una teoria diversa. Se dalla scienza passiamo agli ambiti dell’etica e della politica, il mondo umano è caratterizzato da un inevitabile politeismo dei valori, sul quale attirò l’attenzione già Max Weber.

L’etica non è una scienza, ragion per cui i valori ultimi non sono teoremi risolvibili con mezzi logici, bensì ideali di vita circa i quali le scelte sono inevitabilmente personali. Si può argomentare a loro favore, precisando però che essi non sono poggiati su basi certe, eterne. Le argomentazioni volte a sostenerli presuppongono sempre un confronto franco e leale, al cui interno è vietato imporre agli altri credenze e convinzioni che non condividono.

I sostenitori della società aperta devono trovare il modo di salvarla dalle pressioni di coloro che, convinti di possedere la verità, intendono scardinarla per adottare una forma di vita che promette la salvezza eterna.

Antiseri e la Chiesa cattolica

Cattolico praticante, Antiseri ha avuto numerosi contrasti con la Chiesa. Era in particolare convinto che la metafisica classica non servisse alla fede, e preferiva in questo senso l’approccio più liberale (e “protestante”) di Ludwig Wittgenstein, attirandosi l’accusa di “relativismo” che lo lasciò, tuttavia, sempre indifferente.

Tra le sue numerose opere da segnalare il ponderoso volume “Trattato di metodologia delle scienze sociali” (Utet 1996) dove espose in forma sistematica le sue tesi.

Il cambiamento scientifico

Com’è noto, Popper è stato al contempo un filosofo della scienza e un filosofo della politica. Sarebbe tuttavia arduo negare che egli doveva la sua popolarità presso il pubblico soprattutto al secondo aspetto della sua attività filosofica. Ciò è del resto comprensibile, in quanto la filosofia politica ha sulla vita quotidiana un impatto più immediato della filosofia della scienza.

In questa sede ci concentreremo sulla filosofia popperiana della politica accennando soltanto, per sommi capi, alle tesi fondamentali dell’epistemologia di Popper e dandone quindi per scontata la conoscenza da parte del lettore. Prenderemo in considerazione le tesi di Popper con particolare riferimento al tema del cambiamento scientifico.

È opinione dell’epistemologo austriaco che scopo della scienza sia la falsicazione degli enunciati di base, e non la loro verificazione (come invece sostenevano i neopositivisti). Ne consegue che lo scienziato deve costruire “audaci congetture” e sottoporre a severi test la sua teoria. Se quest’ultima supera i controlli e sopravvive ai tentativi volti a falsificarla, può essere accettata provvisoriamente.

E il “provvisoriamente” è molto importante, dal momento che, a suo avviso, la validità delle teorie non può mai essere stabilita con certezza. A sua volta, una teoria che sopravviva ai tentativi di falsificazione è corroborata, dove per “corroborazione” si intende la misura in cui la teoria è effettivamente falsificabile.

La falsificabilità

E da cosa dipende il grado di falsificabilità? Popper risponde che una teoria tanto più è falsificabile quante più informazioni riesce a fornire intorno al mondo, il che significa che gli asserti di base delle teorie devono avere il maggior contenuto empirico possibile.

Ai fini della nostra analisi, è allora importante rilevare che nel modello popperiano la scienza cessa di essere un sistema statico per diventare un’impresa dinamica in grado di modificare se stessa senza posa. In altri termini, le rivoluzioni scientifiche sono destinate a succedersi per sempre o, per dirla con il titolo dell’autobiografia popperiana, “la ricerca non ha fine”.

Ovviamente, la novità dell’atteggiamento di Popper si deve sia all’abbandono del principio neopositivista di verificazione per cui un enunciato che non ha alcuna possibilità di essere verificato empiricamente è uno pseudo-enunciato privo di senso, e alla conseguente reintroduzione della metafisica nell’ambito del discorso significante, sia al superamento dell’empirismo riduzionista che caratterizza l’impostazione di fondo dei rappresentanti del Circolo di Vienna.

Tornando ora all’epistemologia di Popper è opportuno notare che, a differenza di quanto egli sostiene, la falsificabilità (unitamente all’assenza di dogmatismo) non costituisce un tratto esclusivo della razionalità scientifica. Non v’è dubbio che il progresso scientifico si debba in buona misura alla capacità di “postulare” enti non osservabili per spiegare ciò che possiamo direttamente osservare. Tuttavia, è pure possibile sostenere che questa non è una pratica che caratterizzi soltanto la scienza; anche nella vita quotidiana siamo sempre portati a trascendere la mera osservazione per dare ragione di ciò che ci circonda.

Si può allora aggiungere che risulta ben difficile fornire un qualsiasi resoconto della scienza senza ricorrere all’induzione, procedimento che del resto svolge una funzione essenziale anche nelle nostre attività quotidiane. In atri termini, l’attività critica deve per forza di cose basarsi su credenze che abbiano un qualche fondamento, e ciò induce a sottolineare l’indispensabilità del procedimento induttivo, metodo che, per quanto incerto, risulta legato allo stesso concetto di razionalità umana.

Popper e Lorenz

La distanza di Popper dal neopositivismo può essere valutata ancor meglio leggendo un volume-intervista in cui le sue tesi vengono abbinate a quelle di Konrad Lorenz, il padre della moderna etologia e premio Nobel per la medicina. Mette conto notare che Popper e Lorenz erano sia coetanei che concittadini, essendo entrambi nati nella capitale austriaca ai primi del secolo.

Molte riflessioni del filosofo della scienza e dello studioso del comportamento animale cercano di rispondere a un interrogativo comune: come conferire un senso e una portata non meramente strumentali alla teoria dell’evoluzione di Charles Darwin.

Il tema del colloquio tra i due autori è la questione del come e del perché l’evoluzione sia “direzionale”. In altri termini, se – come spesso è stato ipotizzato – lo sviluppo delle specie si può spiegare nel modo più semplice ad opera del caso, allora sarebbero occorsi almeno cento miliardi di anni per produrre l’attuale forma di vita presente sulla Terra.

E, invece, il tempo impiegato è stato di gran lunga minore, ragion per cui sorge il giustificato sospetto che l’evoluzione stessa contenga un elemento “direzionale”, “qualcosa che va verso l’alto”, in grado di accelerare il processo e tale da inglobare una caratteristica “creativa”.

Su cosa sia in realtà un simile elemento creativo Popper avanza solo delle ipotesi. Da buon immanentista egli rifiuta qualsiasi spiegazione di carattere religioso, preferendo ricorrere alla presenza di una sorta di “dèmone” scientifico la cui natura non ci è (ancora) conosciuta. È comunque difficile sfuggire alla classica domanda: “come può dalla necessità della semplice ripetizione e dal caso, che è solo errore, come può, dunque, da due cieche banalità (Stumpfsinnigkeithen), originare il fuoco della vita e dello spirito?”.

Positivisti e costruttivisti

Non esiste pertanto alcun sapere assoluto, né nell’ambito della conoscenza della natura né in quello dei fenomeni umani e sociali. Hanno torto sia i positivisti che attribuiscono alla scienza poteri che essa non ha, sia i costruttori dei grandi sistemi filosofici i quali, per mezzo della pura ragione, pretendono di dedurre dalle idee la vera struttura del reale.

Può sembrare, questa, una visione riduttiva e incapace di risolvere i problemi, ma Popper mette in chiaro che la vita altro non è che un continuo processo di apprendimento mediante prove ed errori. L’importante è mantenere un atteggiamento di totale apertura mentale, di “innocenza” nei confronti del mondo; di qui l’insistenza popperiana sul fatto che vivere significa proporre alla realtà circostante teorie, ipotesi, e dottrine, controllando senza posa – e senza alcun timore – la loro validità.

Rifiutando l’idea neopositivista secondo cui la metafisica è una semplice collezione di frasi prive di senso compiuto, egli imposta il problema dei rapporti fra scienza e metafisica su basi più feconde, dimostrando che spesso le teorie metafisiche forniscono preziosi spunti a quelle scientifiche. Procedendo lungo queste linee, scienza e metafisica diventano semplicemente dei discorsi di tipo diverso, escludendo qualsiasi genere di “imperialismo” dell’una nei confronti dell’altra.

La capacità critica

L’intero sapere umano, ivi incluso quello scientifico che parrebbe possedere i caratteri della certezza, è insomma composto da congetture. Contrariamente a quanto pensa il senso comune, il mondo non ci fornisce alcuna informazione se noi non ci poniamo di fronte ad esso con un atteggiamento interrogativo; l’uomo “chiede” al mondo se una certa teoria sia corretta o errata, e in seguito deve controllare le domande da lui stesso poste in modo severo e rigoroso, pur sapendo che la certezza non potrà mai essere raggiunta.

Alla verità si può bensì tendere, ma essa è destinata a restare in ogni campo un ideale regolativo. Chi si dice certo di averla conseguita, non solo nella scienza o nella filosofia, ma anche in politica e in qualsiasi altro ambito d’indagine, cade nel dogmatismo e rinuncia automaticamente alla dote più preziosa che il genere umano possieda: la capacità critica.

Come si è prima notato, l’epistemologo austro-britannico ritiene che non solo la scienza, ma l’intera vita umana altro non sia che un processo in cui siamo costantemente impegnati a individuare problemi e a cercare di risolverli. L’apprendere dagli errori compiuti nei tentativi di soluzione costituisce, dunque, la principale attività dell’uomo.

In politica come nella scienza

Paradossalmente, proprio dalla seconda fase – cioé la meditazione sugli errori per correggerli e superarli – scaturisce, sul piano individuale, la spinta a procedere in avanti eliminando gli ostacoli e, su quello politico-sociale, l’incentivo a riflettere sulle istituzioni per correggerle e renderle il più possibile adatte alla convivenza.

In altre parole è la continua messa in discussione, che si realizza non tanto verificando ciò che funziona, ma andando a ricercare ciò che non funziona, a costituire il contraltare socio-politico della nozione epistemologica di “falsificabilità”.

Anche nella ricerca scientifica – afferma Popper – è essenziale ricercare gli esperimenti in grado di falsificare la teoria; se ne troveremo essa dovrà essere abbandonata, ma se non ne troveremo ciò costituirà la migliore prova che la teoria è in effetti valida. È ovvio che sul piano politico una tale allettante prospettiva sarà tanto più vicina quanto più verrà concessa ai cittadini l’opportunità di avanzare critiche e di mettere in rilievo gli errori compiuti dai governanti. Afferma infatti Popper nella sua autobiografia:

[…] noi dovremo sempre vivere in una società imperfetta. E ciò non solo perché anche le persone migliori sono assai imperfette; e neanche perché, come è naturale, noi facciamo spesso degli errori per il fatto di non saperne abbastanza. Ancor più importante di queste due ragioni è il fatto che esistono sempre insolubili conflitti di valori: ci sono molti problemi morali insolubili perché i princìpi morali possono entrare fra loro in conflitto. Non può esistere alcuna società umana senza conflitti: una siffatta società sarebbe una società non di amici ma di formiche […] i conflitti di valori e di princìpi possono essere fecondi, e perfino essenziali, per una società aperta.

In questo modo, cioè cercando di scoprire per tempo gli errori mediante l’indagine critica e la discussione, si potranno sprecare meno energie e meno tempo di quanto avverrebbe lasciando che gli errori si manifestino spontaneamente nella pratica.

È prassi tipica dei governi autoritari impedire che i propri indirizzi politici vengano sottoposti ad un esame critico, con il risultato di scoprire gli errori quando ormai è troppo tardi per prevenirne le conseguenze: cosa che, del resto, un governo autoritario non potrebbe concedere senza correre il pericolo di danneggiare la propria immagine pubblica.

Lo stress della civiltà

Partendo dalla considerazione che l’attrattiva esercitata dalle concezioni totalitarie si può in buona parte spiegare mediante la nozione socio-psicologica di “stress della civiltà” (simile ad analoghi concetti elaborati da Freud su piani diversi), Popper rileva come nella nostra epoca l’idea di libertà assista ad un progressivo offuscamento, dovuto anche ad un diffuso rifiuto della responsabilità individuale in nome di scelte collettive.

Ciò è semplicemente parte di un processo storico che si ripete sin dagli inizi della storia del pensiero; allo “stress della civiltà” si reagisce o vagheggiando il ritorno a forme si società arcaiche e pre-critiche, oppure con una fuga verso l’utopia. I due poli di riferimento, benché vengano generalmente considerati l’uno reazionario e l’altro progressista, possiedono in effetti profonde affinità.

A conferma della valenza pratica delle idee popperiane, possiamo notare che oggi esse trovano udienza anche in contesti che in teoria dovrebbero rifiutarle. Chi, soltanto pochi anni orsono, avrebbe potuto immaginare dei filosofi della Repubblica Popolare cinese che elogiano pubblicamente il pensiero di Karl Popper durante un convegno a Pechino? Eppure anche questo è avvenuto, a testimonianza della profondità dei mutamenti culturali intervenuti nell’ultimo decennio.

Le società occidentali

Dal canto suo, Popper afferma che le nostre società di tipo occidentale, nonostante i molti limiti che possiedono, costituiscono probabilmente lo stadio più avanzato mai raggiunto dall’umanità sulla via dell’emancipazione; pur non essendo “società ideali”, un concetto cui del resto lo stesso Popper concede scarso credito, esse contengono meno ingiustizia di qualsiasi altro tipo di società finora realizzato: gli ordinamenti delle nostre società democratiche occidentali sono dunque assai imperfetti e abbisognano di correzioni, ma sono i migliori che siano esistiti fino ad oggi.

Ma tra tutte le idee politiche, il desiderio di rendere gli uomini perfetti e felici è forse la più pericolosa. Il tentativo di realizzare il paradiso sulla terra ha sempre prodotto l’inferno. Le eventuali storture, insomma, sono eliminabili attraverso processi di riforma e senza fare ricorso a soluzioni di tipo radicale come, ad esempio, quella adottata da Lenin e dai bolscevichi nel 1917.

Come si può subito comprendere, il punto di riferimento è la società occidentale, industrialmente forte e tecnologicamente avanzata, dotata di organi di democrazia rappresentativa eletti dal basso attraverso consultazioni popolari libere, e in grado di garantire il normale avvicendamento di partiti diversi nell’esercizio del potere.

È inoltre sufficiente una lettura non superficiale dell’opera popperiana per smentire le accuse di reazionarismo e di positivismo deteriore che a più riprese sono state rivolte al filosofo di origine austriaca. Popper non ha mai abbinato alla critica del totalitarismo una immobilistica difesa dell’ordine esistente. Ricorrono infatti molto spesso, nelle sue opere, rilievi critici contro gli squilibri e le diseguaglianze che le società occidentali presentano.

Ma egli ritiene pure di individuare nella democrazia liberale i mezzi sufficienti per superare, attraverso opportune riforme, tali squilibri e diseguaglianze; la società politica auspicata da Popper è aperta anche – e soprattutto – per il fatto di essere una società dinamica, disponibile ai contributi critici (ma non a quelli meramente distruttivi) da qualunque parte essi provengano, e attenta inoltre a conservare per i cittadini le libertà politiche e civili che la distinguono da altri modelli di organizzazione sociale.

Il merito di Antiseri

Dario Antiseri venne spesso accusato di essere troppo “appiattito” sul pensiero popperiano, ma l’accusa non regge se teniamo conto delle condizioni in cui versava la filosofia italiana quando egli iniziò a diffondere tale pensiero nel nostro Paese. Questo grande merito gli va riconosciuto senza alcuna riserva. Senza dubbio la sua scomparsa rappresenta una grave perdita per la filosofia italiana, e in particolare per la filosofia della scienza.

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