Cultura

La minaccia Woke

L’ideologia woke avanza tra gli studenti, i risultati allarmanti di una ricerca

Richieste sempre più estreme e liberticide minacciano libertà accademica e free speech. Il fenomeno può diventare dominante prima di avvertirne il pericolo

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C’è una parola inglese che si è recentemente imposta anche nel discorso socio-politico italiano: woke. Si parla sempre più spesso di “cultura woke”, “atteggiamenti woke”, “richieste woke”, con delle sfumature che si fanno man mano più vaghe. Ma che cosa significa, di preciso, in quale contesto nasce, e, soprattutto, rappresenta davvero qualcosa di pericoloso per l’Occidente?

Cercherò di rispondere a tutte queste domande, partendo dall’origine del termine e dalla sua storia, che poi è piuttosto recente, e vi proporrò, come parte di quella che – vi anticipo – sarà una risposta non esattamente confortante, i risultati di una ricerca condotta da un’importante think tank indipendente britannico. Ma andiamo con ordine.

Le origini del termine woke

Quella della parola woke è una storia particolare, che descrive una parabola opposta rispetto a quanto di solito avviene con i termini che identificano le posizioni ideologiche più recenti e, in qualche modo, controverse.

Solitamente, infatti, questi termini nascono all’esterno di un gruppo, cui vengono applicati con intenti dispregiativi: un classico esempio è la parola queer, che originariamente indicava con accezione negativa le persone con un orientamento sessuale o un’identità percepiti come “strambi”.

In un secondo tempo, una parte della comunità in oggetto si è “riappropriata” del termine offensivo, e lo ha adottato come propria denominazione ufficiale, prima a livello accademico, con la formulazione della cosiddetta queer theory, e poi anche generale.

Nel caso in questione, il percorso è stato inverso: la parola ha avuto la sua origine nel gergo afroamericano, l’African American Vernacular English, probabilmente da una corruzione di woken, participio passato del verbo to wake, nel senso di “risvegliato”.

In tale contesto, veniva impiegato generalmente come aggettivo ma in modo particolare nella frase “stay woke”, che esprime un invito a essere sempre vigili, a fare attenzione costante. Nello specifico, attenzione ai temi del razzismo, del pregiudizio e della discriminazione razziale.

Fino a una decina di anni fa, è rimasta un’espressione gergale tutto sommato poco diffusa al di fuori del suo contesto di origine, ma più o meno a cavallo dell’era Obama ha espanso il suo significato, andando a indicare quella che il dizionario Merriam-Webster definisce come “grandi attenzione e impegno nel campo delle istanze della giustizia sociale e razziale”.

Sono stati due movimenti, entrambi nati nell’ultimo decennio, a sposare questo concetto e a renderlo sempre più onnipresente: il Black Lives Matter e il MeToo. Questi due movimenti hanno fatto dell’impegno in favore della social justice – intesa come lotta senza quartiere a ogni aspetto di una cultura occidentale intesa come patriarcale, razzista e oppressiva, in modo intrinseco non redimibile – la loro ragion d’essere.

Woke come epurazione

Stay woke è quindi ormai percepito come l’invito a combattere incessantemente per rendere pura la nostra società, e per farlo in senso letterale, epurandola di tutto ciò che è impuro: le statue, i libri, le idee, le persone che ne sono portatrici, in una furia iconoclasta sempre più forsennata.

È per questo che il termine ha rapidamente assunto un’accezione negativa presso chiunque non sposi questa ideologia e non porti avanti la cancel culture che ne deriva, trovando una diffusione sempre maggiore tra i suoi detrattori, tanto che ormai i promotori della cultura woke stessa preferiscono usare altri termini.

In effetti, la diffusione del fenomeno è stata così rapida, esacerbata dalle tensioni della presidenza Trump, che esso è improvvisamente divenuto un protagonista fisso dei notiziari, con le manifestazioni spesso violente che hanno scosso l’America a partire dall’estate del 2020, gli abbattimenti delle statue e le campagne di ostracizzazione e attacco portate avanti prima su Twitter, poi anche nel mondo fisico, come quella di cui è stata vittima la celebre – e un tempo celebrata dai liberal – JK Rowling, finita nell’occhio del ciclone per le sue posizioni percepite come “non inclusive” sui diritti delle persone transgender.

Insomma, come vedete, si tratta di un fenomeno molto recente, ma in espansione, tanto da suscitare una crescente preoccupazione, non solo, come sostengono i suoi promotori, da parte degli elementi reazionari, ma da un arco molto ampio dello spettro politico, che comprende sempre più moderati, centristi e liberali, soprattutto su questa sponda dell’Atlantico.

L’espansione in Europa

Sì, perché la woke culture si è andata espandendo dagli Stati Uniti verso l’Europa. Ne abbiamo avuto la conferma visiva due anni fa, con le proteste di piazza organizzate dal Black Lives Matter in tutte le principali città del Vecchio Continente, che nel Regno Unito si sono presto trasformate in veri e propri assalti a numerose statue di personaggi percepiti come “indegni”

Non solo persone più o meno direttamente coinvolte nella gestione delle faccende coloniali, ma perfino Winston Churchill, la cui statua fu circondata da un sit-in, ingabbiata simbolicamente e imbrattata.

Ora, sappiamo bene che il Regno Unito gode da almeno un secolo di una special relationship con gli Stati Uniti, e, grazie anche alla profonda vicinanza linguistica e culturale, si trova a svolgere spesso una funzione di “tramite” tra l’America e l’Europa a livello socio-culturale – in modo non troppo dissimile da quanto accade a livello politico, come gli ultimi mesi ci hanno mostrato con particolare chiarezza.

Il Regno Unito si viene spesso a trovare nella condizione di sperimentare per primo, a livello europeo, la diffusione di idee originatesi negli Stati Uniti, e la reazione dei vari ambienti britannici può in qualche modo fare da cartina di tornasole del fenomeno.

Certo, non bisogna in questo dimenticare come esistano tra la Weltanschauung britannica e quella europea continentale differenze sostanziali, ma credo che possa fornire per noi uno scenario decisamente più predittivo di quello statunitense, per conformazione socio-economica e politica.

L’ideologia woke nelle università Uk

Vale quindi la pena di analizzare con attenzione come si stia effettivamente muovendo questo fenomeno, se sia in espansione o meno, e conviene farlo in un ambiente in cui la penetrazione di idee liberal è storicamente molto forte, e che ha allo stesso tempo un ruolo molto importante all’interno della società: quello universitario.

Un think tank indipendente, lo Higher Education Policy Institute, ha infatti realizzato, a distanza di sei anni, un’attenta ricerca tra gli studenti delle università britanniche sui temi che abbiamo visto essere cari al movimento woke. Cerchiamo di analizzarne i risultati, confrontando quelli del 2016 con quelli, freschi freschi, appena resi pubblici in questo 2022.

Il diritto al “safe space”

Partiamo da una delle “richieste simbolo”: quella di vivere in una campana di vetro, altrimenti definita come “safe space”, in cui nessuno possa in alcun modo urtare la nostra sensibilità: alla domanda “se si crede che chi si sente in qualche modo minacciato [anche in senso metaforico, da discorsi, o idee, nda] debba sempre e comunque veder soddisfatte le proprie richieste”, il 79 per cento si è detto d’accordo (di cui il il 46 per cento totalmente d’accordo), contro il 68 (e 35 del 2016), mentre appena il 4 per cento è contrario (era il 10).

Continuerò ad illustrarvi in dettaglio i risultati di questo studio, ma in realtà potremmo già fermarci a questa e alla prossima domanda, che è una sua declinazione, dal momento che illustrano perfettamente il nodo centrale di questa ideologia: la sensibilità – sia in tema di diritti, di identità o di qualsiasi aspetto – viene prima di tutto, e qualsiasi cosa la urti minimamente deve semplicemente essere proibita.

E infatti addirittura il 61 per cento (quasi raddoppiato in sei anni) chiede che le università “in casi dubbi”, ossia quando palesemente non vi è alcun discorso discriminatorio, debbano comunque “garantire che tutti gli studenti si sentano protetti da ogni forma di discriminazione, piuttosto che la libertà di parola”, che viene invece difesa da appena il 17 per cento (quasi dimezzato dal 2016).

Vista attraverso queste richieste, potrebbe ancora sembrare, con molta buona volontà, un’ideologia volta principalmente a proteggere, più che a vietare, ma confido che i prossimi punti possano chiarificare completamente la sua autentica natura.

L’attacco al free speech

Ben il 35 per cento (raddoppiato) degli studenti ritiene che il solo parlare di temi come razzismo e sessismo sia sbagliato, perché “li rende accettabili”: insomma, che la nostra società sia intrinsecamente razzista e sessista sta ormai diventando un dogma, una verità di fede che deve essere accettata senza la minima titubanza, senza analisi né dibattito.

Chi non accetta acriticamente il dogma va automaticamente a legittimare il male. E quindi? E quindi bisogna impedirglielo. A qualsiasi costo.

Se nel 2016 un terzo degli studenti si dichiarava deciso a impedire fisicamente l’accesso al dibattito nei campus a “chiunque fosse portatore di idee offensive”, la percentuale è oggi salita al 50 per cento, e questo si applica anche a specifici gruppi.

Per il 26 per cento degli studenti intervistati, non deve essere consentito in nessun caso e per nessun motivo a membri della English Defence League di avere accesso agli eventi tenuti nel campus, mentre un 24 per cento vuole bandire anche lo UKIP, e addirittura un 11 per cento non vuole consentire la partecipazione a chi sia legato al Partito Conservatore e un 8 per cento all’Ulster Unionist Party.

Si tratta di un fenomeno apertamente e decisamente schierato a sinistra, del quale la destra fa fatica a comprendere le dinamiche e a rispondere sullo stesso piano: i numeri di chi vuole tenere fuori dal dibattito il Communist Party of Great Britain (12 per cento) e il Labour Party (5 per cento), sono meno della metà di quelli della “controparte”.

Ma ci si spinge sempre più avanti, e le richieste si fanno sempre più gravi, liberticide e dal sapore totalitario: se nel 2016 solo il 14 per cento degli intervistati voleva fisicamente impedire l’accesso alle strutture dei campus a chiunque, a prescindere da una sua eventuale affiliazione politica, potesse “esprimere idee offensive” per alcuni gruppi di studenti, adesso si è arrivati addirittura al 40 per cento.

Non solo le persone, ma anche le idee in quanto tali, poste su carta. Non solo si vuole impedire a ogni costo che le ipersensibili orecchie degli studenti woke vengano esposte alla minima fonte di turbamento, si devono tutelare anche i loro occhi: ben il 62 per cento di loro (il doppio di sei anni fa) vuole vietare la vendita di ogni giornale che abbia mai “espresso posizioni sessiste” o ospitato foto di donne in abiti considerati impudichi – fossero anche pubblicità di lingerie.

Segregazione

Da questo punto, si può capire come esista una singolare ma non certo inedita convergenza di idee e istanze tra le avanguardie del pensiero liberal, che oggi sono i woke, e i rappresentanti di alcune correnti islamiche – come il Wahhabismo -, i cui leader politici sono tra l’altro tra i più munifici sostenitori delle istituzioni universitarie britanniche.

Come risultato, addirittura il 78 per cento degli studenti ritiene che le istituzioni dovrebbero adoperarsi per far conoscere meglio le “culture non europee”, il 64 per cento vuole che esse consultino le rappresentanze delle minoranze religiose prima di prendere decisioni circa i programmi o le iniziative.

E addirittura il 36 per cento (più di uno su tre, più che raddoppiato) si augura che tutti gli spazi dei college, dalle mense alle biblioteche alle aule ai prati, vengano rigorosamente segregati su base sessuale, con le donne confinate nei “safe spaces” a loro riservati. Non male, per il Paese dove è nato il moderno movimento suffragista e in cui la Chiesa d’Inghilterra ordina donne vescovo.

Libri proibiti

Oltre la metà degli studenti (il 54 per cento) vorrebbe poi eliminare dalle biblioteche libri i cui contenuti possano in qualche modo urtare la sensibilità di qualcuno.

È quanto accaduto già in America, in cui un capolavoro della letteratura – e una straordinaria denuncia del razzismo e della discriminazione – come “Il buio oltre la siepe” è stato tolto dagli scaffali di molte biblioteche, perché Harper Lee ha commesso il peccato di inserire tra le sue pagine lo shibbolethnigger”.

I trigger warnings

Il punto è proprio questa sensibilità che non può essere urtata da nulla: la quasi totalità (86 per cento) pretende l’inserimento di “trigger warnings” ossia di indicazioni di pericolo potenziale all’inizio di ogni libro e di ogni lezione, così che chiunque dichiari di sentirsi messo a disagio da un contenuto qualunque possa rifiutarsi di leggere il libro o di assistere alla lezione – senza subirne alcuna conseguenza o dover integrare il lavoro perso con altre attività, ça va sans dire.

Licenziare chi non si adegua

E che fare, come avrebbe detto Lenin, con quegli irriducibili della libertà di parola e di insegnamento, che si ostinano a includere nei loro corsi “razzisti” come Voltaire e sessisti come Aristotele? La soluzione è facile e definitiva, almeno per oltre uno studente su tre: licenziarli.

Sì, licenziare tutti gli insegnanti che non si adeguino al mantra woke e abbiano l’ardire di insegnare in modo che si discosti abbastanza dalla massa informe del politicamente corretto, da far correre ai propri studenti il terribile rischio che un giorno, per un momento, la loro sensibilità possa venire urtata da una parola, da un concetto o da un evento storico – poco importa che sia appunto un evento reale.

Cultura del vittimismo di professione

Questi dati ci mostrano pertanto un fenomeno inequivocabilmente in espansione, e soprattutto in via di estremizzazione: non solo aumentano le percentuali di studenti a favore, ma, al loro interno crescono in modo ancora più sensibile quelle di coloro che si dicono “totalmente a favore”, piuttosto che “molto a favore” o semplicemente “a favore”.

Bisogna quindi fare molta attenzione, perché la sua diffusione avviene specialmente tra millennial e membri della generazione Z, si diffonde soprattutto attraverso i social e all’interno delle istituzioni educative, e per questo può diventare pervasivo e dominante prima che ci si renda davvero conto di cosa sta succedendo.

Il rischio concreto è di andare a creare un avere propria cultura del vittimismo di professione, in cui basti dichiararsi offesi da qualcosa o da qualcuno per ottenere una compensazione, un vantaggio, nonché per far comminare una punizione al proprio avversario.

La faccenda è decisamente seria, e le idee che abbiamo passato in rassegna in questo breve articolo si dimostrano assolutamente pericolose e potenzialmente oppressive: in questo, il woke altro non è che il braccio armato della cancel culture, e i suoi obiettivi sono quelli di amputare parti sempre più consistenti della nostra cultura e della nostra storia.

Stare in guardia

Che questo sia oltremodo ridicolo, come dimostrano alcune tragicomiche richieste provenienti dagli Stati Uniti, tra cui quella, portata avanti in alcuni college, di interrompere l’insegnamento della matematica, in quanto sarebbe una disciplina oppressiva inventata dai bianchi, per ora ha fatto sì che sorgesse una discreta opposizione, che si riflette anche a livello linguistico, come abbiamo visto, ma non possiamo assolutamente abbassare la guardia.

Andiamo quindi a concludere ritornando al concetto di partenza, al significato originario dell’espressione “stay woke”: dobbiamo effettivamente stare in guardia, per non permettere a chi vuole cancellare l’Occidente di riuscirci.