Nel luglio 1966, quando i Beatles pubblicano Taxman, il pezzo che apriva l’album Revolver, il mondo era in fermento. Il boom economico aveva creato ricchezza e aspettative, ma anche nuove forme di potere. Si era alla vigilia del Sessantotto e di cambiamenti epocali, con gli studenti che si preparano a scendere in piazza contro scuola, guerra e autorità. George Harrison – non Lennon, non McCartney – prende invece la chitarra per colpire il vero potere moderno: il fisco.
Esproprio legalizzato del Labour
Scritto come reazione personale all’esproprio legalizzato che subiva, il brano non è una canzone contro la guerra, il razzismo o il conformismo: è un atto d’accusa contro uno Stato che, sotto la guida del laburista Harold Wilson, applicava aliquote marginali fino al 98 per cento. Il suo compositore, ormai milionario grazie al successo dei Fab Four, scopre di lavorare quasi interamente per l’erario. Tuttavia, al posto di adeguarsi, reagisce: “There’s one for you, nineteen for me” (“Una per te, diciannove per me”). Una sterlina per sé, diciannove per lo Stato. Un modo diretto e beffardo per dire: “Sto lavorando, ma i soldi li prendete voi”.
Non è solo sarcasmo. È una fotografia nitida del rapporto rovesciato tra cittadino e potere. Non più lo Stato al servizio dell’individuo, bensì quest’ultimo al servizio dello Stato. Un concetto che la modernità traveste di giustizia, la quale in realtà cela la più raffinata forma di spoliazione: quella fiscale.
L’invettiva musicale non attacca una misura contingente, smaschera piuttosto la logica della tassazione progressiva. Ogni possesso, ogni azione, ogni consumo diventa occasione di prelievo. Come canta lo stesso Harrison, con molta ironia: “If you drive a car, I’ll tax the street; If you try to sit, I’ll tax your seat” (“Se guidi un’auto, ti tasso la strada; se provi a sederti, ti tasso il sedile”). È il dominio assoluto del prelievo sull’esistenza.
Una canzone fuori dal coro
Sessant’anni dopo, quella denuncia sonora è ancora l’unico brano inciso da una pop band che prenda apertamente posizione contro il fisco. In un’epoca dominata dal culto della “giustizia sociale”, in cui l’arte spesso si accoda alla retorica redistributiva, la canzone è rimasta una scheggia impura, un grido fuori dal coro. Non sorprende che l’abbia scritta proprio il personaggio più spirituale dei Beatles, non il più ideologico. Perché solo chi ha visto la libertà può accorgersi quando gli viene sottratta.
Casa vittima perfetta
L’Italia di oggi è il luogo ideale dove quella protesta musicale può essere riascoltata. Qui, il fisco non ha mai smesso di espandersi: prende, controlla, sospetta. La pressione fiscale effettiva è tra le più alte d’Europa, e ancor più pervasiva è la logica che la sorregge: si tassa per punire, per correggere, per “educare”.
La proprietà immobiliare ne è la vittima perfetta. L’Imu colpisce anche immobili non redditizi, il catasto attende un aggiornamento temuto come preludio a nuove stangate, e si parla di “case vuote” come se fossero colpe morali. Chi possiede viene considerato fortunato, e dunque tassabile. La casa – frutto di risparmio, previdenza e sacrificio – è trattata come rendita parassitaria.
La promessa riforma fiscale
Nel frattempo, la riforma fiscale promessa si trascina tra bozze e rinvii. Doveva semplificare e alleggerire, ma ha finito per consolidare. Ogni proposta si arena tra esigenze di gettito e tentazioni di nuove imposte. E intanto si introducono “tasse verdi”, prelievi “comportamentali”, imposte “di scopo”, tributi “di scopo sociale”. Il principio è sempre lo stesso: lo Stato sa, il cittadino deve obbedire.
Tuttavia, la verità è che nessuna società prospera colpendo chi produce, punendo chi investe, sospettando di chi eredita. Tassare in modo eccessivo non solo deprime l’economia, distrugge la fiducia. È ormai evidente che, oltre un certo livello, il prelievo riduce il gettito e aumenta l’elusione, la fuga di capitali, l’apatia fiscale. Si crea una spirale in cui l’erario incassa sempre meno e pretende sempre di più. Il funzionario simbolico evocato dal brano non ti colpisce con la spada, ma con la norma, con il bollo, con l’autocertificazione.
L’intuizione di Harrison
Harrison aveva intuito tutto questo. Lo aveva tradotto in una melodia pungente, anche profonda. La sua creazione artistica non è una protesta generica: è un bilancio. Lucida, musicale, irriverente. È la presa d’atto che, quando il fisco si fa morale, lo Stato si fa padrone. E il cittadino, da libero, diventa utile.
Pascal Salin lo ha espresso con chiarezza che la fiscalità moderna è la forma più sofisticata di spoliazione legale.
Ma il chitarrista dei Beatles, senza citare teorie, lo ha gridato al mondo. È questa la forza dell’incisione: non spiega, mostra. Non giustifica, denuncia. E lo fa con un ritmo incalzante, con nomi e cognomi (“Mr. Wilson, Mr. Heath”), con il coraggio raro di sfidare il consenso.
Ancora oggi, quell’inno fiscale alternativo meriterebbe di essere riscoperto come patrimonio culturale e civile. In un tempo in cui si parla di “fisco amico”, di “tasse giuste”, di “solidarietà fiscale”, la chitarra elettrica del più meditativo del quartetto britannico ci ricorda che la libertà si difende anche dalle imposte. Soprattutto da quelle che si presentano come doveri morali.
Creare, risparmiare, investire non è un problema da risolvere, è invece un diritto da rispettare. E finché il potere continuerà a pretendere ciò che non ha prodotto, servirà qualcuno che, come l’artista inglese, impugni una chitarra per dire: “I’m the taxman… yeah, I’m the taxman” (“Sono l’esattore… sì, sono l’esattore”). “Let me tell you how it will be / There’s one for you, nineteen for me” (“Lascia che ti dica come andrà: una a te, diciannove a me”).
A distanza di decenni, il messaggio è ancora lì. Identico. Ma inascoltato.
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