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Dazi: un po’ di storia e le implicazioni della scelta di Trump

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L’etimologia della parola dazio è da rinvenire nella tradizione linguistica latina, in cui al datium seguiva l’azione del dare, del consegnare. Tale accezione è ancor oggi estremamente attuale laddove in campo economico il dazio individua quell’imposta ai flussi di beni importati dall’estero che ha origine in esigenze e scelte di politica economica di ogni singolo Stato.

L’imposizione di tariffe e dazi è stata scandita dall’evoluzione storica della società e degli elementi ad essa intimamente connessi. Dal Medioevo, in cui il dazio costituiva una delle principali fonti di introito fiscale e gravava sulle merci che transitavano da un comune all’altro, al periodo feudale in cui il frazionamento politico e la diffusione dei rapporti commerciali determinarono una tendenza inversa, che decretò l’istituzione di periodi di sospensione, al fine di agevolare lo scambio delle merci. La progressiva liberalizzazione venne sancita solo con l’avvento della politica mercantilista, seguita poi dalla formazione delle signorie e degli stati. Al definitivo sgretolamento del sistema di dazi interni seguì la nascita di un sistema doganale di confine, ancora oggi vigente, i cui limiti territoriali si sono progressivamente ampliati sino ad individuare i principali blocchi di Paesi quali: UE; USA; Asia; Russia.

L’evoluzione dei tempi ha dettato un diverso impiego dello strumento del dazio e, aspetto ancor più significativo, a ciò è sempre seguito l’affermarsi di una diversa sensibilità sociale. Una misura economica interna capace di oscillare ed avvicendarsi tra welfare, protezionismo, equilibri di mercato e sostegno allo
sviluppo economico.

Il dazio come misura di equità. Emblematico il caso dell’importazione di riso lavorato da Paesi come Cambogia, Myanmar, Vietnam, i cosiddetti PMA Paesi Meno Avanzati, che operano in regime di EBA, potendo così esportar tutto, tranne armi, a dazio zero. La volontà di incidere all’interno di un così profondo squilibro economico consentirebbe di agire a tutela non solo dei produttori risicoli europei, ma dei consumatori, sviluppando un sistema di garanzie virtuoso che possa abbracciare i temi della sicurezza e qualità ambientale (laddove si registra un uso eccessivo di fertilizzanti e acqua), della lotta allo sfruttamento del lavoro minorile e di un consumo consapevole. Il dazio dunque come garanzia per condizioni di vendita più eque.

Il dazio come misura di aiuto. Significativo e molto dibattuto il caso della Comunità Europea che nel 1993, al fine di aiutare lo sviluppo dei Paesi ACP e per sostenere le piccole aziende che vi operavano all’interno, consentì a questi di immettere la produzione di banane sul mercato europeo senza pagare alcuna tassa di importazione.

Il dazio come strumento di campagna elettorale. Il caso ad oggi più controverso e discusso, che ha fatto registrare un repentino cambio di prospettiva all’America simbolo della libertà commerciale, dopo la grande depressione del ’29. Una scelta programmatica quella di Trump, promossa durante la campagna elettorale e non lasciata alla diffusione media, ma tramite comunicati via Twitter, che il Presidente mostra ora di voler attuare su acciaio e alluminio e che minaccia di voler ampliare anche ad altri prodotti, nell’intento di tutelare le produzioni nazionali dalla concorrenza estera. Una decisione, in cui probabilmente gli elettori americani, ravviseranno coerenza dell’operato governativo, ma a cui certo seguirà un inasprimento, non solo tariffario, delle relazioni internazionali a scapito della crescita globale. Sullo sfondo l’azione della WTO, che sembra esser di volta in volta violata secondo i particolari interessi in campo. Una scelta quella di Trump, che apre ad uno scenario tuttora inesplorato in cui il concitato avvicendarsi di imposizioni, reazioni e dichiarazioni sembra ancora lontano dal fornire un panorama chiaro dell’attuale contesto operativo. Non vi è alcun dubbio circa le innumerevoli chiavi di lettura tramite cui leggiamo e leggeremo di volta in volta, il ricorso allo strumento dei dazi, nella prospettiva di nuove politiche economiche e nella consapevolezza che troppo spesso a pagare le conseguenze di un’inevitabile e progressiva rarefazione dei beni, saranno i consumatori finali.