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Il dilemma di John Stuart Mill (oggi ancor più attuale) e una possibile soluzione: lo Stato minimo

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Con l’approssimarsi delle elezioni politiche del 4 marzo l’attualità delle riflessioni che John Stuart Mill rassegnò nelle “Considerazioni sul governo rappresentativo” appare in tutta la sua evidenza. Già nel 1861 il filosofo inglese, infatti, aveva colto a pieno il dilemma intorno al quale si sarebbe cominciata a dibattere la democrazia a partire dall’ingresso nel circuito della rappresentanza delle masse di lavoratori che la rivoluzione industriale aveva reso dall’oggi al domani individui socialmente rilevanti e sopratutto capaci di rivendicare un radicale riformismo economico ed istituzionale.

Stuart Mill comprese subito che non sarebbe stato possibile escludere una così grande parte della cittadinanza dai processi decisionali e del resto ripugnava alla sua coscienza di autentico liberale anche la sola idea che un’élite d’illuminati potesse etero dirigere paternalisticamente il resto della popolazione.

Avvertiva realisticamente, però, come in assenza di un bagaglio minino di elementi culturali in grado di orientare nello spazio dell’agone pubblico il cittadino elettore, la titolarità dei diritti politici rischiasse di diventare un inaccettabile esercizio d’irresponsabilità collettiva.

Da qui la sua famosa affermazione di ritenere “inammissibile che possa prendere parte al voto una persona che non sa leggere né scrivere ed è sprovvista delle nozioni basilari dell’aritmetica”, perché “non è utile, ma nocivo il proclamarsi della nazione l’ignoranza e la scienza ugualmente fondate in diritto a governare il paese”.

L’alternativa fra una ristretta comunità politica dotata di un livello minimo di istruzione ed uno stuolo di milioni di elettori sprovvisti delle cognizioni indispensabili per esercitare un voto realmente libero e responsabile, veniva composta da Stuart Mill da un lato, attribuendo allo Stato l’obbligo di elevare le masse dei nuovi elettori per mezzo di un sistema d’istruzione pubblica gratuita ed estesa a tutti gli individui e, dall’altro, assegnando ai più istruiti un voto diseguale perché plurimo e ponderato.

Un’idea, quella di “elevare” i cittadini elettori per mezzo del sistema scolastico universale, che era stata coltivata anche da Giuseppe Mazzini, al cui idealismo democratico non faceva difetto la consapevolezza che prima di deliberare occorre innanzitutto conoscere.

Mill completava la sua idea sull’estensione del suffragio elettorale escludendo dal diritto di voto coloro che non pagano le imposte dirette, ritenendo “indispensabile che solo chi paga le tasse possa eleggere l’assemblea che decide le tassazioni generali o locali”, perché “il contribuente, ove non sia persona colta e assennata, non identifica il suo interesse colla modicità delle pubbliche spese in un modo così intenso, come quando il denaro per farvi forte gli vien chiesto direttamente”.

Oggi l’interrogativo sul quale si era esercitato uno dei più autentici interpreti del liberalismo classico (Mill aveva già ritenuto necessario il riconoscimento del diritto di voto a tutte le donne) è stato risolto, come è noto, a favore del riconoscimento universale ed uguale del diritto di elettorato attivo e passivo, indipendentemente dal livello di consapevolezza in capo a ciascun elettore dei problemi che le nostre democrazie, sempre più complesse, pongono sul tappeto.

Sarebbe ipocrita, tuttavia, tacere del fatto che la soluzione adottata forse ha sacrificato oltremodo l’altra faccia della medaglia, poiché non ha eliminato il problema dell’esercizio consapevole e responsabile dei diritti politici che non è assicurato di certo dalla riduzione dell’analfabetismo ai minimi termini.

Come ha insegnato Benjamin de Constant pretendere che ogni singolo cittadino in età adulta abbandoni la cura dei propri affari per dedicarsi all’apprendimento di quelli pubblici significherebbe rinunciare alla libertà dei moderni e retrocedere ad una organizzazione politica ed economica primitiva.

Oltre che nell’insopprimibile necessità della democrazia rappresentativa, che assegna (o almeno così dovrebbe) ad un corpo specializzato il compito di esercitare le specialissime competenze degli affari pubblici, il dilemma di John Stuart Mill (ci sia consentito di definirlo così in questa sede) potrebbe trovare adeguata e definitiva soluzione nella democrazia minimale propugnata dal filosofo del diritto Bruno Leoni. Uno Stato minimo all’interno del quale le decisioni collettive siano ridotte all’indispensabile, di modo che ciascuno sia quanto più artefice della propria sorte e tanto meno responsabile delle decisioni che incidono sulla vita altrui.