CulturaQuotidiano

Disuguaglianza non è sinonimo di povertà

2.8k 0

In molti sostengono che il raggiungimento dell’uguaglianza sia il fine ultimo della politica. Le disuguaglianze sarebbero troppe, solo l’1 per cento della popolazione detiene il 99 per cento della ricchezza mondiale, e sarebbe quindi necessario redistribuire i redditi per aiutare i ceti sociali meno abbienti.

Di primo impatto, si potrebbe supporre che una maggioranza degli italiani condivida queste affermazioni, ma la risposta non è così scontata come sembra.

Nel dibattito sulla povertà e sulle diseguaglianze, di solito non ci si pone una domanda fondamentale: parliamo di uguaglianza delle opportunità o di uguaglianza degli esiti?

Il filosofo Harry Frankfurt, nell’opera “Sulla disuguaglianza”, scrive: “Pochi sarebbero pronti a sostenere che la disuguaglianza è un male peggiore della povertà. I poveri soffrono perché non hanno abbastanza, non perché altri ne hanno di più, né perché qualcuno ha decisamente troppo”. E continua: “La sfida fondamentale non è costituita dal fatto che i redditi degli americani siano ampiamente diseguali, ma dal fatto che troppe persone sono povere”.

Frankfurt ci spiega in modo cristallino una verità inconfutabile: non è colpa dei ricchi o degli ultra-ricchi se ci sono i poveri. Anzi, espropriando i redditi ed i patrimoni dei primi, si arriverebbe sicuramente ad una uguaglianza tra cittadini, ma livellata verso il basso, con meno ricchezza e più povertà per tutti. Di conseguenza, minore produttività e progressivo peggioramento della qualità della vita. Insomma, arriveremmo al sogno (o incubo) marxista (e Dio ce ne scampi!).

E allora, quale può essere la soluzione? Frankfurt spiega: “Mostrare che la povertà è intimamente indesiderabile non contribuisce in nessun modo a mostrare che lo è anche la diseguaglianza economica”.

Tradotto: il problema non è il disequilibrio fra l’ultraricco ed il più povero; piuttosto capire se ad entrambi sono state concesse le medesime opportunità, le stesse libertà e gli stessi diritti.

Se sussistono queste condizioni – ed è tutto da verificare – poi ognuno si svilupperà secondo le sue capacità naturali, ma pur sempre partendo ad armi pari.

Esiste una radicale differenza – come ci spiegava anche Friedrich von Hayek, tra i padri del liberismo – tra il trattare le persone allo stesso modo ed il cercare di renderle uguali.

L’uguaglianza deve essere tradotta come uguaglianza delle opportunità, quindi uguaglianza davanti alla legge e parità di trattamento da parte dello Stato, senza nessun ostacolo dogmatico, burocratico ed arbitrario che impedisca a ciascuno di sfruttare le proprie capacità per raggiungere gli obiettivi prefissati.