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Il linciaggio mediatico di Signorini rivela l’ipocrisia del progressismo

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Decretare sentenze di colpevolezza a chi semplicemente esterna una posizione che va fuori dagli schemi conformisti dell’oggi è il segnale più marcato di quanto si stiano calpestando le vere libertà, come quella d’espressione, per far emergere prepotentemente l’ideologia del giustizialismo politicamente corretto. Mi si perdoni l’ingenuità: Alfonso Signorini, in quanto omosessuale, non meriterebbe di essere tutelato dall’odio scaturito contro di lui in questi giorni, semplicemente in virtù del suo status di omosessuale? Ebbene, abbiamo scoperto che non ne è degno perché si è detto contrario all’aborto. Ciò detto, l’ipocrisia di fondo nei suoi confronti non è certamente una novità per chi conosce i meschini schemi del progressismo.

Come agisce la sinistra di oggi? Divide in categorie per rimarcare in ogni modo che questo o quel gruppo necessita protezione e difesa da un sistema pericoloso che li vuole discriminare, il tutto da conseguire con i due mezzi più illiberali che vi siano.

Il primo è l’intervento politico manifesto, il legiferare ad hoc per tutelare i gruppi che si troverebbero sull’orlo dell’estinzione sociale. Il secondo è la ridefinizione del linguaggio e della cultura, di ciò che si può dire o meno, in base alla suscettibilità di ogni categoria, tramite una metodologia che ricorda oscure derive passate.

Se si esce dalla categorizzazione, se si diventa individui con le proprie convinzioni, allora lo status di “protetto” si annulla automaticamente. Signorini ha sempre dimostrato, come altri tra cui il senatore del Pd Tommaso Cerno, una certa capacità di distinguersi dall’omologazione che la sinistra vuole imporre ai suoi sostenitori, in questo caso alla comunità Lgbt. Questo ennesimo attacco mediatico è la prova lampante di come in realtà ai progressisti non importi la diversità e il rispetto della persona, bensì che le masse la pensino esattamente come loro, senza uscire dal perimetro imposto dall’agenda intellettuale. Signorini avrà sbagliato il modo, utilizzando un “noi” indefinito che potrebbe far credere che la sua contrarietà all’aborto si potesse estendere anche al resto dei presenti in studio. Avrà certamente toccato un tema caro a molte donne e su cui sono state fatte giuste battaglie di civiltà. Ma veramente siamo giunti al punto tale da linciare chi esprime un pensiero che semplicemente non condividiamo?

Per chiarire, chi scrive non la pensa come Signorini ed è dunque favorevole all’aborto, ma allo stesso tempo ritiene che il direttore abbia tutto il diritto di dire che è contrario. Possiede lo stesso diritto di molte star e opinion leaders i quali, appena ne hanno l’occasione, esternano la loro adesione al dirittocivilismo caro agli stessi che oggi si scagliano contro il giornalista. È bene ricordare che un copione prestabilito dalla correttezza politica non può decidere chi può parlare e di cosa si debba parlare. A maggior ragione se le ondate di sdegno vengono applicate a corrente alternata. Non mi sembra di aver visto indignazione e sgomento per Lady Gaga che, senza grandi sorprese, ha espresso da Fabio Fazio il proprio appoggio al ddl Zan. Legittima posizione la sua, tanto quanto quella di Signorini.

Inoltre, proprio perché la libertà vale per tutti, è altrettanto lecito che venga contraddetto da chi non condivide i modi o la sostanza delle sue parole. Altra cosa è però chiedere che venga sostituito nel suo ruolo di conduttore, che debba scusarsi pubblicamente davanti all’Inquisizione dei “buoni”, o pretendere che venga emarginato da molti, anche nel suo stesso ambiente. Tutto ciò è veramente squallido e denota l’isteria totalitaria nella quale siamo piombati a piccoli passi.

È in corso un imbarbarimento della società tale per cui si attacca costantemente il dissenso, che è il pilastro su cui si dovrebbe reggere una democrazia. Difendiamo poderosamente la diversità di pensiero poiché, presto o tardi, le follie statunitensi arriveranno anche qui, e a quel punto accettare il dissenso significherà rischiare molto più di una semplice tempesta mediatica.