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La carta antifascista torna sempre utile sotto elezioni, ma ecco perché la sinistra non può dare patenti

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A Quarta Repubblica, uno di quelli che fingono di non capire, Cappellini di Repubblica, insiste: “A chi fa comodo l’attacco di Forza Nuova alla Cgil? Alla sinistra certo no”. Invece fa comodo solo alla sinistra che così può chiedere, surrettiziamente, lo scioglimento di Fratelli d’Italia, considerata parte presentabile di Forza Nuova, il che basta a negarle legittimità democratica col ragionamento peloso: non fanno abbastanza per dissociarsi. Fa comodo al governo, che la sinistra per bocca del segretario piddino Letta considera “roba nostra”, e punta a limitare il diritto allo scontento, incrementare lo stato di polizia, potenziare il lasciapassare, minacciare ulteriori inasprimenti sulle libertà personali. Non ci vuole molto a constatarlo, ma dove c’è malafede non soccorre evidenza.

La pregiudiziale antifascista, l’ossessione antifascista, la trovata faziosa e stupida dell’ur-fascismo teorizzato da Umberto Eco torna sempre utile, meglio se in mezzo a qualche elezione, e le argomentazioni sono peggio che pelose, sono ipocrite: la destra ha indiscusse radici fasciste, scorre per il fiume carsico del fascismo dal Movimento Sociale fino a Giorgia Meloni, il Pci invece fu quello che combattè i terroristi rossi e sposò la svolta democratica con Togliatti e poi con Berlinguer. Addirittura! Siamo al libro dei sogni che possono raccontare tipi come questo Labate, ragazzi che ai tempi del terrorismo non erano nati o si succhiavano il pollice e non sanno che, anche tralasciando i legami con lo stalinismo sovietico e l’appoggio alle varie repressioni in est Europa, il Pci ha coperto fin che ha potuto le nascenti Brigate Rosse, ne conosceva i capetti, gente che proveniva dal partito e dal mito della resistenza armata. Le armi arrivavano dei depositi resistenziali, il debito morale era rivendicato dai brigatisti. Col capo partigiano Lazagna che al giovane, esaltato Franceschini diceva: mah, per me siete matti, voi fatela pure la rivoluzione, io me ne vado a pescare.

La verità è che il Pci si è illuso di controllare le effervescenze terroristiche fin che potevano far comodo e ha reagito solo quando ha capito che non era più in grado, che la deterrenza del partito e della Cgil coi suoi servizi d’ordine era impotente, sovrastata dal mucchio selvaggio degli casinisti di Autonomia, che le Brigate Rosse non riconoscevano più nessuna autorità e consideravano la casa madre inconsistente. Insomma la prateria era incendiata e non si poteva più aspettare. Allora è scattata, tardiva ma decisa, la reazione, la collaborazione attiva del servizio spionistico del partito, la intransigenza con Moro prigioniero, la collaborazione con gli apparati dello Stato, Dalla Chiesa in primis. A quel punto il Pci tentava di preservare anzitutto se stesso e il consociativismo democratico. Ma l’album di famiglia restava, e resta tuttora la mitologia consolatoria dei compagni che sbagliavano ma fino a un certo punto.

L’assessore Majorino insiste sulle ambiguità della destra meloniana per le suggestioni fasciste, ma si sentirebbe di ammettere che i centri sociali anarcocomunisti, suo bacino elettorale, sono escrescenze da rimuovere? Quanto al Pd, è un coacervo di sensibilità contrastanti, ma il suo segretario, proveniente dal cattocomunismo utilitaristico, sfodera il pugno chiuso. È difficile amputare una tradizione per quanto imbarazzante. Anche a destra? Sicuro, anche a destra. Il Msi aveva gli stessi problemi con le schegge movimentiste e scatenate che sfuggivano da tutte le parti e Almirante teneva il suo bel daffare per ricondurle a ragione, senza grandi risultati. Qui c’è buona parte della spiegazione alla durata anomala del terrorismo italiano, con vari settori dello Stato che ne approfittavano nell’ottica di una svolta più o meno autoritaria. Come diceva quel generale dei Servizi all’indomani dell’avvicendamento al vertice delle BR tra Curcio e Moretti, intorno al 1974-75: “Adesso non sentirete più parlare di terrorismo nero, ma solo di quegli altri”.

Lo Stato sapeva in anticipo e faceva le sue mosse, ciò che il giornalista spione Mino Pecorelli dimostrava puntualmente in anticipo con la sua agenzia informativa, OP. Il caso Italia ha questo di tipico, se si vuole di patologico: che tutte le sue componenti ideologiche hanno una matrice autoritaria: la destra socialfascista, la sinistra comunista e leninista, e perfino il cattolicesimo integralista. Da cui la impossibilità di una sensibilità realmente liberale e libertaria. E se davvero c’è, come c’è, come resiste, un problema di retaggio, questo coinvolge tutte le parti in causa. Destra e sinistra hanno faticato a liberarsi delle rispettive scorie e il processo non è ancora concluso. Ma proprio per questo è grottesco che la sinistra continui a rivendicare il diritto di assegnare o negare documenti di legittimità.