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L’ingannevole formula “salute pubblica” dietro cui sono stati dimenticati milioni di malati non Covid

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Quando si motivano le restrizioni e i lockdown con la tutela della “salute collettiva”, è sempre il caso di chiedersi: chi definisce il concetto di “salute pubblica”? Quali sono i criteri in base ai quali una malattia deve essere trattata con una corsia preferenziale, a discapito delle altre? L’idea di salute collettiva di questi due anni, per esempio, non è coincisa con la salute dei malati oncologici, a cui sono stati rinviati interventi e cicli di chemioterapie.

Come riportato dalla trasmissione televisiva Quarta Repubblica, condotta da Nicola Porro, in questo biennio i morti per malattie oncologiche hanno superato quota 500 al giorno; la metà degli interventi chirurgici da marzo 2020 ad oggi sono stati cancellati; almeno 12 mila medici ed infermieri sono ad oggi in isolamento perché positivi asintomatici. Tanto per fare un paragone, il Covid è stato la causa di 190 decessi quotidiani – con un numero di contagiati e morti anche sovrastimato, come riportato ottimamente da Mario Menichella su Atlantico Quotidiano.

Basandoci su questi dati, è evidente che le forze sanitarie impiegate per contrastare il China Virus sono sproporzionate rispetto alla tutela della salute pubblica. Piuttosto, rappresentano la scelta – politica e sanitaria – di indirizzare l’attenzione solo su una specifica malattia, vuoi perché causa di una pandemia e vuoi perché facilmente contagiosa, ma che, nei fatti, si è dimostrata meno letale delle malattie oncologiche, con un numero di decessi giornalieri tre volte inferiori.

Non esiste una formula univoca di salute collettiva, come non esiste una nozione comune di utilità sociale. La “tutela della salute individuale o di una collettività esercitata dallo Stato o da altri organismi pubblici” – riprendendo la formula di “salute pubblica” della Treccani – rappresenta esclusivamente la subordinazione della salvaguardia del singolo alle decisioni del governo pro tempore, cioè di una pluralità di soggetti che stabiliscono quali diritti individuali devono essere subordinati ad altri.

Come riportato dall’agenzia Ansa, “è in corso una crisi mondiale della salute mentale, soprattutto fra giovanissimi: l’incidenza di depressione e ansia fra adolescenti è raddoppiata rispetto a prima della pandemia e un’ampia metanalisi appena pubblicata su JAMA Pediatrics, che ha incluso 29 studi condotti su oltre 80.000 giovani, ha dimostrato che oggi un adolescente su 4, in Italia e nel mondo, ha i sintomi clinici di depressione e uno su 5 segni di un disturbo d’ansia”.

I ragazzi italiani tra i 10 e i 19 anni sono più di 5 milioni e mezzo. Ciò vuol dire che, dall’inizio della pandemia, quasi un milione e mezzo di adolescenti è stato affetto da stato depressivo a causa di limitazioni e asocialità. Rischiamo di ritrovarci con una generazione mummificata e con potenziali effetti devastanti nei prossimi anni. Prosegue lo studio citato: “La probabilità di disturbi mentali è particolarmente alta fra i ragazzi più grandi rispetto ai bambini, avendo risentito delle restrizioni che non hanno consentito di vivere in serenità e assieme ai coetanei momenti fondamentali della crescita, dalle prime relazioni all’esame di maturità. Tutto questo è confermato anche da un secondo studio, su 1500 bambini e adolescenti, pubblicato sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry“.

E qui arriviamo al paradosso: quelle decisioni politiche presentate come necessarie per fronteggiare la pandemia – lockdown e Dad su tutte – sono le principali cause del vertiginoso aumento di altre malattie, soprattutto mentali, sottovalutate e misconosciute in nome della cosiddetta “emergenza sanitaria pubblica”, che invece mantiene la sua corsia preferenziale. In Italia, la pandemia e le misure anti-Covid hanno quintuplicato i casi di depressione nella popolazione generale. Le forme più gravi hanno visto un incremento di ben sette volte superiore rispetto al periodo pre-pandemico. Eppure, questa emergenza rimarrà sempre all’oscuro. Proprio perché estranea all’idea prevalente di “salute pubblica”.