Media

Come il personal computer ci ha cambiato la vita e, in parte, se ne è appropriato

Da docenti a discenti nel breve volgere di un ventennio. Chi poteva immaginare ai tempi del "Commodore 64" che si sarebbe aperta l'era delle macchine che danno istruzioni agli uomini?

computer (cnn)
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Chi scrive, per mere questioni anagrafiche, ha avuto l’opportunità di vivere l’epoca dei personal computer dal suo inizio, mettendo le mani sui primi modelli di calcolatori elettronici (prima, azzeccatissima, definizione, ancora in uso in Francia) disponibili sul mercato consumer. Poco più di elettrodomestici, poiché nei primi anni Ottanta si vendevano assieme a lavatrici, frigoriferi e televisori, il pc suscitò la nostra curiosità giovanile per la sua promessa di farci spiccare il balzo verso il futuro, rimanendo tuttavia nel nostro pieno controllo.

Eravamo del tutto ignari che quel futuro sarebbe stato in gran parte governato dai computer perché, con la rivoluzione informatica, quelle macchine avrebbero cambiato per sempre la nostra esistenza. In qualche modo, la linea di demarcazione tra oggi e domani, parallela a quella tra coscienza e ignoto, si fece via via più evanescente proprio con l’entrata dei calcolatori elettronici nelle nostre vite.

Mai prima di allora un’invenzione o una scoperta scientifica ci aveva coinvolto a tal punto da condizionare le nostre scelte e i nostri consumi nel breve volgere di un solo decennio, durante il quale ci siamo trovati invischiati in una immensa rete di collegamento senza quasi accorgerci di essere diventati, come singoli individui, semplici nodi di un network globale che probabilmente pre-esisteva concettualmente nei progetti dei primi costruttori di computer al mondo e in considerazione del quale li avevano pensati.

Che si chiamassero IBM, Olivetti, Commodore o Apple, le prime fabbriche di calcolatori pensati per il grande pubblico, era certamente presente, perlomeno in nuce, quel concetto di interconnessione tra macchine poste anche a grande distanza che poi letteralmente esplose con la rete Internet soltanto una decina d’anni dopo.

Come accadde per il treno, che necessariamente deve correre sulla rete ferroviaria, non bastava creare locomotive e vagoni, ma bisognava pure creare la rete dei binari. Mi è particolarmente caro questo accostamento tra treni e computer, anche per la suggestione filologica dei termini “binario” e “logica binaria” con cui possiamo indicare il presupposto indispensabile per il loro funzionamento. Nessun treno servirebbe a qualcosa se non vi fossero i binari e nessun calcolatore al mondo potrebbe essere istruito a compiere anche la più banale operazione cibernetica se non venisse programmato seguendo l’alternanza binaria di numeri zero e numeri uno, unico linguaggio che un calcolatore digitale capisca.

Da docenti a discenti

Con la veloce diffusione dei primi personal computer, un’intera generazione di giovani assetati di conoscenza scoprì, con quei poco più che giocattoli elettronici tra le loro mani, all’inizio collegati al televisore di casa, di poter avere risposte dalla macchina dopo averla istruita a fare qualcosa di complesso.

Eravamo strabiliati dai tempi di risposta del pc (parliamo, in allora, di secondi) e dalla sua capacità di memorizzare un numero sempre crescente di informazioni in pochissimo spazio virtuale. Semmai, ai tempi del Sinclair ZX80 o del Commodore 64, vi fosse stata una grande illusione, fu quella dell’immutabilità dei ruoli. Noi eravamo gli istruttori e la macchina si limitava ad eseguire in tempo brevissimo. Punto.

Allora nemmeno si poteva immaginare che vi sarebbe stata presto un’inversione dei compiti assegnati e che inesorabilmente si sarebbe aperta l’era delle macchine che danno istruzioni agli uomini; da docenti a discenti nel breve volgere di un ventennio.

La tirannia della velocità

Sono ragionevolmente certo di identificare il motivo cruciale, lo strumento che ha portato a tale scambio di ruoli: l’espansione della rete informatica a livello globale. Tornando ancora a parlare di treni, dobbiamo ammettere che tanto una vecchia locomotiva quanto un vecchio computer possono ancora essere utilissimi, a patto di rinunciare alla velocità, vero tiranno del terzo millennio, sempre che non si voglia affidare loro compiti troppo gravosi.

È lo scotto da pagare per il progresso: quanto più si inventino cose utili e tanto più esse diventeranno obsolete in fretta, perché sostituite da macchine più efficienti. Largo ai giovani.

La perdita di controllo

V’è, comunque, un aspetto secondario da non trascurare. Assodato che la ricerca ed il progresso tecnologico corrano sempre più veloci e che tutto diventi vecchio in breve termine, resta il fatto che talvolta si possa perdere il controllo completo della situazione, come accade oggi, per fare un esempio, con l’Intelligenza Artificiale. E non solo quello.

Può anche capitare che ci si lasci trasportare dall’eccesso di innovazione e che si finisca per creare oggetti sempre più complessi, a discapito di durabilità e praticità d’impiego. Verrebbe da domandarsi chi si stia prendendo la briga di aggiungere sempre nuovi comandi (che sarebbe meglio definire richieste perché non comandiamo più noi) ai nostri oggetti quotidiani altamente computerizzati.

Tutto ciò in totale mancanza di una fase di progettazione nella quale si richiedano agli utenti le migliorie che vorrebbero per quell’oggetto. Decidono “loro” per noi ciò che è più utile, più gradevole alla vista, più pratico e persino più politically correct. Nel prossimo computer che acquisteremo potremmo anche trovare la correzione automatica della desinenza maschile o femminile con l’orrido “schwa”, che forse è già presente sulla tastiera che sto utilizzando per scrivere questo articolo e che mi guardo bene dal ricercare. Piuttosto, manderei in redazione un manoscritto.

Vecchio e affidabile

Ho già parlato più volte, su questo quotidiano, della sciagurata “obsolescenza programmata” con la quale i produttori di tutto quanto sia moderno hanno sostituito la vecchia e cara affidabilità/durabilità di un manufatto ma questo, ormai, ce lo siamo buttato dietro le spalle e sappiamo come fare.

Se vogliamo acquistare un’automobile, una macchina fotografica, un telefonino che possa ancora durare degli anni senza troppe visite all’assistenza, li dovremo comprare usati e ben datati, anzi il ritorno a tecnologie meno esasperate e “tirate per il collo” potrebbe essere un’idea vincente e commercialmente azzeccata in molti settori.

Sempre che ci si fermi un attimo, osservando gli altri concorrenti che si sfiancano per arrivare primi e che si decida di mettere da parte inutili innovazioni da nerd nullafacenti e rimettere mano al manuale dell’affidabilità e semplicità d’uso, quello basato sull’esperienza dei consumatori (ormai più simili a consumati) vittime paganti, quando non pecoroni da ammansire e addestrare per condurli dove vuole portarli il pecoraio.

Chi comanda davvero

Sì, cari lettori, accade proprio questo: se i primi computer ci hanno permesso di apprendere concetti utili anche al di fuori dell’informatica, come la logica booleana “if, then, else” del linguaggio Basic che dovevamo imparare per forza negli anni Ottanta se volevamo che un pc facesse qualcosa di più che accendersi e presentare una schermata di benvenuto, oggi capita il contrario.

Qualunque dispositivo computerizzato (e ormai quasi tutti lo sono), ci dirà cosa dobbiamo fare, quali immagini vedere prima ancora di lanciare un programma, quale musica ascoltare e tutta una bella serie di comportamenti che ci vengono graziosamente imposti quali allievi osservanti e personale di basso rango da istruire al corretto utilizzo di un nobile ed illuminato processore centrale che non ha più bisogno dei nostri comandi. È lui a darcene, che ci piaccia o no.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google