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Giornaloni a grandi passi verso l’irrilevanza: dati (e confronti) impietosi

In Italia un fenomeno che non ha uguali (per ordine di grandezza) in altri Paesi europei. Testate native digitali ancora troppo snobbate

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L’abitudine di recarsi in edicola al mattino per acquistare il quotidiano preferito è per molti ormai un lontano ricordo. Non significa nulla, dal 1995 viviamo nel mondo dell’online e ormai è consuetudine “consumare” i propri quotidiani online, direbbero molti.

Sbagliato. Perché l’analisi dei dati della diffusione delle storiche testate italiane mostra chiaramente come queste siano divenute irrilevanti, un fenomeno che non ha eguali (nello stesso ordine di grandezza) in altri Paesi europei.

Le testate native digitali suppliscono in modo egregio, ma sono ancora snobbate dalle varie rassegne stampa (e dagli inserzionisti pubblicitari importanti). Proviamo in questo articolo a dare uno sguardo agli impressionanti dati relativi agli ultimi anni.

Le fonti

Citiamo subito le fonti che abbiamo utilizzato, giusto per chiarire che quanto scriviamo non è frutto né di sentito dire né di opinioni personali, piuttosto di dataset pubblici che richiedono solo qualche ora di studio.

Per l’Italia i dati ufficiali sono pubblicati da ADS, società con sede a Milano che si occupa di certificare i dati di tiratura e diffusione forniti dagli editori di quotidiani e periodici e che dal 2013 certifica anche la vendita delle edizioni digitalizzate dei giornali italiani.

Per gli altri Paesi abbiamo cercato dati dagli enti equivalenti: per la Francia ACPM, Alliance pour les chiffres de la presse et des médias, e per il Regno Unito l’Audit Bureau of Circulation.

I dati grezzi

Qui sotto alcuni dati grezzi. Abbiamo preso in considerazione per l’Italia la Repubblica, il Corriere della Sera, La Verità e Il Sole 24 Ore. Per la Francia Le Figaro e Le Monde, che potremmo far corrispondere ai nostri Corriere e Repubblica. Per il Regno Unito, il Financial Times e il Daily Mail.

Il dato riportato si chiama “totale diffusione pagata”, che include copie cartacee e abbonamenti digitali e dovrebbe escludere le copie mandate al macero. I dati sono riferiti al mese di ottobre di ciascun anno.

Verso l’irrilevanza

Se diventate matti a leggere tutti i dati in tabella concentratevi sull’ultima riga, la crescita composta del periodo (Compound Growth Rate). Questa indica la velocità alla quale un fenomeno cresce in un periodo di anni, basato sulla crescita rispetto a ciascun anno precedente. Confrontate ad esempio La Repubblica con La Verità. O con Le Monde. Un’immagine vale mille file xls.

Per semplicità proviamo ora a fare qualche confronto grafico unito a qualche estrapolazione, cominciando da la Repubblica e dal Corriere della Sera.

Come possiamo vedere la Repubblica è passata da una diffusione pari a 447.000 copie nel 2010 alle attuali 131.000. Possiamo cercare di prevedere il futuro estrapolando dati tramite una regressione polinomiale di grado due: arriviamo alla conclusione che il quotidiano fondato dal Scalfari tenderà asintoticamente verso la totale irrilevanza, arrivando a toccare le zero copie vendute nel 2030.

Il Corriere è messo apparentemente meglio, ma personalmente continuiamo a ricevere email di questo tenore…

Ora, anche solo per non dover continuamente chiudere popup per consultare il quotidiano di Via Solferino, immaginiamo siamo molti ad aver investito 3 centesimi di euro al giorno: il valore che il quotidiano assegna alla propria pubblicazione.

La Verità

Abbiamo spesso letto che La Verità è l’unico vero successo editoriale degli ultimi anni. Ecco gli stessi dati (limitatamente ai pochi anni di vita di questa giovane testata).

I dati parlano da soli e la solita regressione (che per pietà abbiamo arrestato ai due anni) indica un punto di incrocio con La Repubblica, cui apparentemente già guarda Giuditta.

I giornali francesi

Vi restano ancora solo due grafici da sopportare. Il primo, l’impietoso paragone tra l’Italia (Corriere della Sera) e la Francia (Le Monde), dove si capisce come il declino delle testate storiche non sia inevitabile: come dicevamo, Le Monde ha avuto una crescita composta superiore al 10 per cento.

Press Freedom Index

Perché i quotidiani francesi riescono a crescere mentre i nostri stanno crollando o sono sostanzialmente piatti, come nel caso del Corriere? Ecco un possibile indizio, per il quale vi propiniamo l’ultimo grafico:

Si tratta dell’indice della libertà di stampa di Reporters Without Borders elaborato sulla base di un questionario che per ciascuna nazione prende in considerazione 33 indicatori quali il numero di opinioni differenti che compaiono sui media, l’autocensura dei giornalisti, l’indipendenza dei mezzi di comunicazione, il quadro legislativo e molti altri ancora.

Confrontate il dato dell’Italia (blu) con quello della Francia (rosso scuro).

Correlation is not causation

Certo, la correlazione non implica un rapporto causa-effetto… ma a volte sì. E qui ci giureremmo che il rapporto esiste.

Nativi digitali

Ci sarebbe piaciuto corredare l’articolo da analoghi dati relativi alle testate native digitali, come Euronews, Fanpage eccetera. Purtroppo non abbiamo trovato fonti terze che possano certificare (e soprattutto standardizzare) i dati relativi.

Ma possiamo usare una specie di trick per farci un’idea: il numero di “impression” (non like: proprio impression) del lancio degli articoli relativi su Twitter.

Ad esempio, i tweet inviati tra le 12 e le 13 del 5 gennaio 2023 da parte di la Repubblica hanno avuto mediamente 3.705 lettori. Che possiamo paragonare a Fanpage, con 1.819 lettori. In quanto ai francesi, nello stesso arco temporale i tweet di Le Monde hanno raggiungo mediamente 13.058 persone.

E Atlantico? I “nostri” tweet sono meno frequenti, ma facendo la media sulla base dello stesso numero di tweet osserviamo come ogni lancio abbia avuto 2.320 lettori. Battendo Fanpage e posizionandoci per superare, anche noi, la Repubblica.

Primo passo: non copiare

L’esempio francese mostra che “it does not have to be like that”, che non è affatto detto che l’editoria classica debba morire. Ma occorrono probabilmente contenuti di peso, articoli densi e ben circostanziati, uniti ad un uso estensivo delle capacità ipertestuali dell’online.

Gli editori italiani hanno probabilmente un gran lavoro da fare, il primo dei quali suggeriremmo consiste nel disabilitare i tasti “control”, “C” e “V” dalle tastiere dei propri giornalisti dipendenti (e magari non copiare i video trovati su YouTube aggiungendo il logo Gedi).

Infine, ci sembra giunto il momento che i conduttori delle varie rassegne stampa in onda al mattino in radio e in rete smettano di dare tanto spazio e importanza ai ”giornaloni” e alle loro “firme storiche”, cominciando a dare pari dignità all’online.

Anche perché, come scriverebbe Elon Musk, il popolo ha parlato: quei quotidiani non li vuole più nessuno.