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Nomine all’insegna del continuismo: l’asse di Aquisgrana si arrocca e l’Ue è ancora in mezzo al guado

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Finito il mercato della vacche di Bruxelles, non ci risparmieranno, temo, la retorica della parità di genere, pretendendo di convincerci che la scelta di due donne per la guida delle due istituzioni chiave del sistema Ue – Commissione e Bce – sia la prova della loro lungimiranza e il segnale del rilancio del progetto, e non un ripiego per uscire da un imbarazzante stallo. Tutti a chiedersi chi è uscito vincitore e chi sconfitto dalle nomine del Consiglio Ue. La risposta è: dipende dalla prospettiva dalla quale si valutano.

Se lo sguardo è di medio lungo periodo, ha vinto il continuismo e non è una buona notizia per l’Unione, che si avvia verso un futuro di sempre maggiore instabilità. Le elezioni europee non potevano scalzare e non hanno scalzato i governi – su tutti tedesco e francese – dal loro ruolo di leadership nei processi decisionali. Non perché i sovranisti non hanno conquistato la maggioranza il 26 maggio scorso, ma perché non sono al governo in un sufficiente numero di stati membri – e non a Parigi e Berlino. È dai governi, non dal Parlamento europeo, che si può cambiare l’Ue, in un senso o nell’altro. Dunque, non deve sorprendere che siano stati Francia e Germania a condurre le danze anche stavolta, seppure con crescenti difficoltà. Non si può nemmeno affermare, infatti, come ha fatto all’indomani del voto qualche incauto commentatore, che non sia cambiato nulla. Il gruppo di Visegrad e l’Italia sono riusciti a formare una minoranza di blocco contro il “pacchetto Timmermans”, l’intesa preconfezionata che Merkel e Macron avrebbero voluto imporre a tutti, complicando non poco i piani franco-tedeschi (non potendo certo farli saltare del tutto…). Un segnale non di poco conto.

Ma soprattutto queste scelte sembrano un compromesso al ribasso e provano che l’Ue è ancora in mezzo al guado, con un asse franco-tedesco che da una parte si arrocca nei confronti dei cosiddetti sovranisti, rifiutando di recepire i segnali di diverso segno ma di critica alla gestione PPE-SD arrivati da gran parte dell’elettorato europeo; e dall’altra è incapace di rilanciare il progetto europeo nella direzione di una ever closer union, se non di un vero ideale federalista. La continuità rassicura e così la Von Der Leyen sembra incarnare la vocazione merkeliana al compromesso, mentre la Lagarde promette di seguire le orme di Draghi con i suoi bazooka monetari e il whatever it takes.

Se lo sguardo è ravvicinato, certo, il bersaglio grosso di queste nomine era la Bce e l’ha centrato Macron, mentre forse la Merkel non la desiderava così ardentemente – con evidente scorno per la Bundesbank. Il presidente francese si è mosso abilmente riuscendo ad affossare il principio dello Spitzenkandidat caro alla cancelliera, prima impallinando il tedesco Weber, poi “subendo” il veto di Visegrad e Roma su Timmermans. A una Merkel indebolita (anche fisicamente) non è quindi riuscito di replicare su scala europea lo schema della GroKo con i socialisti (sconfitta che ha sollevato parecchi mal di pancia interni, sia sul fronte CSU che SPD). Ma come poteva pensare di reiterare una formula ormai sempre più inadeguata e impopolare anche in Germania? Macron ha saputo approfittare delle lacerazioni in casa PPE per destrutturare il tradizionale equilibrio popolari-socialisti e inserirsi piazzando il suo alleato, il premier belga Michel, del suo gruppo Renew Europe (ex Alde), come successore di Tusk. Secondo belga a presiedere il Consiglio dopo l’insignificante Van Rompuy.

E l’Italia? Certo, se si guarda alle bandierine piantate sui vertici Ue, il tricolore è assente. Ma bisogna partire dalla premessa che rispetto alla scorsa legislatura Francia e Germania erano in credito (zero cariche apicali) e l’Italia in debito (tre). Il governo italiano evita la procedura di infrazione (così almeno pare), tira un sospiro di sollievo con la continuità alla Bce (scampato il pericolo tedesco, avanti, si stampino euro!) e se (sottolineo: se) arrivasse un commissario economico e una vicepresidenza, sarebbe anche meglio che avere delle mere figurine come il presidente del Parlamento europeo e una Lady Pesc. Quanti benefici abbiamo tratto dalle cariche di Mogherini e Tajani?

Da sinistra si attacca il governo per il veto su Timmermans, ma appaiono critiche interessate. Essendo socialista, dicono, sarebbe stato meno rigido con l’Italia sui conti pubblici, poi parla italiano e ama il nostro Paese. Eppure, non mi pare che il “socialista” Moscovici si sia dimostrato molto flessibile… La realtà è che Timmermans, come Moscovici, è un nemico ideologico giurato tanto dell’attuale governo italiano quanto dei governi del gruppo di Visegrad – si è battuto perché fossero sanzionati polacchi e ungheresi per violazioni dello stato di diritto. Troppo alto il rischio che da Bruxelles usasse qualsiasi tema – dall’economia all’immigrazione, ai diritti – per metterli alle corde.

Il discorso Lagarde è più complesso. Ha davvero i titoli per guidare la Bce? Ha la sufficiente competenza ed esperienza professionale nel settore monetario e bancario, come richiedono i Trattati? Di sicuro è la prima presidente della Bce a non aver guidato una banca centrale e, come ricorda il Financial Times, non è una economista (è laureata in legge) e non ha alcuna esperienza di politica monetaria. È un politico. La sensazione quindi è che la continuità rispetto a Draghi non porti con sé la stessa credibilità e autorevolezza. In linea teorica dovrebbe piacere all’intero arco delle forze politiche italiane: sia quelle del governo gialloverde che quelle di opposizione, essendo tutte a favore di una politica monetaria accomodante. E la Lagarde promette di non essere più restrittiva di Draghi. L’altra faccia della medaglia, che i nostri politici non vedono, però, è che l’ostinazione a preservare a tutti i costi l’euro e l’integrità dell’Eurozona costa cara, potrebbe comportare sacrifici enormi per i cittadini, come ha dimostrato la crisi del 2011, quando hanno voluto a tutti i costi tenere dentro la Grecia e proprio l’FMI della Lagarde giocò un ruolo di primo piano. D’altra parte, una presidenza Weidmann ci avrebbe messo di fronte alle nostre responsabilità: disciplina fiscale o uscita dall’euro.

Comunque, considerando la sostanziale tenuta dell’asse di Aquisgrana – nonché la concomitante decisione del gip di Agrigento di rimettere in libertà la “Capitana” Rackete – a questo punto Matteo Salvini dovrà tirare le somme (o le differenze). L’attuale assetto di governo sta pagando? In termini di consenso pare di sì, ma di risultati? Con questo 38 per cento che gli attribuiscono gli ultimi sondaggi, vuole farci qualcosa? Vuole giocarsela sul serio la partita o si accontenta di selfie e polemiche via Twitter?