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I partiti post-Tangentopoli e l’inconcludente leaderismo

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Chi ha vissuto le campagne elettorali post-Tangentopoli ricorda sicuramente una delle grandi ossessioni della sinistra: l’anti-berlusconismo. In particolare, uno degli j’accuse più in voga era rivolto a Forza Italia, bollata come un partito di plastica, padronale, aziendale e aziendalista; una struttura di potere a conduzione familiare, naturale prolungamento della volontà dell’allora Cavaliere. La politica, si pontificava da sinistra, è ben altro: un partito non può essere proprietà di qualcuno né un’obbediente squadra di yes men.

Fanno quasi sorridere queste invettive, viste a quasi trent’anni di distanza. Lo psico-dramma della composizione delle liste ha visto Renzi ricalcare, di fatto, quel tanto odiato rito berlusconiano che con una mano premia con un seggio sicuro i fedelissimi e coll’altra depenna senza troppi rimpianti i presunti o possibili traditori. Il Partito Democratico è, ormai, un’appendice del suo leader così come Forza Italia è stata, è e sempre sarà un’estensione di Silvio Berlusconi. Anche a sinistra, dunque, si compie la metamorfosi iniziata con il crollo della Prima Repubblica e delle ideologie ad essa collegate: il leader è il dominus del partito, e in esso si specchia. Vale dal 1994 per Forza Italia ma, adottando una prospettiva meno faziosa, è possibile osservare che anche la Lega Nord degli esordi si fondava sul carisma di Umberto Bossi – e quella attuale sul capitano Salvini –, così come alcuni partiti minori, ad esempio l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti. Lo stesso Movimento 5 Stelle, che per anni ha predicato il vangelo dell’uno vale uno e dell’utopia della democrazia diretta digitale, si è progressivamente trasformato in un partito Di Maio-centrico, a proprio agio nelle ambigue dinamiche del potere, con buona pace delle parlamentarie e dei candidati scelti dal basso.

Si potrebbe pensare, erroneamente, che ad un maggiore verticismo corrisponda una politica più efficiente, concreta e decisionista: al contrario, possiamo notare che, almeno in Italia, la spinta dei leader è disgregante. Alla frammentazione prodotta dagli ego è corrisposta una frammentazione del panorama partitico: e non è difficile prevedere per il Partito Democratico, dopo il 4 marzo, un destino simile a quello del defunto Popolo della Libertà. E pazienza per chi credeva di aver trovato il Macron italiano.