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Perché il Pd non vuole Draghi al Colle: il presidenzialismo de facto già c’è, per questo vogliono un “compagno”

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Il 7 ottobre su Atlantico avevamo raccontato di come il Pd assolutamente non voglia Draghi al Quirinale. Ma non ne abbiamo discusso il perché.

L’occasione ci viene offerta dal dibattito sul semipresidenzialismo de facto. Ventilato dal ministro Brunetta in giugno (“sono convinto che un modello francese di fatto, senza cambiare Costituzione con Draghi alla presidenza della Repubblica, darebbe credibilità aggiuntiva al Paese con una situazione politica interna, legata alla dialettica elettorale, normale”); dal ministro Giorgetti in settembre (“al Quirinale Draghi diventerebbe De Gaulle”); poi ancora in novembre (“Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale … sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”). Due ministri molto vicini a Draghi, talché è lecito assumere riflettano il pensiero dello stesso.

Scopo di queste dichiarazioni non è la riforma costituzionale bensì, più prosaicamente, facilitare l’ascesa di Mario Draghi da Chigi al Quirinale. Un modo sciocco di dire una cosa semplice: Draghi troverebbe un successore simile a sé per Palazzo Chigi e lo proteggerebbe come Mattarella ha protetto lui.

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Tale modo sciocco di esprimersi, ha aperto un varco alle intemerate di costituzionalisti vicini al Pd, perciò ostili ad una presidenza Draghi.

Ainis è infervorato: “no, non ci serve un salvatore della Patria”, “l’autorità costituzionale del capo dello Stato non si lascia convertire in autoritarismo, in dominio su tutte le altre istituzioni”; di più, “noi italiani abbiamo il vizio d’affidarci all’uomo della provvidenza, salvo poi impiccarlo a testa in giù”. Traduciamo, il semipresidenzialismo di fatto di Giorgetti come forma di autoritarismo e Draghi come il nuovo Mussolini.

Su una linea simile Cassese. La espressione repubblica semipresidenziale indica una repubblica con un capo dello Stato eletto dal popolo e “non è attuabile in Italia, dove il presidente è eletto dal Parlamento”. Epperò, “un regime presidenziale è reso possibile dalla lettera e dallo spirito della Costituzione, nel senso di “un continuum maggioranza elettorale-maggioranza parlamentare-governo-presidente della Repubblica, consentendo al presidente di agire come guida del governo e del Parlamento”. Sin qui – secondo Cassese – tale caso non si è mai dato, grazie alla “saggezza della Democrazia Cristiana”. Sottotesto: Draghi realizzerebbe quel continuum e, quindi, incarnerebbe un regime presidenziale (autoritarismo, avrebbe scritto Ainis).

Pure Zagrebelsky attacca Draghi lancia in resta: “sembra che da un posto o dall’altro sarà comunque lui, l’eletto, a guidare per sette anni la vita del nostro Paese, dettando gli indirizzi politici al governo e al Parlamento”.

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Zagrebelsky però, al contrario dei due precedenti costituzionalisti, si lascia andare ed estende il complimento pure ai predecessori del prossimo capo dello Stato. Abbiamo assistito a “deragliamenti presidenziali che con la supplenza non hanno a che vedere: moniti sui più diversi argomenti di stretta competenza politica, pressioni su decisioni che spettano al Parlamento, pretese condizionanti le formule di governo, uso di poteri fuori delle condizioni previste per il loro esercizio … interdetti e veti o sponsorizzazioni su persone invise o gradite. Con il che si è finito per creare reti di relazioni che facilmente possono trasformarsi in diffusi giri di potere, nel governo, nelle Camere e nel sottogoverno. Onde si è parlato in certe circostanze, senza accorgersi dell’ossimoro, di partito del Presidente. Tutto questo, in più, con la copertura offerta dalla Corte costituzionale”.

Nitroglicerina. E non stupisce si sia cercato di occultarla. Giuliano Ferrara lo definisce “trombone e pedante e loffio”, Francesco Damato sostiene parlasse dei “presidenti succedutisi al Quirinale prima di Mattarella”. Lo stesso Zagrebelsky quasi si scusa: “si è determinata non una supplenza, ma una vera e propria modifica tacita della Costituzione di cui ora avvertiamo la portata e i rischi” … solo ora … perché sinora “abbiamo avuto la fortuna di avere questo presidente che sta per concludere il suo mandato”. Ma ciò che si è concesso ad un compagno, non lo si può concedere ad uno che compagno non è: “la presidenza della Repubblica è stata prevista come l’istituzione della fiducia repubblicana; evitiamo che diventi l’istituzione del timore e del sospetto”.

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Fra i molti deragliamenti presidenziali indicati da Zagrebelsky, uno ci colpisce in particolare: le pretese condizionanti le formule di governo in unione con interdetti e veti o sponsorizzazioni su persone invise o gradite. Si tratta, ci pare, dell’articolo 92 della Costituzione, secondo il quale “il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”; laddove se nomina su proposta significasse qualcosa di diverso da deve nominare, allora il presidente della Repubblica compirebbe una scelta, e ne sarebbe responsabile. Al contrario, l’articolo 90 stabilisce che “il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”: è irresponsabile, non risponde; quindi, nomina su proposta significa solo e soltanto deve nominare.

Il caso si presentò il 27 maggio 2018, allorché Mattarella rifiutò la nomina di Savona affermando che “in questo caso il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia, che non ha mai subito, né può subire, imposizioni”, con la paradossale chiosa che, “nel fare queste affermazioni antepongo, a qualunque altro aspetto, la difesa della Costituzione”. Pensammo, allora, che si trattasse di una modifica tacita della Costituzione e ricordiamo che tale era, grossomodo, l’opinione di Onida, Carlassare, Villone. Quanto a Zagrebelsky, al tempo egli si era espresso con prudenza; oggi, però, si espone e gliene siamo grati.

Il cerchio si chiude richiamando un articolo di pochi giorni precedente, nel quale lo stesso Zagrebelsky aveva descritto un’altra modifica tacita della Costituzione: la “sostanziale soggezione del Parlamento al governo”. Dalché serenamente deduciamo che se il Parlamento è soggetto al governo ed i ministri sono scelti dal capo dello Stato, ebbene allora non siamo più in una repubblica parlamentare. Lo stesso Zagrebelsky, che pochi giorni prima aveva scritto di ritenere impropria la definizione di repubblica semipresidenziale, finisce con il descrivere il “nostro presidenzialismo o semipresidenzialismo che dir si voglia”. E se ne preoccupa assai: “mancano i controlli e i contrappesi necessari per contrastare la naturale tendenza all’espansione del potere, specialmente quando la carica di cui si dispone dura a lungo, (quantomeno) sette anni” e già lo aveva definito “una mostruosità antidemocratica”. Ecco, siamo d’accordo con lui.

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Non avremmo capito leggendo il solo Ainis. Certo, negli anni passati egli già aveva affermato che “nella Costituzione c’è un detto (art. 92) e poi c’è un non-detto”; già aveva parlato di una “regola non scritta … nella nostra Carta c’è un non detto”; già aveva scritto che è il presidente del Consiglio incaricato “a selezionare la squadra di governo, o meglio a proporla al capo dello Stato, come stabilisce l’articolo 92 della Costituzione”. Dunque egli è paladino della modifica tacita della Costituzione denunciata da Zagrebelsky. Egli si guarda bene dall’afferire alcunché ai predecessori del prossimo capo dello Stato: doveva attaccare Draghi, ha fatto il compitino e si ferma lì.

Non avremmo capito leggendo il solo Cassese. Certo, egli ascrive ai poteri del capo dello Stato il ruolo (oltre a quello di “gestore delle crisi di governo”, di presidente del Csm, di “comitato direttivo della maggioranza parlamentare”) di “custode della Costituzione, e principalmente del principio su cui la carta costituzionale è intessuta” … cioè non solo della Costituzione scritta. Ma è in pratica un sottotesto.

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La sincerità di Zagrebelsky è decisiva nel chiarire perché il Pd consideri la conquista del Quirinale come una vittoria che fa premio su tutto e tutti. Sono i deragliamenti presidenziali a fare la forza della carica. E questi, avendo goduto della copertura della Corte costituzionale, sono ormai passati nella prassi consolidata, dunque fissati come una modifica tacita della Costituzione. Per giunta, senza si sia provveduto a cancellare la irresponsabilità ed insindacabilità garantita anche dal reato di vilipendio, proprie di un organo di garanzia.

Al novero aggiungiamo volentieri il Green Pass, della cui natura incostituzionale ed autoritaria abbiamo detto: una modifica tacita della Costituzione, benedetta da Mattarella, che consente ai ministri nominati dal capo dello Stato di conculcare i diritti fondamentali di chi non obbedisce loro, in ultimo sinanco il diritto di manifestare contro di loro.

Il Pd, insomma, si è fatto una Costituzione sua. Sotto l’egida della quale, chi conquista il Quirinale conquista il potere. Molto utile per chi il potere lo ha … molto pericolosa per chi il potere non lo ha. Una democratura, come usa dire, che il Pd ha conquistato a beneficio dei propri Presidenti della Repubblica. E che assolutamente non vuole condividere con chi del Pd non è.