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E se Xi Jinping facesse la fine di Gorbaciov? Quanto è davvero solido il sistema di potere della Repubblica Popolare Cinese?

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Tutto sembrerebbe tranquillo, se non fosse per le tracce di nervosismo che spesso affiorano, come il ricorso al culto della personalità di Xi

Provo a formulare una domanda che, oggi, può apparire persino fantascientifica. Il quesito è il seguente: “E se Xi Jinping facesse la fine di Gorbaciov?”. Mi si risponderà subito che allo stato dei fatti non esistono segnali in tale direzione. L’attuale Repubblica popolare cinese e la defunta Unione Sovietica nel suo ultimo stadio, infatti, non sembrano affatto paragonabili.

Eppure, non è proprio così. In uno dei suoi discorsi il leader cinese ha pronunciato delle affermazioni un po’ inquietanti e subito riprese dai media internazionali. In sostanza ha detto che la lotta contro la corruzione e per la riforma dello Stato andrà avanti senza tener conto di alcun ostacolo. Non solo. Riferendosi a se stesso, ha aggiunto di non aver paura della morte e di non considerare la permanenza in vita della sua persona un fatto importante per il Paese.

Si tratta, come appunto dicevo prima, di frasi che destano sorpresa e una certa inquietudine. Testimoniano infatti che la situazione nel grande Paese asiatico non è affatto tranquilla come il regime si sforza di far credere a tutti, amici e avversari. È sufficiente andare con una certa frequenza nella RPC per percepire subito una distanza notevole tra il partito da un lato e gran parte della popolazione dall’altro. È vero che il PCC conta milioni di iscritti piazzati ovunque, e che essi garantiscono un controllo pervasivo e capillare della vita politica e sociale.

Ma per quanto numerosi gli iscritti siano, costituiscono pur sempre una piccola frazione del miliardo e 300 milioni di cittadini cinesi. Una goccia nel mare, anche se tale goccia detiene tutto il potere senza residui di sorta. Il problema è capire quanto sia davvero capillare il succitato controllo. Indubbiamente lo è ma i cinesi (a differenza, per esempio, dei giapponesi) non sono molto disciplinati: è un tratto costante della loro storia plurimillenaria. E sono pure dei maestri nell’arte di arrangiarsi o, se vogliamo usare un’espressione più nobile, l’ingegnosità fa parte della loro natura.

Si potrebbe credere, per esempio, che la proibizione assoluta di Facebook e degli altri social network occidentali li tagli del tutto fuori da questi canali di comunicazione. Non è vero. Molti hanno scoperto come aggirare l’ostacolo dal punto di vista tecnico, per cui possiedono un profilo FB che usano facendo, ovviamente, più attenzione di noi. È evidente che con una massa tale di individui l’equivalente della nostra polizia postale non riesce a controllare tutto.

E pure nelle università la distanza tra partito (talora definito “mafia” dai non iscritti) e popolazione si può percepire stando attenti. Il marxismo-leninismo nella sua versione maoista è tuttora la dottrina di Stato ufficiale. Tuttavia gli studiosi che la coltivano in quelli che corrispondono più o meno ai nostri dipartimenti di filosofia sono piuttosto isolati dal resto del corpo accademico. Tanto che, quando si chiede di incontrarli, capita di essere guardati in modo strano.

Aggiungo un altro elemento importante. La lotta alla corruzione è il principale cavallo di battaglia di Xi Jinping e del suo gruppo. Però succede che, nel bel mezzo di tale lotta, vengano arrestati proprio attivisti e avvocati che chiedono trasparenza e la pubblicazione dello stato patrimoniale degli alti funzionari del PCC. Qualcuno ha definito tutto ciò come “strabismo”, ma non lo è poi tanto rammentando che il partito ha dichiarato più volte di voler conservare tutto il potere. Memore di quanto accadde nell’ex Urss, Xi Jinping si comporta esattamente come i suoi predecessori a partire da Deng Xiaoping. Massima libertà – per alcuni – di accumulare patrimoni enormi. Negozi di gran lusso e le principali griffe occidentali (italiane incluse) nei centri delle metropoli. Ferrari e Lamborghini che circolano in numero sorprendente, e via di questo passo.

Tutto, però, sotto lo stretto controllo di un partito che si autodefinisce ancora comunista senza che se ne comprenda bene la ragione. Ecco quindi l’espansionismo in politica estera per tenere tranquilli i generali, anche se parecchi sono stati imprigionati per corruzione. La RPC fa la voce grossa con i Paesi vicini per rinfocolare un nazionalismo che, per la verità, non sembra molto diffuso.

Certo, Xi appare più scaltro di Gorbaciov, e assai attento a non seguirne i passi. Il problema è capire fino a quando potrà durare una situazione così strana, con l’immensa nazione marxista-leninista-maoista nella teoria e capitalista nella pratica. Giacché appare sempre più evidente che al partito interessa soprattutto conservare il monopolio assoluto del potere. L’equilibrio regge grazie al successo economico, pur se si intravedono segni di rallentamento. Qualora dovesse verificarsi una grande crisi nel settore economico-finanziario, è ragionevole prevedere che il PCC avrà difficoltà enormi a mantenere il quadro attuale.

D’altra parte, la situazione politica cinese appare strana e confusa agli osservatori stranieri. Mentre la Repubblica Popolare proietta all’esterno un’immagine di grande potenza sicura di sé e fiduciosa nei propri mezzi, addirittura in grado di sfidare gli Stati Uniti sul piano della supremazia globale, assistiamo a curiosi fenomeni la cui interpretazione è tutt’altro che facile.

È ormai chiaro, per esempio, che Xi Jinping sta cercando di imporre alla popolazione un “culto della personalità” che rammenta da vicino quello tributato a Mao Zedong e a tanti altri leader dell’ex mondo comunista. L’esempio primigenio è ovviamente Stalin che, da questo punto di vista, resta insuperato. Un po’ diversi i casi di Lenin e Ho Chi Minh poiché essi fecero poco o niente per incoraggiare una qualsiasi forma di culto. Entrambi si ritrovarono, post mortem, imbalsamati e chiusi in mausolei tra l’altro molto simili tra loro, con code ininterrotte di persone che ogni giorno si recano a rendere omaggio allo scomparso. Code oggi diradate a Mosca ma tuttora lunghe ad Hanoi.

Comunque sorprende non poco il tentativo in atto di trasformare l’attuale presidente in un’icona da venerare. E non è difficile capire perché. Lenin, Stalin, Ho Chi Minh e altri avevano alle spalle una vita non comune, dedicata interamente alla causa comunista e al trionfo della rivoluzione. Considerata la situazione mondiale nel secolo scorso, e in particolare nella prima metà e fino agli anni ’60, la loro “beatificazione” era prevedibile.

Xi Jinping è invece a tutti gli effetti un burocrate di partito. Figlio di un dirigente del PCC che affiancò Mao nella Lunga Marcia, caduto in disgrazia nel periodo della Rivoluzione culturale e riabilitato quando essa terminò, Xi è uno dei “principi rossi” che tuttora detengono il potere a Pechino. Lui stesso, in gioventù, fu mandato da Mao a lavorare la terra e a costruire dighe, e iniziò la sua carriera politica quando le acque si calmarono. Nulla di eccezionale, comunque, e nulla che possa far ricordare la vita di Mao. Ora i luoghi dove il giovane Xi Jinping svolse lavoro manuale stanno diventando per l’appunto oggetti di culto. Le scolaresche vi vengono condotte e l’afflusso di cittadini in viaggio “turistico” diventa sempre maggiore. È stata creata una “grotta museo” di Xi Jinping, sono in via di costruzione autostrade per collegare velocemente questa sperduta area dello Shanxi con il resto del Paese, e non si contano le canzoni dedicate al leader, “papà Xi”, che si stanno diffondendo in scuole e posti di lavoro.

La stranezza è dovuta al fatto che basta andare a Pechino e Shanghai per capire che i tempi di Mao sono ben lontani. Assomigliano a qualsiasi metropoli occidentale irta di grattacieli, con le grandi griffes (anche italiane) presenti dappertutto, e auto di lusso in numero assai maggiore rispetto a Londra e New York (per non parlare di Roma). In realtà il premier aveva promesso un ritorno al maoismo e, da quanto si vede, sta mantenendo l’impegno. Ha scelto però di promuovere se stesso come “nuovo Mao” ricalcando esattamente l’iconografia del padre fondatore, ed ecco quindi comparire i quadri con il volto luminoso di Xi incorniciato da raggi rossi di sole. Di sicuro Deng Xiaoping, che poco apprezzava la suddetta iconografia e anche il mausoleo in Piazza Tienanmen, si starà rivoltando nella tomba a ragione, giacché la Cina odierna appartiene assai più a Deng che a Mao.

E allora il quesito di fondo è sempre lo stesso: cos’è, oggi, la Repubblica popolare cinese? È potente tanto sul piano economico quanto su quello politico e militare. Tuttavia, è noto a tutti che il partito non è molto amato da buona parte della popolazione, che vi sono contrasti tra esercito e partito, e che risulta difficile mantenere una struttura economica quasi liberista e un guscio politico molto rigido e a direzione unica. Intento di Xi e della dirigenza che lo circonda è quello di impedire la dissoluzione dello Stato e del monopartitismo. Nello sfondo, come si accennava all’inizio, c’è l’ombra di Gorbaciov e della fine dell’Unione Sovietica. Indubbiamente si tratta di una scommessa pressoché impossibile. Si rammenti, infatti, che Xi non è Mao, né possiede il suo carisma. Il nuovo culto della personalità è l’ultima carta che il partito può giocare per garantirsi la sopravvivenza.

Tutto sembrerebbe quindi tranquillo, se non fosse per le tracce di nervosismo che spesso affiorano. Ha notato per esempio Federico Rampini nel suo libro “L’ombra di Mao”, scritto quando era corrispondente da Pechino, che i cittadini s’interrogano sempre più spesso circa la legittimità del potere assoluto detenuto dal PCC. Perché è l’unico a poter governare, e per quale motivo non v’è traccia di un possibile ricambio in futuro? Sono domande inevitabili se si pensa allo squilibrio sempre più marcato tra un’economia capitalista di Stato, e una struttura politica rimasta immutata dal 1949, con riti identici a quelli che si consumavano nella ex Urss e negli altri Paesi del blocco socialista. Del resto, si percepisce la contraddizione anche camminando a Pechino, dove vengono spesso appesi i manifesti celebrativi della Grande Marcia mentre, al contempo, innumerevoli auto sportive o di gran lusso sfrecciano su vie cittadine con tante corsie da sembrare autostrade.

Si potrebbe anche ipotizzare il ritorno ai fasti del Celeste Impero. Il problema è che il sovrano-imperatore era in possesso di un “mandato ricevuto dal cielo”, il quale l’autorizzava a governare. Nella Cina di oggi il mandato del partito comunista non può essere celeste e, a ben guardare, si basa ancora sulla Lunga Marcia e sulla vittoria ottenuta nel 1949 contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek. Dunque, 70 anni di potere ininterrotto e senza contendenti politici di sorta ma, per l’appunto, fino a quando?